Sono bici, ma non lo dimostrano. Sono piuttosto delle moto, ma senza targa, bollo, assicurazione e casco obbligatorio. Spesso sono modificate, sfrecciano a 50 orari e quando provocano incidenti, raramente si fermano, a meno che qualcuno non gli impedisca di fuggire. Sono le e-bike modificate che arrivano da Oriente e sono diventate mezzi inseparabili per chi consegna cibo e chi pensa di aver risolto il problema dei costi connessi al trasporto urbano. Il mondo del ciclismo le percepisce come una minaccia: stanno inquinando il mercato e soprattutto stanno trasformando le strade in rodeo, in barba alla sicurezza.
Se ne sono accorti i passanti e gli automobilisti. E se ne sono accorti anche gli agenti della Polizia Urbana di Monza e Seregno, che si sono rivolti al Bike Technical Hub di RMS per avere qualche ragguaglio tecnico e studiare le contromisure per intercettare le irregolarità sulla strada. Ce lo ha raccontato Francesca Besana, Junior Marketing and Communication Specialist presso la Academy di RMS.
«La Polizia locale – racconta – ha avuto la sensazione che la situazione di queste e-bike stia sfuggendo di mano, così si è organizzato un incontro con Ferdinando Longobardo, capo formatore presso Foxpol, che fa i corsi per la Polizia Locale. C’era l’esigenza di fare chiarezza, così il 21 novembre sono venuti nella nostra sede circa trenta partecipanti, fra cui gli agenti di una task force che si muove quotidianamente in bicicletta».


Le mani legate
L’incontro è stato piuttosto generico. Si sono spiegate le differenze fra le e-bike omologate e quelle modificate ritoccando la centralina, oppure applicando una batteria supplementare e l’acceleratore. La Polizia Locale ha bisogno degli strumenti per attestare l’irregolarità, ma purtroppo ad ora hanno poco da fare.
«Non possono mettere mano sui mezzi che fermano per un controllo – precisa Besana – per cui fanno fatica ad accertare la manomissione. Non possono aprire il motore, per cui era anche inutile spiegargli come fare. Per cui gli abbiamo fornito qualche accorgimento per capire che cosa hanno di fronte. Ad esempio, se è stato messo un acceleratore, vedranno una batteria supplementare nastrata sulla e-bike. E questo è anche pericoloso, perché quelle bici possono entrare nelle metropolitane e un surriscaldamento della batteria potrebbe far bruciare il nastro che la tiene ferma».




Il limite dei 25 orari
Il quadro normativo è dalla parte dell’utente e non di chi fa i controlli, in attesa che si studi qualcosa a livello normativo per arginare una situazione che da circa un anno si è fatta più delicata.
«Si vede tutti i giorni – riflette Francesca Besana – quando con l’auto affianchi a una di queste bici e chi c’è sopra senza accelerare scappa via oltre i 50 all’ora. Poi senti dire che sia un bene per la bike industry, mentre in realtà non è affatto così. Abbiamo parlato con dei negozianti che lavorano con RMS e sanno che avere a disposizione questi mezzi è una tentazione molto grande per gli utenti. Spesso capita che, una volta venduta la e-bike, il cliente torni indietro per chiedergli di sbloccare il motore e il negoziante non sa cosa fare.
«La legge italiana prevede l’assistenza elettrica fino ai 25 chilometri all’ora e se ci fosse un sinistro e fosse accertato che la bici era sbloccata, ne risponderebbe lo stesso rivenditore. Figurarsi quale tentazione possano essere delle e-bike già sbloccate, che si possono acquistare online a un prezzo inferiore e senza grande tracciabilità e ti permettono di muoverti alla velocità di un motorino senza avere le garanzie e gli obblighi dei motorini».


Gli strumenti che mancano
Sembra di capire che manchi un quadro legislativo chiaro che possa porre un argine al dilagare di questi mezzi (per non parlare dei monopattini!). Forse i 25 orari delle e-bike possono essere pochi, visto il livello tecnologico raggiunto oggi da queste bici, ma di certo non si può ammettere l’assenza di qualsiasi regolamentazione. E possiamo capire anche il punto di vista delle aziende. Se su una qualunque metropolitana dovesse prendere fuoco una batteria montata impropriamente, quale immagine verrebbe all’azienda che la produce? Il messaggio che passerebbe è che la batteria di marca X ha provocato un incendio, non che ciò è accaduto perché la batteria era stata montata impropriamente.
«Per il seguito – ci saluta Francesca Besana, porgendo gentilmente gli auguri di Buon Natale che ricambiamo e rivolgiamo ai nostri lettori – ci siamo proposti un altro incontro, ma ancora da fissare. Ad ora è stato interessante raccogliere le esigenze della Polizia Locale e capire che almeno quelli di loro preposti ai controlli hanno bisogno di altre leggi e altri strumenti. Se avessero un rullo dinamometrico, impiegherebbero pochi secondi per capire se una bici sia stata modificata».







