Nel farci raccontare e nello scrivere delle meraviglie del Parco Ciclistico dell’Etna, guidati dalla voce di Paolo Alberati, a un certo punto ci siamo imbattuti nel brevetto che viene dato a chi pedala su queste strade e affronta le scalate al vulcano. Ce ne sono sette, ognuno per versante, e a seconda di quante salite si fanno (rigorosamente da concludere nell’arco di un giorno solare) si porta a casa questo attestato. Il più ambito ma anche il più complicato da conquistare è quello chiamato “Imperatore o Imperatrice dell’Etna” e per vedersi riconosciuto questo titolo si devono scalare tutte e sette le salite.
Appena lo abbiamo sentito ci siamo chiesti chi potesse essere così “matto” da imbarcarsi in una sfida del genere. La domanda ci è girata per la testa diversi mesi fino a quando abbiamo deciso di scrivere a Paolo Alberati per chiedere di poter parlare con due di loro, un imperatore e una imperatrice. Le storie che abbiamo avuto la fortuna di ascoltare meritano un racconto. Per cui, eccoci qui.


Francesca, la “giramondo”
La prima storia è quella di Francesca Rubulotta, catanese che per ventiquattro anni ha vissuto all’estero, prima di tornare nella sua Sicilia 2024 per diventare professoressa associata e coordinatrice della scuola di specializzazione in anestesia e rianimazione a Catania. Francesca ha studiato medicina e dopo aver finito la scuola di specializzazione nel 2002, a Trieste, si è trasferita negli Stati Uniti per seguire un progetto di ricerca.
«Dagli USA – racconta – mi sono poi trasferita in Canada, Belgio, Olanda e infine per dodici anni a Londra. Nel Nord Europa ho imparato il fiammingo e l’olandese ma avevo coltivato una repulsione per la bici (ride, ndr) tanto che andavo al lavoro in macchina visto che di parcheggio ce n’era.
«Quando ero in Canada – prosegue – ho partecipato a un concorso per un posto nella scuola di anestesia all’Università di Catania. Cinque anni fa avevano chiuso la facoltà per uno scandalo nei concorsi, hanno dovuto chiudere tutto e commissionare la scuola a Catanzaro. Nessuno voleva partecipare, mentre io dall’estero ho fatto tutta la procedura, ho vinto il concorso e sono rientrata. Dico sempre che noi siciliani all’estero abbiamo una nostalgia di casa pirandelliana, per cui dopo più di vent’anni rieccomi a casa».




La bici ereditata
Ma la domanda alla nostra amica Francesca Rubulotta sorge spontanea, com’è passata dal rigetto per la bici a conquistare il brevetto di “Imperatrice dell’Etna”?
«Mio padre è venuto a mancare all’età di 49 anni – ci dice – lui stesso era medico anestesista e nella mia vita ho sempre avuto una certezza: che il 90 per cento delle cose che possedeva poi le avrei usate io. E’ successo con gli sci ed è toccato anche alla bici. Per trent’anni però questa Colnago, bellissima e fatta su misura, è rimasta in garage. Poi nel 2019, ero qui in Sicilia per un breve periodo così ho voluto provare e mi sono affidata a un gruppo di ciclisti che gira nella zona di Acireale. La loro risposta è stata: «Dove vuoi andare con questo cancello?».
«Li ho convinti – prosegue ancora soddisfatta – e da quel giorno ogni volta che vengo in Sicilia pedalo, ho provato anche in Canada ma senza salite mi annoio. Poco dopo è arrivato il fascino dell’Etna, chi nasce qui ha un legame fortissimo con il vulcano, senti il suo richiamo. Allora ho iniziato a fare qualche pedalata e partecipare ad eventi».



La sfida
Francesca Rubulotta qualche anno fa ha fondato un’associazione: I WIN, che vuole amplificare la voce delle donne nel settore sanitario e richiamare l’attenzione sulle disuguaglianze sistemiche che devono affrontare in ambito clinico, in particolare nei contesti con minori risorse.
«Questa sfida del brevetto – conclude – mi è sembrata perfetta da legare al mio progetto. Così insieme a Liz Simpons, ex atleta di mtb trasferitasi a Catania, ci siamo lanciate e abbiamo legato alla nostra sfida una raccolta fondi per l’associazione. Siamo partite a mezzanotte con una torta alla Nutella mangiata sulla terra nera dell’Etna e siamo arrivate alla fine diciassette ore dopo. E’ stata una delle cose più belle che abbia mai fatto».


Fabio, lo youtuber
Fabio Calì, invece, le sue avventure in bicicletta già le racconta attraverso un canale YouTube, aperto più di dieci anni fa. Il primo approccio è stato amatoriale, con un video che spiegava come riparare un telaio in carbonio. Un interesse sempre più crescente lo ha poi portato a pubblicare video sulle sue pedalate. Fabio, siciliano che vive a Roma, ha sentito anche lui il richiamo dell’Etna (in apertura con la maglietta del Brevetto dell’Etna).
«Sono venuto qui a Roma – ci racconta – per fare l’anno di leva obbligatoria, finito quello mi sono fermato per lavoro, poi ho trovato l’amore e mi sono sposato e sempre a Roma ho costruito la mia vita e la mia famiglia. Ho iniziato con il fare la guardia giurata, adesso invece mi occupo della manutenzione stradale, diciamo che sono uno di quelli che tappa i buchi dell’asfalto che tanto fanno paura a noi ciclisti. Vista anche la mia passione per la bici lo faccio con un occhio di riguardo in più».


Una vita di sport e sfide
Nel sentirlo parlare Fabio Calì trasmette una voglia e una passione verso le sfide che lo sport sa regalare. Dagli anni da bodybuilder fino a diventare rugbista e giocare in Serie C a Roma. Ma la bici, che lo aveva conquistato fin da bambino, alla fine è tornata nella sua vita, anche grazie a Fabrizio Dolce.
«Ho iniziato a fare le prime pedalate quando ero piccolo, in Sicilia – ci dice – erano sfide tra ragazzini in paese. Poi la bici l’ho abbandonata a causa di un problema alla caviglia ed è iniziata la carriera da bodybuilder e successivamente nel rugby. A 37 anni ho finito di giocare e perdere peso mi sono rimesso in bici con l’obiettivo di fare l’Ironman, che per motivi di lavoro non ho potuto fare. Non mi sono scoraggiato e ho cominciato con le Gran Fondo, era anche il periodo in cui avevo aperto il canale YouTube e quindi è nata la passione per la bicicletta.
«Per mia fortuna e sfortuna – racconta ridendo – ho conosciuto Fabrizio Dolce, colui che ha portato l’Everesting in Italia. Da quel momento sono iniziate una serie di sfide in salita che sono poi culminate con il brevetto dell’Etna, ovviamente quello più difficile».


Il richiamo
Cosa rappresenta l’Etna per chi è siciliano ma nel tempo ha dovuto fare i conti con la lontananza da casa?
«L’Etna non è una montagna qualunque – spiega Fabio Calì – non è mai uguale. E’ un gigante che dorme con un respiro incessante, e la prima volta che qualcuno viene in Sicilia sente questo costante rumore provenire dalla montagna. Sembra quasi un temporale, o un terremoto. Chi non vive qui pensa che i siciliani siano matti, vivere dove la terra respira. Però poi quando sei lì cambi idea e non te ne vorresti andare mai.
«Con questo fascino che ho deciso di provare a conquistare il brevetto. Sono partito di notte e piano piano sono risalito per tutti i versanti arrivando ai vari rifugi. E’ stata un’esperienza magnifica, anche se nell’ultima delle sette scalate mi ha preso una crisi di fame. Per finire quell’ultimo versante ho messo tutte le mie energie e la volontà che avevo in corpo. Ero talmente sfinito da fare tre pedalate e andare avanti per inerzia. Una volta arrivato penso di essere svenuto per un paio di minuti. Portare a termine questa sfida è stata la felicità massima, ho portato a termine un’impresa non da poco nella mia terra. E’ da quando avevo 20 anni che non vivo più qui, ora ne ho quasi 49 e in Sicilia torno una volta all’anno. Per me è stato come tornare alle origini, a quando ero ragazzino e salivo sull’Etna per andare a sciare con i miei genitori o gli amici».







