| 22 Marzo 2024

La storia di Silvia Grua: «La bici mi ha restituito i colori che amo»

Cresciuta nella poetica cornice del basso canavese, Silvia Grua non si è innamorata della bicicletta molto presto, anzi. La magia del primo colpo di pedale è qualcosa che ha dovuto attendere a lungo, come spesso si aspettano le benedizioni che arrivano improvvise, proprio nei giorni in cui non le stavamo cercando. 

Dalle colline alle montagne, il mondo a colori.

Silvia è una bambina silenziosa, il papà lavora alla Olivetti e la mamma in una casa di cura. Lei è tutto l’opposto del fratello che è letteralmente un terremoto. Ma c’è qualcosa che la soddisfa più di tutto in quella sua esistenza tranquilla: esplorare la collina di casa. Si infila le scarpe e percorre i suoi sentieri in lungo e in largo, sempre più chilometri, alla ricerca dei colori che tingono le stagioni eporediesi: la coltre di neve bianca, gli autunni intensi, le esplosioni di fiori della primavera, il trionfo dell’estate. 

La montagna d’inverno. I colori, il rumore della neve sotto gli scarponi (foto Instagram/Silvia Grua)
La montagna d’inverno. I colori, il rumore della neve sotto gli scarponi (foto Instagram/Silvia Grua)

La vita che cambia

«Volevo spingermi sempre più in là – spiega – allora mi sono iscritta ad una società podistica. Alla prima gara sono arrivata terzultima ma non mi importava. Tagliando il traguardo ho avvertito una sensazione incredibile, mi sono detta che era esattamente quella la felicità che volevo. Lo sport è diventato tutto per me, ho iniziato anche a esplorare le cime che vedevo da casa, sentendo quella meravigliosa sensazione di libertà nel raggiungere la vetta. Ma la vita, si sa, è imprevedibile. Avevo 34 anni quando ho letto per la prima volta, su una cartella clinica, quella parola: cancro».

La squadra di Silvia cambia. Al suo fianco durante questa sconosciuta strada in salita ci sono medici, volontari, innumerevoli sacrifici, ma anche traguardi. Tutto in sette lunghi anni di cure che le hanno permesso di raggiungere la fine delle terapie. 

«Però la felicità per quell’obiettivo che avevo conquistato – racconta Silvia – è durata poco. Una recidiva mi ha fatto pensare di nuovo a tutto quello che avrei dovuto affrontare ed ero già sul punto di mollare. Non ero pronta».

La prima bici era un cancello, oggi la sua passione ha altri colori e altri materiali
La prima bici era un cancello, oggi la sua passione ha altri colori e altri materiali

Un incontro magico

Ma se l’esistenza è imprevedibile, lo sono anche le persone. In questo caso, è un medico a ricordare a Silvia tutto quello per cui vale ancora la pena combattere, in una lunga chiacchierata sui freddi gradini dell’ospedale, proprio dopo quel referto.

«Me lo ricordo come se fosse ora – dice – si è tolto il camice, ci siamo seduti e mi ha chiesto di raccontargli tutti i colori che vedevo durante le mie uscite. Allora ho pensato al verde dei pascoli, che era diventato quello dei camici dei chirurghi. All’azzurro delle cime, che si era trasformato nel pavimento di linoleum delle sale degli ospedali. E poi c’era quel colore rosso intenso, scarlatto, di certi fiori che crescono a 2.300 metri e hanno la forza di fiorire tra le rocce. Era identico a quelle gocce di liquido della flebo alla quale ero attaccata durante le terapie. Lui mi disse che avevo ancora una possibilità, che potevo tornare a vedere tutte le sfumature per quello che veramente erano».

Bastano quelle parole per far tornare la speranza. Silvia vuole indietro tutto quello che ha amato, è disposta a ricominciare per riprendersi la vita per intero.

L’idea dell’everesting arriva alla vigilia del 12° intervento. Subito dopo scriverà il suo libro (foto Instagram/Silvia Grua)
L’idea dell’everesting arriva alla vigilia del 12° intervento. Subito dopo scriverà il suo libro (foto Instagram/Silvia Grua)

Il piano B

Come spesso succede, la bicicletta entra nella sua quotidianità per caso. La malattia le toglie molto, ma non la voglia di andare oltre gli ostacoli. Riprendere a correre è difficile, per via delle giunture indebolite dalle cure, ma lei non è certo una capace di restare ferma davanti alle avversità. 

«Ho comprato una bici di terza mano», spiega ridendo. «Un telaio in alluminio, un vero cancello con un solo cambio. E all’età di 38 anni sono salita per la prima volta in sella. In quel momento, in quel preciso istante, con il primo colpo di pedale è successo qualcosa di mistico. Avevo di nuovo la possibilità di vedere. Il verde, le cime, le mie montagne e le colline. Era di nuovo lì, tutto il mio infinito».

A Silvia scatta la molla che spesso anima i ciclisti davanti al dolore degli altri. Le basta poco per capire che la bicicletta può essere uno strumento incredibile di resurrezione, per lei ma anche per tutti quelli che stanno affrontando il suo percorso. Prima di affrontare il suo dodicesimo intervento chirurgico, decide di scrivere alla Fondazione Umberto Veronesi per raccontare un sogno: raggiungere la più alta cima conosciuta dall’uomo, quella dell’Everest.

La bici è entrata nella vita di Silvia come un tornado, le granfondo sono la sua seconda casa (foto Sportograf)
La bici è entrata nella vita di Silvia come un tornado, le granfondo sono la sua seconda casa (foto Sportograf)

Sulla vetta del mondo

L’anno è il 2021 e quello dell’Everesting sembra un format perfetto per evadere dalle restrizioni della pandemia, realizzando molto più che un desiderio, facendosi addirittura portavoce di tutti quelli altrui. Silvia sceglie una salita alla quale è affezionata, quella di Broglina – nei pressi di Ivrea – e decide di percorrerla fino a raggiungere il dislivello di 8.912 metri sul livello del mare. Lo scopo è quello di raccogliere fondi per la ricerca.

Parte il 4 settembre 2021 a mezzanotte, affrontando la salita per 27 volte, totalizzando 343 chilometri in 18 ore e 11 minuti. Questi sono i dati puramente tecnici, ma il bagaglio di emozioni di quel giorno è praticamente incalcolabile.

«Sono commossa ancora oggi – racconta – pensando alla giornata incredibile che ho vissuto. Tantissime persone si sono riunite per sostenere questa impresa, anche solo per condividere una salita con me. Alcuni in bici, altri di corsa, ci sono stati persino dei gruppi di camminatori. Tutti hanno voluto condividere il messaggio e aiutarci con le donazioni. Alla fine abbiamo raccolto 14.000 euro da devolvere alla Fondazione Umberto Veronesi».

I colori della salita

Dopo quell’esperienza straordinaria, Silvia non vuole più scendere dai pedali. Il calore della gente e la sensazione di poter fare qualcosa di autentico per aiutare gli altri la spingono a partecipare anche alla granfondo Milano-Sanremo e alla Nove Colli, scegliendo il percorso lungo, naturalmente. 

A ottobre, quando si risveglia dal suo dodicesimo intervento, è decisa a scrivere tutte le emozioni di quell’anno speciale, racchiudendole in un libro. E’ così che nasce “I colori della salita” con la prefazione del Direttore del reparto Oncologia delle Molinette di Torino.

Un racconto per continuare a tendere la mano alle persone che stanno affrontando questa battaglia e aiutare un’associazione che si occupa di assistere i pazienti oncologici e le loro famiglie.

«Non dobbiamo mai fermarci a vedere il nero che ci circonda», conclude Silvia. «Sta a noi andare a cercare i colori, una pedalata dopo l’altra, mantenendo il cuore sempre saldo verso un grande obiettivo: quella cima che racchiude tutti i nostri sogni».

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