La Ciclovia del Belìce è il risultato di un lavoro paziente, avviato fin dalla nascita del GAL Valle del Belìce e costruito passo dopo passo a partire da una visione chiara: recuperare il tracciato delle vecchie ferrovie come infrastruttura turistica capace di valorizzare uno dei territori più suggestivi della Sicilia occidentale (in apertura, il Parco Archeologico di Selinunte). Come spiega Alessandro La Grassa, direttore del GAL dal 2016: «Il progetto è nato proprio con la nascita stessa del GAL, perché fin dall’inizio abbiamo immaginato di riprendere tutta questa traccia delle vecchie ferrovie presenti sul territorio».


807.000 euro dalla Regione Sicilia
L’idea di fondo è sempre stata quella di aprire nuove possibilità, pur nella consapevolezza dei limiti operativi dei Gruppi di Azione Locale. «I GAL non hanno normalmente grandi risorse – chiarisce La Grassa – siamo una sorta di sperimentatori: iniziamo un percorso e poi ci si aspetta che, se funziona, diventi standard e venga istituzionalizzato». In questo quadro si inserisce il primo intervento concreto sulla Ciclovia del Belìce, reso possibile grazie a un finanziamento della Regione Siciliana pari a 807.000 euro.
Con queste risorse il GAL ha scelto di intervenire in modo mirato su circa otto chilometri complessivi, concentrandosi sul tratto Partanna–Santa Ninfa–Salaparuta. «Con quelle cifre potevamo fare soltanto alcune cose – sottolinea La Grassa – e quindi abbiamo dovuto scegliere bene gli interventi, perché a noi interessava tirare fuori quella vecchia ferrovia dall’abbandono e far vedere alle amministrazioni locali che hanno a disposizione un’infrastruttura potenzialmente molto attrattiva».


Il Cretto di Burri
Il tracciato recuperato attraversa un territorio di grande valore paesaggistico e culturale, arrivando a lambire luoghi simbolici come il Cretto di Burri, una delle più importanti opere di land art a livello mondiale, realizzato dove sorgeva l’antico abitato di Gibellina, raso completamente al suolo dal terremoto del Belìce del 1968 . Esso sorge nei pressi di Gibellina che, nel 2026, sarà la Capitale italiana dell’arte contemporanea.
«Il paesaggio della Valle del Belìce è uno dei più dolci di tutta la Sicilia – racconta La Grassa – un alternarsi ordinato di vigneti e uliveti che spesso definiamo una piccola Toscana».


Sperimentato un sedime innovativo
Particolarmente significativa è la sperimentazione condotta in collaborazione con l’Università degli Studi di Napoli Parthenope, che ha portato alla realizzazione di un tratto pilota di 320 metri con tecnologia Tecopav, una soluzione innovativa di terra stabilizzata a basso impatto ambientale. Il sistema utilizza un consolidante polimerico miscelato con aggregati naturali e una minima quantità di cemento, abbinato a un trattamento impermeabilizzante superficiale. Il risultato è un fondo dall’aspetto naturale, perfettamente integrato nel paesaggio, ma al tempo stesso resistente, durevole e con ridotte esigenze di manutenzione.
«E’ stato un tentativo per verificare nel tempo la tenuta di questo materiale, che ha caratteristiche di permeabilità e resistenza – spiega – la ricetta è stata suggerita dall’università, ma l’aggregato è stato realizzato direttamente sul territorio».
La complessità maggiore è arrivata nella gestione dei rapporti con RFI, proprietaria di parte del sedime ferroviario. «Abbiamo perso due anni e mezzo per ottenere l’ok nel comodato – ricorda La Grassa – e su ponti e gallerie abbiamo dovuto fare dei bypass, perché con quelle risorse non potevamo assumerci anche la responsabilità dell’agibilità». Una situazione diversa si presenta invece nel territorio di Santa Margherita di Belìce, dove il sedime ferroviario è già di proprietà comunale: «Qui la scelta di intervenire potrà essere molto più veloce».




Ed ora si attende l’inaugurazione
A regime, la Ciclovia del Belìce arriverà a circa 30 chilometri complessivi, con l’obiettivo di collegare Caselvetrano e Partanna a Salaparuta e, in prospettiva, di innestarsi su altri tratti già esistenti come quello di Sambuca di Sicilia e proiettarsi verso Sciacca e la Valle dei Templi di Agrigento. Ma l’infrastruttura è solo il primo tassello. «Stiamo lavorando per collegare alla ciclovia una serie di esperienze – conclude La Grassa – dalle visite in cantina ai caseifici, fino alle nuove imprese cicloturistiche, come guide e noleggiatori, che abbiamo già finanziato come GAL. Per i pernottamenti non mancano soluzioni soprattutto extra-alberghiere, come agriturismi e B&B particolarmente ricercati dai cicloturisti».
L’inaugurazione ufficiale è attesa nei prossimi mesi, non appena le condizioni meteo lo permetteranno. Intanto, la Ciclovia del Belìce è già percorsa e vissuta, confermando l’intuizione iniziale: partire in piccolo, ma con una visione capace di mettere in rete paesaggio, cultura e mobilità dolce.
P.S. Come avrete notato, la parola Belìce è accentata sulla ì. La pronuncia Bèlice si deve alle cronache del terremoto del 1968 e alla pronuncia sbagliata dei giornalisti dell’epoca. La pronuncia originale e più corretta dal punto di vista etimologico è Belìce, derivante dall’arabo Baliǧ.







