La Toscana è una delle regioni italiane che più di ogni altra ha saputo trasformare strade bianche, colline e borghi in un laboratorio a cielo aperto per il ciclismo gravel. Negli ultimi anni, accanto ai grandi eventi e alle competizioni, è cresciuto anche un movimento più intimo e narrativo, fatto di esplorazione, condivisione gratuita delle tracce e attenzione al territorio. In questo filone si inserisce Ghiaia Explorers, il progetto ideato da Fabrizio Susini, ciclista di lungo corso, fotografo e instancabile tracciatore di percorsi offroad in tutta la regione.
Lo abbiamo contattato per farci raccontare com’è nato questo universo di sentieri, storie e mappe che oggi conta centinaia di migliaia di visualizzazioni online.


Fabrizio, come nasce l’idea di Ghiaia Explorers?
Vado in bici da quarant’anni e ho iniziato con una Cinelli Rampichino del 1985, una delle prime mountain bike. Ho fatto downhill, freeride, gare su strada e poi mi sono innamorato del gravel perché mi ricordava lo spirito pionieristico delle MTB degli anni Ottanta: libertà, esplorazione, sentieri sconosciuti. Da lì ho voluto condividere tutta l’esperienza accumulata sul territorio toscano, unendo le tracce alla mia passione per la fotografia e al racconto.
Perché proprio il gravel ti ha spinto a creare un progetto strutturato?
Con la mia prima gravel ho fatto subito un viaggio lungo, dalla mia San Miniato (Pisa, ndr) fino a Roma, e mi si è aperto un mondo. In Toscana in quel periodo eravamo in pochi, con Ganza Gravel e Bike with Siena. Poi ho capito che volevo portare avanti una visione più romantica del ciclismo: non tanto eventi a pagamento, quanto percorsi gratuiti, testati, raccontati, che chiunque potesse scaricare e vivere.


Oggi quante tracce avete messo a disposizione e come si sostiene il progetto?
Siamo oltre i 140 percorsi gratuiti. Il sostegno economico arriva soprattutto dalle maglie che disegno io stesso e che vendiamo in tutta Italia. Ogni stagione facciamo una raccolta ordini e questo mi permette di continuare a tracciare, fotografare e mantenere vivo il sito.
Come vengono ideati e testati i trail?
Parto dallo studio del territorio, oggi uso Komoot Premium e controllo con mappe satellitari e sopralluoghi. Poi c’è un gruppo ristretto su Whatsapp, una cinquantina di “ghiaini”, che prova i giri con me. Se c’è una frana, un cancello nuovo o un tratto impraticabile, si corregge e si ritraccia. La Toscana ormai la conosco quasi tutta, ma la sorpresa è sempre dietro l’angolo.




I vostri percorsi hanno livelli di difficoltà molto diversi: come orientarsi?
Abbiamo creato una legenda specifica per il gravel. Il livello uno è turistico, il due è normale, dal tre in su iniziano tratti più tecnici con sassi, gradini, radici. Non è mai estremo, ma serve consapevolezza: in certi punti si può anche scendere e spingere la bici.
Nei trail c’è spesso un filo narrativo: quanto conta la parte culturale?
E’ fondamentale. Ogni giro ha un tema: può essere una leggenda, un borgo abbandonato, un episodio storico. Per esempio il Gostanza Trail racconta la storia locale di una strega, altri passano da castelli, miniere dismesse, villaggi medievali. Mi piace dare una chiave di lettura diversa anche a zone già conosciute.


Se pensi a gravel e Toscana ti vengono subito in mente Chianti e Crete Senesi. E invece, pare di capire, ci sono tanti posti che meriterebbero di essere conosciuti in sella. E’ così?
Assolutamente sì. Ci sono luoghi incredibili fuori dai circuiti classici: borghi come Libbiano o La Sassa (entrambi in provincia di Pisa, ndr), l’Alta Val di Cecina, la Valdera più selvaggia, le colline verso il mare tra Cecina e Bolgheri. Ogni angolo nasconde qualcosa, basta andarci piano e guardarsi intorno. Ci manca un po’ mappare alcune zone della Maremma ma in realtà ci sono tracce quasi pronte anche lì.
Quanti siete quando andate in… perlustrazione?
E’ una grande compagnia di amici. Io lancio l’idea, chilometri e dislivello, poi chi c’è viene. A volte siamo in venti, altre in cinque. Io spesso sto dietro a fare foto. Nel gruppo fondatore ci sono anche Cristina Dazzi, detta Saturnina, e Leonardo Pinori che cura il sito, dietro il quale c’è tanto lavoro.
Hai qualche aneddoto legato a qualche esplorazione?
Eccome. Una volta nel Chianti, d’inverno, dopo una bistecca epica da Cecchini a Panzano, siamo ripartiti col buio, nella neve fino ai polpacci e senza luci. Si erano ghiacciati perfino i cambi. Da allora i fanali non mancano mai. L’esplorazione è bellissima, ma insegna anche prudenza.


Il sito ha numeri importanti: che risposta arriva dai ciclisti?
In un anno quasi 400 mila visualizzazioni e 28 mila download di percorsi. Ricevo mail di ringraziamento ogni giorno e spesso quando vediamo qualcuno con una maglia “Ghiaia” veniamo fermati ovunque, in qualsiasi regione. Ed è la soddisfazione più grande.
Guardando al futuro, cosa vedi all’orizzonte?
Sto pensando da tempo ad un evento. Ho già un’idea di festival con campo base, giri guidati, dibattiti, fotografia, libri e mindfulness (di cui sono istruttore). Non una gara, ovviamente, ma un’esperienza completa. Quando lo farò, voglio che rispecchi la mia visione: cura dei dettagli, lentezza, consapevolezza. E’ questo, per me, il cuore di Ghiaia Explorers.







