Otto giorni in sella, dal 28 settembre al 5 ottobre, per attraversare Toscana e Lazio seguendo la Via Francigena e chiedere alle istituzioni un impegno concreto per il cicloturismo. La Bicistaffetta FIAB 2026 si è conclusa a Roma, dopo essere partita da Lucca con una quarantina di partecipanti, in gran parte rappresentanti delle associazioni locali della Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta.
Un viaggio che completa idealmente quello dello scorso anno, quando la Bicistaffetta aveva percorso il tratto da Como a Lucca. In due edizioni FIAB ha così attraversato tutta la parte italiana della Francigena settentrionale, portando lungo l’itinerario una richiesta precisa: rendere più sicuro, riconoscibile e accessibile il percorso ciclabile, anche attraverso il coordinamento tra la Via Francigena in bicicletta ed EuroVelo 5, la ciclovia europea Romea Francigena (per inciso, nei giorni scorsi si è svolta ad Utrecht proprio la EuroVelo Conference 2026)
Ma la Bicistaffetta non è soltanto un viaggio. E’ un’iniziativa di cicloattivismo che porta direttamente nei territori le questioni della mobilità ciclistica. Ne abbiamo parlato con Angelo Fedi, consigliere nazionale FIAB per il cicloturismo, che ha partecipato alla pedalata.


Quaranta ciclisti lungo la Francigena: più che una normale vacanza in bicicletta, è stata anche una sfida organizzativa?
Questo non è un viaggio normale, è veramente un evento di cicloattivismo. Chi partecipa ha quasi sempre responsabilità a livello locale, come presidenti o consiglieri delle associazioni FIAB. Normalmente un viaggio cicloturistico organizzato coinvolge otto, dieci, dodici persone. Noi eravamo quaranta, quindi è stata una sfida anche dal punto di vista logistico. A volte ci siamo divisi in gruppi per poi ritrovarci la sera a cena. E’ stato complicato in alcuni momenti, ma veramente bello.
Qual era l’obiettivo principale della Bicistaffetta 2026?
Riprendere e consolidare l’azione di sensibilizzazione verso le amministrazioni locali e regionali per la valorizzazione e la messa in sicurezza di EuroVelo 5, la Romea Francigena. Da Pavia a Roma questa ciclovia corre in parallelo e spesso si sovrappone all’itinerario della Via Francigena in bicicletta promosso dall’Associazione Europea delle Vie Francigene. Da due anni lavoriamo insieme per arrivare a un percorso condiviso, da promuovere in maniera coordinata e sul quale individuare gli interventi necessari.




Quindi la Via Francigena a piedi, quella in bicicletta ed EuroVelo 5 sono tre itinerari differenti?
Il cammino a piedi rimane distinto, perché segue la tradizione storica della Francigena. Gli altri due itinerari sono nati da soggetti diversi e fino a poco tempo fa erano separati. Nel 2024 abbiamo firmato un accordo con l’Associazione Europea delle Vie Francigene e avviato incontri e sopralluoghi con Regioni e Comuni. Adesso stiamo arrivando a un tracciato molto più condiviso. In Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana i due percorsi ciclabili sono ormai praticamente sovrapponibili, anche se restano alcuni punti da risolvere.
Quali sono le principali difficoltà da risolvere per chi vuole percorrere la Francigena in bicicletta?
Ci sono tratti molto belli, ma adatti a chi cammina e non a una bicicletta da turismo. Con una mountain bike si passa quasi dappertutto, ma EuroVelo richiede percorsi utilizzabili con biciclette da viaggio, oggi potremmo dire anche gravel, pedalabili tutto l’anno e segnalati. In Toscana, dove la Francigena si sviluppa per oltre 400 chilometri, la segnaletica ciclabile è presente. Nel Lazio, invece, spesso scompare e bisogna affidarsi alle mappe, che talvolta conducono su tratti pieni di pietre. L’obiettivo è arrivare allo stesso itinerario su tutti i portali, da EuroVelo a Bicitalia e all’Associazione Europea delle Vie Francigene.




Avete incontrato numerosi amministratori lungo il percorso. Che accoglienza avete ricevuto?
Un’accoglienza straordinaria. Abbiamo organizzato diciannove incontri e due convegni, a Siena e Lucca. Quest’anno abbiamo privilegiato gli incontri on the road, saluti di mezz’ora che spesso diventavano molto più lunghi. A Castelfiorentino siamo stati accolti al Museo BeGo, dedicato a Benozzo Gozzoli, e a Siena (foto di apertura) siamo entrati nel Palazzo Comunale. Sono stati momenti importanti, perché abbiamo potuto raccontare il nostro progetto direttamente a chi amministra i territori attraversati.
Al di là dell’entusiasmo, sono emerse anche criticità concrete?
Sì, soprattutto nei comuni più piccoli. Ci sono amministrazioni che vorrebbero valorizzare il percorso ma hanno difficoltà a coordinarsi o a trovare le risorse necessarie. A Proceno, per esempio, il problema riguarda anche la manutenzione di strade storiche a bassissimo traffico. Scendendo da Radicofani abbiamo attraversato tratti dell’antica Via Cassia, con perfino le pietre miliari romane, ma in alcuni punti il fondo era talmente difficile che siamo dovuti scendere dalla bicicletta. Non basta individuare un itinerario: bisogna poi mantenerlo percorribile.
Quali luoghi e incontri ti sono rimasti particolarmente impressi?
Sicuramente Siena, ma anche i paesaggi delle Crete Senesi, San Quirico d’Orcia e Radicofani. Ricordo la visita al Castello di Proceno e il basolato dell’antica Via Cassia a Montefiascone. A Bolsena e Sutri abbiamo ricevuto due ristori organizzati con Coldiretti Viterbo e Fondazione Campagna Amica-Terranostra. Anche questa è valorizzazione del territorio: il cicloturismo permette di conoscere le produzioni locali e le persone che le portano avanti.




E l’arrivo a Roma, dopo otto giorni di viaggio?
E’ sempre emozionante. Siamo entrati utilizzando la ciclabile del Tevere, che abbiamo trovato ben tenuta, e poi abbiamo proseguito sulla rete ciclabile cittadina. L’arrivo è stato al Museo della Forma Urbis, nel Parco archeologico del Celio, dove abbiamo incontrato anche l’assessore alla Mobilità Eugenio Patanè. Si è parlato dello sviluppo delle infrastrutture ciclabili romane e del GRAB. E’ stata una bella conclusione, ma soprattutto un’occasione per ribadire che una ciclovia europea deve poter arrivare fino alla capitale in condizioni adeguate.
Dopo aver completato il viaggio da Como a Roma in due anni, quale risultato vorreste ottenere?
Vorremmo che il lavoro svolto insieme all’Associazione Europea delle Vie Francigene diventasse un riferimento concreto per i territori. Non si tratta soltanto di disegnare una traccia sulla mappa, ma di costruire un itinerario riconoscibile, sicuro e adatto al cicloturismo. Le amministrazioni devono sentirlo come un progetto condiviso. La Bicistaffetta serve proprio a questo: pedalare, verificare le condizioni dei percorsi e incontrare chi può contribuire a migliorarli.
FIAB







