Il numero delle donne in bicicletta è, per fortuna, in costante crescita. Molto ha fatto l’avvento del gravel, che ha contribuito a togliere al ciclismo un certo alone di competitività… tossica che l’ha spesso attorniato. Specularmente, vediamo da qualche anno sempre più gare femminili di altissimo livello, coperte anche dalle dirette televisive, che hanno dato una grande spinta al movimento.
Dunque, qualcosa si muove, ma siamo sicuri che vada già tutto per il verso giusto? L’impressione, sentendo le confidenze di amiche e colleghe cicliste, ma anche semplicemente osservando molti comportamenti di noi uomini in bici, è che ci sia ancora diverso lavoro – e strada – da fare.
Per saperne di più di un tema così importante e delicato abbiamo contattato Francesca Quaglia, psicologa e psicoterapeuta, socia fondatrice del Centro Antiviolenza Belluno-DONNA. E ciclista, naturalmente.


Francesca, nella tua esperienza come siamo messi in Italia con la libertà delle donne in bici?
Se guardiamo alla storia delle donne e della bicicletta, possiamo dire che le pioniere delle due ruote pedalavano già verso qualcosa che andava oltre lo sport. Pedalavano verso l’emancipazione, verso l’autonomia, verso una diversa presenza femminile nello spazio pubblico. Non a caso, l’idea che una donna potesse andare in bicicletta ha suscitato per decenni molte obiezioni.
Per quali aspetti?
Dall’abbigliamento ritenuto inappropriato, ai timori pseudo-medici sulle deformazioni o sulle malattie. Il mondo maschile, in larga parte, fu piuttosto coeso nell’esprimere dubbi, molte donne invece compresero subito il potenziale della bici come strumento di libertà. Questa intuizione storica in fondo è ancora, in parte, attuale. Per questo oggi faccio fatica a dire in modo netto che in Italia la libertà delle donne in bici sia raggiunta.
Come mai?
La mia impressione è che sia ancora a macchia di leopardo. Dove la bici è normalizzata e protetta – con reti continue, zone 30, traffico calmierato – la libertà cresce. Dove invece la bici è tollerata ma non davvero prevista, quella libertà si restringe e diventa gestione del rischio. E poi c’è un punto decisivo: la libertà delle donne in bici non è solo un tema di infrastrutture o di sicurezza stradale in senso stretto. E’ anche un tema di spazio pubblico e di micro-aggressioni.
Che cosa intendi?
Se pedalare significa dover anticipare commenti, giudizi, intrusioni, allora quella non è piena libertà. E’ una libertà condizionata. Se poi allarghiamo lo sguardo ai dati sulla diffusione di violenze e discriminazioni subite dalle donne in Italia, è difficile sostenere che proprio in bici questo problema sia magicamente risolto. Anzi, è più realistico pensare che la strada rispecchi, in parte, gli stessi squilibri culturali che vediamo altrove.


Cosa potrebbero fare le donne per sentirsi più libere e sicure in bicicletta? O, forse, sarebbe meglio chiedersi: cosa potrebbero fare gli uomini a riguardo?
Prima di focalizzare l’attenzione su dare consigli pratici alle donne, vale la pena fermarsi sulla cornice della prima delle due domande. Rischiamo di ripetere un copione culturale in cui la libertà femminile è sempre condizionata al “come si è comportata lei”, invece che al “come ci comportiamo noi nello spazio pubblico”. Sposta il fuoco dalla responsabilità di chi agisce molestie o prevaricazioni a chi le subisce. Il punto è che ancora oggi una donna da sola in bici viene spesso letta in modo diverso. Per alcune persone non è semplicemente una persona che si sposta, ma un corpo esposto a commenti, valutazioni, intrusioni. E qui entra il tema della sicurezza reale e percepita.
Spiegati meglio, per favore…
Sappiamo che le molestie nello spazio pubblico possono diventare un deterrente alla mobilità e colpiscono in modo sproporzionato donne e persone non binarie. Quindi la domanda più giusta è un’altra: cosa devono fare gli uomini per non rendere lo spazio pubblico ostile? Perché la libertà non dovrebbe dipendere dall’abilità di una donna di “gestire il rischio”, ma dal rispetto altrui e da regole sociali condivise. L’obiettivo è normalizzare la presenza femminile, senza farla passare continuamente al vaglio di giudizi e intrusioni.
Ci fai qualche esempio di atteggiamenti problematici?
Alcuni comportamenti non sono semplici leggerezze, ma forme di dominanza nello spazio e rimandano alla dimensione del potere. Da un lato c’è il potere di un mezzo più grande su uno più piccolo. Dall’altro, in molti casi, anche un potere di genere. Per fare esempi concreti: sorpassi a filo o troppo ravvicinati, clacson, sfanalate, accelerazioni fatte per mettere pressione. Sono comportamenti che non riguardano solo le donne: li subiscono in generale chi pedala, ciclisti e cicliste, perché spesso la bici viene trattata come un ostacolo e non come una persona.
Se invece lo fa una donna…
Per le donne, però, a questo si aggiunge spesso un livello ulteriore. Commenti sul corpo, sul fatto stesso che una donna in bici venga percepita come un evento. Oppure consigli non richiesti, il classico mansplaining, che comunicano implicitamente: tu qui sei sotto esame.


Come si distingue quello che ad alcuni può sembrare un complimento con un atteggiamento prevaricatore? Sembra che per noi uomini a volte non sia ancora facile capire la differenza.
Possiamo usare una regola semplice: un complimento non deve invadere, un comportamento prevaricatore si prende spazio. Per esempio: in strada, mentre una persona è in movimento, un commento sul corpo non è gentilezza, è intrusione. Se c’è asimmetria, cioè tu puoi andartene ridendo e l’altra persona resta con paura o disagio, non è un complimento, è esercizio di potere. Se, in assenza di risposta o davanti a un segnale di chiusura, insisti, non è un complimento, è pressione.
Da cosa dipende?
E’ anche incapacità di accettare un rifiuto. E c’è un punto fondamentale: le donne non sono oggetti. Quindi non è un complimento commentare il corpo o la presunta disponibilità di una persona. Infine, è importante non nascondersi dietro l’intenzione: «Io scherzavo». Più che l’intenzione, conta la responsabilità. Se il tuo comportamento genera intimidazione, disagio o paura, l’effetto non può essere sminuito.
In che modo il ciclismo, in tutte le sue forme, può essere uno strumento di libertà?
Proprio per la sua storia, il ciclismo può essere uno strumento di libertà in un senso molto concreto e in un senso simbolico. Concreto, perché la bici dà autonomia: ti muovi con i tuoi tempi, scegli il percorso, abiti il territorio in modo diretto. Non dipendi da qualcuno che ti accompagna, da orari rigidi, da mediazioni. Questo, per molte donne, ha significato e significa ancora moltissimo. Simbolico, perché andare in bici vuol dire occupare spazio pubblico con il proprio corpo in movimento, in modo visibile, autonomo, non passivo.
Questo, storicamente, è stato rivoluzionario?
Non è un caso che figure, alla fine dell’ 800, come Susan B. Anthony abbiano riconosciuto alla bicicletta un ruolo importante nell’emancipazione femminile. Ma proprio perché la bici è libertà, diventa anche un ottimo rivelatore dei limiti che quella libertà incontra ancora oggi.


Ci fai degli esempi?
Lo vediamo non solo in strada, ma anche nel modo in cui vengono raccontate le donne nello sport. Basta pensare a certe narrazioni emerse anche durante le recenti Olimpiadi. A fronte di una presenza femminile ampia, visibile e vincente, molti titoli hanno continuato a usare cornici stereotipiche, spostando l’attenzione dalla prestazione alla bellezza, al look, al make-up, oppure alla maternità e alla dimensione familiare.
Come se la vittoria, da sola, non bastasse?
Come se il gesto atletico, il tempo, la strategia, la competenza dovessero essere accompagnati da un aggancio di genere per risultare interessanti. E’ come se il titolo dicesse: «Sì, ha vinto… ma ricordiamoci che è una donna». Questo meccanismo non è nuovo. Anzi: rievoca con forza un precedente storico che conosciamo bene.
Quale?
Nel 1924, quando Alfonsina Strada partecipò al Giro d’Italia, la stampa si divertì a oscillare tra infantilizzazione, stupore paternalistico, valutazione estetica e giudizi morali. La sua impresa, sportiva e simbolica, veniva spesso tradotta in racconto di costume: la donna eccezionale, la donna curiosa, la donna che sorprende, la donna da commentare. A distanza di un secolo, con contesti e linguaggi cambiati, sembra riemergere una continuità.
Come se non fosse cambiato nulla?
Quando una donna entra in uno spazio di massima competizione, una parte della narrazione pubblica tende ancora a riportarla a ciò che culturalmente ci si aspetta da lei. Ecco perché per me il ciclismo è ancora oggi uno strumento di libertà. Non solo perché ti porta da un punto A a un punto B, ma perché mette in gioco il diritto di essere presenti nello spazio pubblico e nello sport senza dover essere continuamente reinterpretate attraverso stereotipi.


Il movimento delle donne in bici è in crescita ma c’è ancora molto da fare per colmare il gap. Cosa suggeriresti a riguardo?
Quando parliamo del gap nel movimento delle donne in bici, secondo me è importante non separare mai il livello individuale da quello culturale e collettivo. Già nel 1886 Maria Ward, nel suo “The Common Sense of Bicycling: Bicycling for Ladies”, sottolineava quanto fosse importante, per una donna, saper riparare da sola i guasti della bici. E’ un’intuizione molto moderna: l’indipendenza si misura anche da qui, dalla possibilità di non dipendere sempre da qualcun altro. Il punto è che questa possibilità, storicamente, non è stata davvero favorita.
Perché, secondo te?
Gli stereotipi di genere hanno relegato le donne in altri spazi e spesso le hanno tenute lontane anche dai luoghi della tecnica, come l’officina, facendo passare l’idea che certe competenze non fossero “per loro”. Per questo, a livello individuale, non parlerei solo di imparare qualcosa in più, ma di creare condizioni di accesso. Spazi accoglienti, apprendimento condiviso, trasmissione di competenze senza giudizio. In altre parole, ciò che possiamo fare individualmente passa spesso attraverso una dimensione collettiva.
Per quanto riguarda il piano istituzionale invece?
Serve cambiare la cultura che legittima la discriminazione, e favorire l’emancipazione femminile a tutti i livelli, quindi anche nella mobilità, nello sport e nella relazione con la tecnica. In questo senso mi piace molto anche partire da piccoli gesti concreti. Per esempio, grazie alla complicità di un meccanico, stiamo sviluppando un breve corso di autonomia per la riparazione della bici in viaggio, pensato per un piccolo gruppo di donne. Mi sembra un esempio semplice ma significativo.
Perché?
Non perché le donne debbano arrangiarsi da sole, ma perché l’autonomia tecnica, quando è scelta e condivisa, può diventare uno strumento di libertà. L’autonomia non è solo pedalare da sole. E’ poter contare anche sulle proprie competenze, in uno spazio che finalmente non ti esclude.


Credi che quando le donne in bici non saranno più una minoranza ma la normalità le cose miglioreranno?
Sì, probabilmente sì, perché la normalità cambia le regole non scritte: diminuisce l’idea che la donna in bici sia un’eccezione, e aumenta il rispetto come comportamento di base. Però non basta aspettare che i numeri crescano. Se aumentano le persone in bici senza infrastrutture adeguate e senza una cultura del rispetto, può aumentare anche l’esposizione al rischio.
A quali condizioni le cose cambieranno davvero?
La svolta vera arriva quando la bici diventa insieme ordinaria e protetta. In quel momento la libertà non è più coraggio individuale, diventa una condizione collettiva. La questione non è solo quante donne pedalano, ma in che condizioni di libertà pedalano. Se devono difendersi continuamente, non siamo ancora alla normalità, se possono semplicemente andare, allora sì. Non voglio un mondo in cui le donne imparano a difendersi meglio per pedalare. Voglio un mondo in cui non debbano difendersi per pedalare.







