Casco obbligatorio per i ciclisti, sicuri che è la scelta giusta?Casco obbligatorio per i ciclisti, sicuri che è la scelta giusta?

| 10 Febbraio 2026

Casco obbligatorio per i ciclisti, sicuri che sia la scelta giusta?

Casco obbligatorio per i ciclisti? La proposta spesso viene fuori dagli ambienti politici e sportivi, quasi con cadenza prestabilita, ma molto fa presagire che questa volta si faccia sul serio. Forti dei numeri risalenti allo scorso anno, che parlano di 217 ciclisti morti sulle strade contro i 185 dell’anno precedente e di oltre 16 mila incidenti sulle strade che hanno coinvolto biciclette, arriva una proposta di legge sulla sicurezza dei ciclisti che ha come primo firmatario Roberto Pella, deputato che è anche presidente della Lega Ciclismo Professionistico e vicepresidente dell’Anci che a supporto ha reclutato anche molti grandi nomi del passato ciclistico italiano, come Bugno e Nibali.

La proposta di legge nasce dall'aumento di decessi di ciclisti nel 2025, non distinguendo fra città e realtà extraurbana
La proposta di legge nasce dall’aumento di decessi di ciclisti nel 2025, non distinguendo fra città e realtà extraurbana
La proposta di legge nasce dall'aumento di decessi di ciclisti nel 2025, non distinguendo fra città e realtà extraurbana
La proposta di legge nasce dall’aumento di decessi di ciclisti nel 2025, non distinguendo fra città e realtà extraurbana

Una proposta che ha destato malumori

La proposta è scaturita dal confronto con il prefetto Roberto Sgalla, già direttore centrale della Polizia Stradale e presidente dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive, ed Eugenio Amorosa, già primo dirigente della Polizia di Stato, insieme a numerosi altri prefetti e rappresentanti delle forze dell’ordine in servizio, sindaci e presidenti di provincia, autorità sportive.

La proposta di legge si compone di 4 articoli, uno dei quali prevede il casco obbligatorio per chi usa calzature vincolate e per i minorenni. Un presidio contro la sicurezza? Forse, ma la maggioranza delle associazioni che si occupano di mobilità in ambito urbano non sono d’accordo, partendo dall’idea che la proposta sia “costruita” sulla base dell’idea di ciclista sportivo che è molto diversa dall’utilizzatore quotidiano. Un fraintendimento che può generare sconquassi.

Pinar Pinzuti, direttrice della Fiera del Cicloturismo e rappresentante italiana all'ECF
Pinar Pinzuti, direttrice della Fiera del Cicloturismo e rappresentante italiana all’ECF
Pinar Pinzuti, direttrice della Fiera del Cicloturismo e rappresentante italiana all'ECF
Pinar Pinzuti, direttrice della Fiera del Cicloturismo e rappresentante italiana all’ECF

La sicurezza non dipende solo dal casco…

«Utilizzare il caso è una cosa buona – specifica Pinar Pinzuti, rappresentante italiana nel consiglio di Eurovelo – ma renderlo obbligatorio è un’altra faccenda. Questo discorso nasce da un fraintendimento, quello con pensare che il casco sia un presidio “necessario” per la sicurezza. E’ utile, ma la sicurezza non dipende solo dal casco, anzi direi che parlare di questo fa nascondere sotto il tappeto problemi ben più gravi, come quello del traffico in città e della sicurezza delle piste ciclabili. Gli studi più recenti dicono che l’uso quotidiano del casco dopo una certa velocità oppure impatto con un altro veicolo non è detto che salvi la vita».

Un concetto ribadito da Loreto Valente, attivista di Bringyourbike specializzato nella promozione dell’uso della bici: «Non c’è uno straccio di dato a favore dell’esigenza di rendere il casco un presidio di sicurezza stradale. Ma per uno che si salva perché obbligato a indossare il casco, ce ne sono tanti che verranno investiti perché le città non prenderanno la strada della sicurezza attraverso riforme ben più importanti e mirate. Gli americani la chiamano Safety Numbers: più bici ci sono in circolazione, più queste vengono viste dalla persona in automobile, più c’è richiesta di infrastrutture e di una moderazione del traffico per rendere sicuro chi si sposta in bici.

Loreto Valente, fondatore di Bringyourbike, fortemente impegnato nella tutela di chi usa la bici
Loreto Valente, fondatore di Bringyourbike, fortemente impegnato nella tutela di chi usa la bici
Loreto Valente, fondatore di Bringyourbike, fortemente impegnato nella tutela di chi usa la bici
Loreto Valente, fondatore di Bringyourbike, fortemente impegnato nella tutela di chi usa la bici

I Paesi che hanno optato per l’obbligo

«Le persone non vengono uccise perché non indossano il casco, solo in una minima percentuale avrebbe potuto essere utile. Il problema vero è la velocità sulle strade, tanto è vero che i numeri forniti nella proposta di legge non tengono conto dei morti su strade extraurbane, che sono la maggioranza. Parliamo di dati? Allora consideriamo che nel totale dei decessi per incidenti in bici, oltre l’80 per cento aveva il casco in testa».

«Sono d’accordo – interviene Pinzuti – le azioni che andrebbero fatte sono altre: contenimento della velocità, maggiore visibilità dei ciclisti permettendogli anche di viaggiare affiancati in coppia oppure la segnaletica e infrastrutture fatte meglio. Sono solo 3 i Paesi che hanno scelto la via dell’obbligatorietà e che risposte hanno avuto? Una riduzione drastica del numero di utilizzatori della bici, tanto è vero che in Argentina ora stanno tornando indietro: se devo scendere a comprare il pane facendo 100 metri e per andare in bici dovrò usare il casco, finirà che sarò incentivato a prendere l’auto…».

In Australia l'imposizione del casco ha scatenato anche proteste plateali come raduni fuorilegge
In Australia l’imposizione del casco ha scatenato anche proteste plateali come raduni fuorilegge
In Australia l'imposizione del casco ha scatenato anche proteste plateali come raduni fuorilegge
In Australia l’imposizione del casco ha scatenato anche proteste plateali come raduni fuorilegge

Il fattore energia cinetica

Sembra di rivivere le polemiche che tanti anni fa accompagnarono l’obbligo del casco per l’uso di motorini (cosa che poi, soprattutto al sud non ha poi spinto più di tanto la gente a usarlo, confidando in controlli meno rigidi), ma qui Valente pone dei distinguo.

«Ricordo che in passato vennero portati a supporto della proposta di uso del casco per i ciclisti anche i dati relativi ai motorini. Ma si dimentica un fattore: l’energia cinetica. Un impatto relativo a un mezzo come la bici che in città raramente tocca i 20 chilometri orari è infinitamente diverso da un mezzo che arriva a 80-100, se non di più. E’ un potenziale offensivo ben diverso».

Parlando proprio di velocità, il discorso può cambiare relativamente alle bici a pedalata assistita? «Questo è un altro aspetto – risponde Valente – in Europa vige l’obbligo di un limite di 25 chilometri orari entro il quale l’uso del casco non è necessario. Se quest’obbligo venisse a cadere, come da più parti si propone per uniformare i mezzi a quelli extraeuropei, allora sì, sarebbe utile.

«E’ sempre questione di velocità: più aumenta, più crescono proporzionalmente i rischi e la gravità degli schianti. Quel che conta è l’energia cinetica che scaturisce da una semplice formula matematica: un mezzo per la massa, per la velocità al quadrato, il che significa che la velocità incide particolarmente sull’espressione dell’energia che ti colpisce».

La proposta di legge non considera le differenze fra l'uso della bici in città e sulle strade extraurbane
La proposta di legge non considera le differenze fra l’uso della bici in città e sulle strade extraurbane
La proposta di legge non considera le differenze fra l'uso della bici in città e sulle strade extraurbane
La proposta di legge non considera le differenze fra l’uso della bici in città e sulle strade extraurbane

Come disincentivare l’uso della bici…

E’ anche un problema di percezione: l’obbligo può essere un disincentivo all’uso della bici. «Questo è un pericolo reale, che va contro ogni politica legata alla mobilità e alla tutela ambientale – avverte Pinzuti – usciamo dall’equivoco che il casco sia un presidio di sicurezza, essa scaturisce da altri aspetti come piste ciclabili e limiti di velocità.

«L’uso del casco va bene se parliamo di utilizzo sportivo, comprendente anche le pedalate, siamo tutti favorevoli che le persone si proteggano, ma l’uso quotidiano è ben altra cosa e si basa su principi diversi. Non è un caso se in Australia e Nuova Zelanda, dove l’obbligo è stato introdotto, c’è stato un crollo dell’uso tale da far chiudere molte imprese di bikesharing. Teniamolo a mente…».

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