Da Napoli a Parigi per studiare teatro, poi a Marsiglia per scrivere un film. Alla fine Enrico “Fayah” Nocera, 37 anni, napoletano trapiantato in Francia, ha trovato la propria strada tra chiavi inglesi, biciclette usate e una buona dose di idee fuori dagli schemi. Dopo essere stato assunto come meccanico in un negozio sotto casa, ne è diventato responsabile e ha poi aperto Cycles Fayah, oggi cresciuto fino a due punti vendita con sette persone. Qui si vendono e riparano biciclette usate, si recuperano vecchi telai e si elettrificano mezzi già in circolazione. Questo è l’antefatto che sta dietro la Marseille-Napoli.
“Fayah” è il soprannome che Enrico si porta dietro dai tempi in cui faceva il rapper. Lo ha trasformato nel nome del negozio e, indirettamente, nella filosofia di un evento che sembra fatto apposta per contraddire le convenzioni dell’ultracycling. Nello slang del rap significa infatti qualcosa come “esplosivo”, “pazzesco”.
Insieme agli amici Gabriele e Arthur, già coinvolti nel mondo dell’ultraciclismo, ha inventato la Marseille-Napoli: una gara di quasi 1.500 chilometri che unisce le due città del Mediterraneo. Dopo l’esordio del 2025, la seconda edizione è partita lo scorso 28 settembre, con 200 iscritti, 1.480 chilometri e 16.000 metri di dislivello positivo. Una competizione, dunque, ma soprattutto un’esperienza che vuole essere popolare, accessibile e un po’ irriverente. Per questo merita di essere conosciuta.




Enrico, come nasce l’idea di organizzare una gara così impegnativa, ma diversa dalle altre?
Io, Gabriele e Arthur facevamo già parte di un club di ultraciclismo marsigliese. Avevamo organizzato eventi abbastanza particolari, come salire la Gineste, una collina di 430 metri vicino a Marsiglia, con le biciclette muscolari del bike sharing comunale. Gabriele e Arthur avevano partecipato a diverse gare di ultracycling e ci siamo detti…
Perché non organizzarne una nostra?
Esatto, volevamo qualcosa di più accessibile, meno serio, meno costoso. Alcune gare chiedono quote doppie o triple rispetto alla nostra. Napoli l’abbiamo scelta perché è la mia città e lì potevamo contare su contatti importanti, come Massimo Minopoli di Bicycle House e Luca Simeone di Napoli Pedala (che domenica prossima ritorna in campo con la Napoli Obliqua, ndr)
Ma è una vera competizione?
E’ una gara vera. Tutti partono insieme da Marsiglia, quest’anno dallo stadio Vélodrome, e ciascuno ha un GPS. Il percorso è obbligatorio, ci sono checkpoint, quest’anno a Castellania, il paese natale di Fausto Coppi, e a Castellafiume (L’Aquila, ndr). Prima di arrivare a Napoli bisogna passare anche dal Vesuvio. I primi dieci lottano davvero per il podio, ma per la maggior parte dei partecipanti la vittoria è finirla. Il primo quest’anno ha impiegato poco più di tre giorni, mentre molti sono arrivati tra giovedì e sabato. Ognuno affronta la corsa a modo proprio: qualcuno dorme quattro o cinque ore per notte in albergo, qualcun altro si riposa sotto una fermata dell’autobus.




Avete perfino organizzato una curva di tifosi in mezzo alla campagna francese. Com’è andata?
Siamo andati a Gonfaron, un paesino a circa due ore da Marsiglia. Eravamo una quarantina di persone e abbiamo preparato una specie di curva del Tour de France, con striscioni e tutto il resto. I ciclisti arrivavano in questo piccolo paese e si trovavano davanti noi che facevamo il tifo. Su uno degli striscioni avevamo scritto proprio il nostro slogan: “l’ultraciclismo è cambiato”. Ci siamo divertiti tantissimo e anche i partecipanti. E’ questo lo spirito che cerchiamo.
C’è stato qualche partecipante particolare, fuori dagli schemi?
Assolutamente sì. Quest’anno un iscritto ha completato la Marseille-Napoli con una cargo bike, mentre un signore di 68 anni, Michel, l’ha fatta con una bici a scatto fisso. L’anno scorso c’era persino un italiano con una Brompton. Abbiamo avuto anche una ragazza con una vecchia Peugeot a cinque marce. Poi naturalmente c’è chi arriva con biciclette in carbonio costosissime. Questo è il bello: non vogliamo un evento riservato a chi possiede una bici da migliaia di euro. Avevamo anche partecipanti molto giovani, uno addirittura di appena 18 anni.




Che cosa succede quando un ultraciclista arriva finalmente a Napoli?
Succedono cose bellissime. Il venerdì sera stavamo già facendo festa alla Bicycle House quando è arrivata una ragazza. Abbiamo preso la sua bicicletta e l’abbiamo sollevata tutti insieme. Lei era felicissima e si è messa a piangere. Michel, invece, quello della scatto fisso, è arrivato e sembrava arrabbiato. Non parlava con nessuno, è rimasto per un’ora o due in un angolino. Credo che fosse talmente provato fisicamente e mentalmente da non riuscire nemmeno a reagire. Poi il giorno dopo abbiamo cominciato a parlare mentre lo aiutavo a smontare la bicicletta. Pensate a cosa significa affrontare anche la salita al Vesuvio con la bici a scatto fisso, a 68 anni!
Quest’anno il Comune di Napoli vi ha accolti addirittura al Maschio Angioino.
E’ stato bellissimo. Nella prima edizione eravamo circa 250, quest’anno un po’ meno, 200 iscritti, ma abbiamo avuto il sostegno del Comune, che ci ha messo a disposizione il Maschio Angioino per la festa finale. In un bel video c’è Arthur che scherza dicendo che l’anno scorso siamo stati ospitati in una sala del municipio, quest’anno in un castello e la prossima volta vogliamo essere accolti allo stadio Diego Armando Maradona,,,




L’avventura più incredibile, forse, l’avete vissuta voi organizzatori…
Al ritorno verso Marsiglia si è rotto il furgone a Fabro, in Umbria. Dentro avevamo una quarantina di biciclette dei partecipanti, alcune molto costose, perché abbiamo offerto anche il servizio di impacchettamento e trasporto delle bici da Napoli alla Francia. Eravamo io, mia moglie e Arthur. Siamo rimasti bloccati due notti, abbiamo portato il mezzo da un meccanico e abbiamo scoperto un ottimo ristorante, Il Focolare, ma non riuscivamo a trovare un altro furgone da venti metri cubi. L’assicurazione proponeva di farci tornare in treno, ma noi senza quelle biciclette non ci muovevamo…
Quindi come avete fatto?
Gabriele, che era già rientrato a Marsiglia, ha dormito un paio d’ore, ha noleggiato un altro furgone ed è tornato a prenderci a Fabro. E’ arrivato alle cinque del mattino, distrutto. Intanto le biciclette erano rimaste custodite nell’autorimessa del meccanico.
E i proprietari delle bici come hanno reagito?
E’ questa la cosa più bella: nessuno si è lamentato. Alcuni dovevano ripartire per altre città e abbiamo dovuto spedire le loro biciclette, sostenendo altre spese, ma tutti sono stati comprensivi. Credo che abbiano capito che non organizziamo questa gara per arricchirci. Lavoriamo per mesi, spesso come volontari, facendo giornate di tredici o quattordici ore. Alla Bicycle House, cioè all’arrivo della Marseille-Napoli, c’era sempre qualcuno pronto ad accogliere i ciclisti, anche alle quattro del mattino. Si è creato un rapporto umano, quasi da gruppo di amici.


Dite che “l’ultraciclismo è cambiato”. Dopo due edizioni quale sarà il futuro della Marseille-Napoli?
Vogliamo dimostrare che l’ultraciclismo può essere popolare. E’ uno sport che sta diventando sempre più esclusivo, con eventi costosi e un ambiente molto serio. Noi vogliamo conservare il lato sportivo, ma senza perdere quello divertente e accessibile. Stiamo pensando di prenderci una pausa e trasformare la Marseille-Napoli in un appuntamento biennale.
Come mai?
Perché organizzarla richiede tantissimo lavoro e non vogliamo aumentare ancora la quota d’iscrizione (quest’anno salita da 90 a 140 euro, ndr). Preferiamo trovare sponsor che ci aiutino concretamente e, dato che molti chiudono il budget un anno prima, ecco che è meglio lavorare con largo anticipo. Il noleggio del furgone che si è rotto, ad esempio, ci è costato 1.500 euro. Magari con uno sponsor quei soldi possono essere risparmiati, per continuare a offrire un’esperienza diversa. Perché la bicicletta deve rimanere uno sport di tutti.







