Dal 15 gennaio la Zona a Traffico Limitato del centro di Roma è ufficialmente entrata nell’era dei 30 chilometri orari. Una svolta che segue l’esperienza già avviata da Bologna (anche se proprio da ieri sta rimbalzando la notizia dell’annullamento della misura da parte del Tar e delle contromisure del sindaco Lepore), e che punta a ridurre incidentalità e gravità degli scontri nelle aree più sensibili della Capitale.
Come spiegato nei giorni scorsi dall’assessore alla Mobilità Eugenio Patané (foto di apertura, www.romamobilita.it), i limiti non si potranno superare nemmeno nelle strade larghe come Corso Vittorio Emanuele, via del Teatro Marcello e il Traforo, arterie pensate per una città a misura d’auto che oggi deve quantomeno essere ripensata, vista la crescente domanda di pedonalità nel centro storico.
«Abbiamo il dovere di ridurre il differenziale di velocità tra soggetto forte e soggetto più fragile – ha dichiarato l’assessore Patané – così abbattiamo il rischio di mortalità. Il primo mese sarà di assestamento e servirà, grazie anche all’avvio di una campagna di comunicazione sul tema, a far abituare i cittadini alla nuova Zona 30. Dopodiché saranno anche installati gli indicatori della velocità in corrispondenza di alcuni punti strategici».


In questo contesto si inserisce il punto di vista di Salvaiciclisti, movimento nato dal basso e da anni impegnato sul tema della sicurezza stradale. Ne abbiamo parlato con Paolo Bellino, uno dei fondatori di Salvaiciclisti, che osserva con attenzione e spirito critico l’avvio della Zona 30 romana.
Paolo, facciamo un passo indietro chi sei e cos’è Salvaiciclisti?
Sono una delle persone che dai primi anni Duemila provano a cambiare lo stato delle cose sulle strade italiane. Nel 2012 abbiamo dato vita a Salvaiciclisti, che è nato come movimento e poi si è articolato in varie realtà locali. L’idea di fondo è sempre stata la stessa: riportare al centro la sicurezza delle persone, soprattutto di quelle più fragili, e denunciare un modello di mobilità che continua a produrre morti e feriti.
Arriviamo alla Zona 30 nella ZTL di Roma: come giudichi questa misura?
Bene, ma spero che funzioni. Ridurre il limite serve a tagliare i picchi di velocità, che sono la vera causa della gravità degli incidenti. In una città come Roma la velocità media è già bassissima, tra i 13 e i 16 chilometri orari, ma quando si trova strada libera si corre ed è lì che succedono le tragedie. Il punto è che non basta mettere un cartello: deve funzionare davvero.


Il tema dei controlli è centrale. Sei fiducioso?
Sulla carta sì, perché sia l’assessore sia il comandante dei vigili hanno detto che i controlli ci saranno. A Roma però la distanza tra le parole e i fatti è molto ampia. Se non c’è un controllo reale e costante, la misura rischia di restare simbolica.
Secondo te Roma era pronta a una scelta del genere?
Intanto siamo in forte ritardo. Questa misura è stata adottata da tempo nelle città europee più avanzate. Bologna è la più grande in Italia ad averlo fatto, ma ci ha lavorato anni, con assemblee pubbliche e un grande sforzo di coinvolgimento. A Roma la comunicazione è nata dall’oggi al domani. E’ una cosa che gli amministratori hanno calato dall’alto anche se l’esigenza di ridurre le velocità nasce da venti anni di nostre richieste dal basso. Credo che tutto sia nato per andare dietro a Bologna.
Il modello di Bologna può funzionare anche nella Capitale?
Può funzionare ovunque. Non esiste una vera differenza tra città: sono tutte conurbazioni dove vivono persone. Roma non è una megalopoli, il centro storico è relativamente piccolo. Sono stato due volte a Tokyo che non si è ancora capito se ha 17 o 37 milioni di abitanti (dipende da come li calcoli). Eppure lì non c’è traffico e tutti vanno piano. Il problema non è la dimensione, ma la volontà politica e la direzione chiara. Noi in Italia abbiamo costruito tutto attorno all’automobile. E l’automobilista è il primo contribuente fiscale, pertanto non esistono governi che ammazzano la gallina dalle uova d’oro…


Zona 30 basta per uscire da una mobilità autocentrica?
E’ solo un primo passo. Il vero nodo è che lo spazio è finito e oggi è quasi tutto dedicato alle auto. A Roma ce n’è più di una per ogni abitante patentato: è insostenibile. Bisogna dimezzare il numero di auto in circolazione, altrimenti qualsiasi misura resta parziale.
Molti sostengono che serva potenziare prima il trasporto pubblico…
Serve anche quello, ma non basta. C’è un problema culturale enorme: l’auto è ancora vista come sinonimo di libertà, quando in realtà è una prigionia costosa e inefficiente. Puoi fare tutte le metro che vuoi, ma se non cambi questa mentalità le persone continueranno a usare l’auto. Basti pensare che a Roma l’autobus è detto lo “sposta-poveri”…
E le campagne di sensibilizzazione?
Così come sono fatte in Italia servono solo a spendere soldi pubblici. Altrove sono campagne dure, disturbanti, che mostrano cosa succede davvero negli incidenti. Vedi il sangue. Da noi si preferiscono messaggi edulcorati che non mettono mai in discussione il comportamento individuale. E’ lì che dobbiamo cambiare la mentalità. Ci siamo incastrati da soli nel corso dei decenni.


In concreto, come si convince la gente a cambiare?
Con le scelte politiche e normative, non con gli slogan. Io vivo a Roma senza auto, in una famiglia di quattro persone, e ci si organizza. E’ possibile, anche in una città ostile. Bisogna far capire che una città meno invasa dalle macchine è più vivibile per tutti, perché alla fine siamo tutti pedoni, quando scendo dalla bici o quando uno scende dalla macchina e rischia di essere investito nel giro di cinque minuti. Non c’è una contrapposizione.
A pochi giorni dall’avvio del limite di 30 all’ora, vedi già dei piccolissimi cambiamenti?
E’ troppo presto. Questa fase è di assestamento. Quello che manca davvero è una comunicazione capillare: molte persone dicono di non sapere nulla. Io avrei proposto il sistema di alert della Protezione Civile, con degli sms a tutti i cittadini romani. Sicuramente non è stata fatta una buona comunicazione, anche se la direzione presa è quella giusta.







