Mancava il terzo fra gli inventori del Mogast, così siamo andati a pescare anche lui e anche lui a Berlino. Niccolò Bonanno in Germania produce telai artigianali in acciaio e rispetto a Bruno Quadrio e Mauro Illarietti non ha radici valtellinesi, anche se come tanti milanesi lassù andava a sciare da quando era bambino. Lui è quello che ha lanciato la provocazione che dieci anni fa ha spinto i tre ad affrontare il Mortirolo, il Gavia e lo Stelvio.
«Io dissi a Mauro che lo avrei aspettato in cima al Gavia – ricorda – e quando mi rispose che lui il Gavia lo faceva a occhi chiusi, abbiamo iniziato a provocarci a vicenda. La prima volta del Mogast è stata fondamentalmente una vacanza. Siamo andati giù e abbiamo deciso di farli in un giorno solo. Che poi è finita che uno si è rotto l’anca, cadendo nell’ultima discesa dallo Stelvio. Era un nostro amico olandese e ormai era arrivato in fondo, invece finì per terra…».








Come ci arriva a Berlino un artigiano che fa telai in acciaio?
Sono figlio di una designer che faceva moto BMW in Germania, mentre mio padre è un cicloturista e quando ero piccolo mi portava a fare dei giri, ma il ciclismo non mi faceva impazzire. Lo guardavo in televisione, seguivo il Giro e il Tour, spesso per passare l’estate durante le vacanze, perché per il resto giocavo a pallanuoto. Finché a 17-18 anni feci un incidente con il motorino e mio padre, arrabbiato, mi regalò la Bottecchia che aveva ricevuto da mia madre per il loro matrimonio.
Non una bici qualsiasi…
Esatto, ma era molto arrabbiato e mi disse: “Adesso pedali, il motorino non lo vedi più”. E da lì è iniziato il mio amore per la bici, poi sono arrivai gli anni dello scatto fisso. Finché arrivai a Berlino, dove ho conosciuto Mauro e altri corrieri, legati alla scena urban e da lì mi sono appassionato.
Come si passa da pedalare a costruire biciclette?
Già in italia smanettavo in garage, dove avevamo tutti gli attrezzi e gli strumenti di mia madre. Però quando sono venuto qua e mi sono trovato con la libertà di scegliere quel che volevo fare, ho deciso di imparare questo mestiere. Prima il negozio di bici e mi sono fatto tutta la gavetta, finché ho cominciato a guardare il mondo dei telaisti. Ho iniziato a viaggiare, a tornare spesso in Italia e ho potuto visitare diversi telaisti importanti, come Pegoretti e Zullo o anche qualcuno della mia generazione come Dario Colombo che adesso lavora per Passoni. Insomma, non ho avuto un maestro vero e proprio, ma ho rubato qua e là con gli occhi.
Hai imparato tutto da solo?
Sono autodidatta, ho buttato un sacco di soldi per imparare questo mestiere e all’inizio l’ho fatto sempre in maniera molto punk. Adesso però ho Cicli Bonanno, un’attività strutturata e cerco di migliorarla di anno in anno. I tedeschi e gli anglosassoni sono molto più curiosi e hanno voglia di qualcosa di più personale. In Italia invece, almeno così mi sembra, siamo passati dall’essere quelli che facevano le mode a quelli che adesso le seguono. Le attività medio-piccole esistono e un sacco di robe belle vengono dall’Italia, anche nell’artigianato, però alla fine chi compra non sono gli italiani.


Perché secondo te?
Sicuramente è una questione di cultura, che però è legata ai soldi. Molto spesso le due cose vanno insieme: purtroppo la sensibilità per un prodotto artigianale devi anche potertela permettere. Anche certe bici in carbonio costano molto e se ne vendono tante, forse perché in Italia siamo legati alla performance, al ciclismo competitivo e meno godereccio. Negli ultimi anni però il trend è cambiato, perché ultimamente ho venduto delle bici in Italia e questo mi ha sorpreso. Di solito vendo in Germania, Stati Uniti, Francia, Inghilterra e Asia. In Asia per esempio c’è molta cultura rispetto a questi aspetti.
In tutto questo, che cosa rappresenta per te il Mogast?
Diciamo che io sono l’animo creativo. La mia parte nel Mogast è anche quella di connettere le persone, portare degli sponsor perché ne abbiamo avuto bisogno. Siamo in tre e cerchiamo di seguire il ritmo naturale delle cose e degli impegni. Nell’ultimo periodo ognuno ha delle situazioni personali, per cui cerchiamo di aiutarci come meglio possiamo, ma se mancasse uno soltanto, non andremmo avanti.
C’è ancora lo spirito della prima edizione quando mandaste gli inviti scritti su carta?
Sicuramente il Mogast è cambiato molto, ma lo spirito abbiamo sempre cercato di proteggerlo, soprattutto quando subentravano delle dinamiche come quelle degli sponsor. Siamo molto legati al fatto che il Mogast debba rimanere indipendente, quindi non abbiamo voglia di crescere troppo, ma di dare della qualità alle persone che vengono in un’area come la Valtellina che è stata a lungo sottovalutata. Mi piacerebbe portare un po’ d’Italia fra i partecipanti, perché ci sono state edizioni in cui erano davvero pochi. Negli ultimi anni c’è stato un bel mix ed è stato molto bello.


C’è in qualcuno di voi tre l’idea che Mogast possa diventare un evento più grande?
Sicuramente il Mogast avrebbe il potenziale per diventare più grande, ma per me è importante che tutti vogliano andare nella stessa direzione. Quindi se adesso è così, vuol dire che deve essere così. In più, facendo le cose in grande, è difficile mantenere la qualità e quella per noi è la cosa più importante. Se un domani si riuscirà ad aumentare il numero ma con la stessa qualità, allora si può ragionarci. Ci sono già tante granfondo, sono più strutturate e hanno più soldi. Se crescessimo, andremmo a competere con loro e sono certo che perderemmo qualità. Alla fine noi abbiamo la cena finale con l’Accademia del Pizzocchero che cucina per noi, come una sagra ed è una figata.
Mortirolo, Gavia e Stelvio: qual è la tua bestia nera?
Visto che ho partecipato a tutte le edizioni, il Mogast perfetto per me sarebbe lo Stelvio senza auto e senza moto. La mia bestia nera in verità sono le moto, che ti fanno il pelo sullo Stelvio. Io amo le moto, però credo che le due cose facciano fatica a convivere nello stesso giorno, perché sono due sport diversi. C’è stato un Mogast con lo Stelvio chiuso al traffico e fu fantastico. E comunque sullo Stelvio alla fine, quando batte il sole e sei stanco, arriva il momento in cui ti chiedi perché lo stai facendo di nuovo. Per la decima volta, nel mio caso…







