C’è una strada che più di ogni altra incarna il mito del viaggio, della libertà, dell’America sconfinata. E’ la Route 66, la “Mother Road” inaugurata nel 1926 ed entrata nell’immaginario collettivo grazie a libri, canzoni e soprattutto film: da Easy Rider a Rain Man, da Forrest Gump a Kill Bill 2. Da Chicago a Santa Monica (Los Angeles) attraversa otto Stati, piccoli centri rurali, deserti, altipiani, riserve indiane…
L’11 novembre compirà cento anni ed allora abbiamo pensato di farcela raccontare da chi l’ha fatta tutta in bici, qualora qualcuno decida di percorrerla nell’anno del centenario. Tenete presente che per i cicloviaggiatori esiste una traccia apposita, la Bicycle Route 66 con una guida curata dall’Adventure Cycling Association il cui tracciato si discosta molto poco da quello della Historic Route 66. Antonio Margiotta, tecnico radiologo leccese trapiantato ad Udine, con un trascorso da sportivo anche nella corsa e nel triathlon, nel 2023 l’ha attraversata insieme alla compagna Milena, da metà aprile a fine maggio.


Antonio, come era nata l’idea di affrontare la Route 66?
Era un sogno che veniva dagli anni Ottanta, quando tanti giovani immaginavano di “spaccare il mondo”. La Route 66 era il viaggio mitico da fare in moto o in decappottabile. Non avrei mai pensato di farla in bici. Ma dopo la pandemia mi sono dedicato ai cicloviaggi e così, nel 2023, con Milena, dopo aver maturato un po’ d’esperienza nei viaggi in bici, è nata questa “pazzia”. Più che il cinema devo dire che ha mi hanno ispirato i romanzi di Kerouac e Steinbeck, “On the Road” e “Furore”.
Come vi siete organizzati dal punto di vista logistico?
Abbiamo fatto tutto da soli, senza agenzie. Volo da Venezia a Chicago con le bici al seguito. Per l’occasione abbiamo comprato due gravel, attrezzate con borse laterali e borse da telaio. Siamo partiti a fine aprile e abbiamo pedalato per tutto maggio. In 38 giorni abbiamo coperto 4.200 chilometri, con una media di circa 110 chilometri al giorno. La guida dell’Adventure Cycling Association è costata ben 70 dollari.


Che tipo di percorso vi siete trovati davanti?
Quasi tutto asfaltato, gli sterrati sono meno dell’1 per cento (del resto fu tra le prime ad essere asfaltate, ndr). Si passa da lunghe ciclabili a strade secondarie fino a tratti di autostrada, dove negli Stati Uniti è consentito pedalare sulla corsia d’emergenza, perché è molto ampia.
E la sicurezza?
Il rispetto degli automobilisti è stato totale e non abbiamo mai avuto problemi con il traffico. L’unico vero inconveniente sono state le forature: ben 15 in totale in due, soprattutto in autostrada per colpa dei filamenti metallici contenuti nei detriti degli pneumatici che, giocoforza, finiscono per invadere proprio l’esterno della carreggiata.


Dal punto di vista altimetrico cosa vi ha sorpreso?
Che non è affatto tutta pianura. Dopo i primi giorni si sale e si scende continuamente, spesso oltre i 1.500 metri di quota. Credo abbiamo accumulato circa 18.000 metri di dislivello totale, se non ricordo male.
E quali sono stati i tratti più belli?
Arizona e New Mexico, per paesaggi e atmosfera. Molto piacevole anche l’Illinois iniziale. Meno entusiasmante l’ultimo tratto in California.
Che America avete incontrato lungo la strada?
L’America della Route 66 non c’entra nulla con l’America delle grandi città che conosciamo noi europei. Si passa in piccoli paesi, si incontrano persone vere. Abbiamo ricevuto una gentilezza incredibile: gente che ci ha pagato la colazione da 20 dollari senza dirci nulla, una signora che ci ha riportato indietro con il pick-up quando avevamo sbagliato strada, un poliziotto che ci ha scortato di notte fino al motel…




Avete percepito le differenze sociali e culturali tra le varie zone?
Sì, moltissimo. In Oklahoma, ad esempio, il… peso medio è aumentato in maniera pazzesca e d’improvviso sono spariti i neri e c’erano quasi solo bianchi. Poi le riserve dei nativi americani, persino una comunità Amish, fino alla California più “conosciuta”. E’ un Paese di forti contrasti.
Contrasti che si acuiscono considerando l’immagine che ci arriva dagli Stati Uniti in questo periodo?
Premesso che per me oggi gli Stati Uniti sarebbero… impraticabili era evidente la prevalenza pro-Trump, soprattutto nelle zone rurali. Direi un rapporto 4 a 1 con l’allora presidente Biden. Ma questo non ha influito minimamente sull’accoglienza: siamo sempre stati trattati benissimo come ricordavo negli aneddoti cui ho accennato. Solo in un paio di città abbiamo avvertito sofferenza. Una, ricordo, è stata Albuquerque, la città dove è stata ambientata la serie TV “Breaking Bad”: lì abbiamo dovuto percorrere 6-7 chilometri ad andatura veloce, tanto era il disagio sociale benché fosse una via principale…


Dove dormivate? Quanto spendevate mediamente al giorno?
Quasi sempre in motel, prenotando giorno per giorno. Avevamo anche la tenda, usata una sola volta nel deserto, dove non c’era altro. Per il pernottamento spendevamo circa 80-90 dollari a coppia. Noi di solito mangiavamo solo a colazione e a cena.
Milena, la tua compagna, come l’ha vissuta?
Benissimo. E’ allenata quanto me ed abbiamo sempre viaggiato allo stesso ritmo. Anche se, essendo più leggera, soffriva di più il vento contro. E in effetti devo dire che chi la percorre da ovest ad est, cioè in senso contrario al nostro (come una coppia di Bologna che abbiamo incontrato) può calcolare di metterci 3-4 giorni di meno. Un altro consiglio? Eviterei di percorrere la Route 66 in solitaria: sono 40 giorni intensi, con difficoltà logistiche e mentali. In due è stata tutta un’altra esperienza. Anzi, devo dire che senza Milena è un’impresa che non avrei mai fatto.







