L’inverno è bello, affascinante sotto molti aspetti. Aiuta a rallentare il ritmo, a mettere assieme i pensieri, a riposarsi dopo una stagione e progettare la successiva. E poi i tramonti sono più belli. Ma per andare in bici, in effetti, specie nel Nord Italia, non è proprio il periodo ideale. Fa freddo, a volte addirittura – anche se sempre più di rado – c’è la neve, e se non proprio neve magari il ghiaccio, o anche solo la brina. E però se uno/a non vuole lasciare la bici in garage da novembre a febbraio con queste cose deve farci i conti, e provare a sopravvivere fino a primavera.
Discese infide e come affrontarle
Quindi mi armo di giacca, gambali, guanti e copriscarpe e comunque parto. Meglio abbassare prima la pressione delle gomme, anche col rischio di sacrificare le prestazioni. Perché ormai sono abbastanza vecchio e saggio (anche se non ancora quanto Alberto Fossati) da sapere che anche se c’è bel tempo, d’inverno, il fondo stradale è sempre insidioso.
Oggi parto in discesa. Nelle gare di ciclismo si dice spesso che le discese più pericolose non sono quelle bagnate, ma quelle mezze bagnate e mezze asciutte. Viene voglia di lasciare andare la bici nei tratti puliti, poi però di colpo arriva una curva umida e patatrac.
Ecco, in inverno le discese sono sempre così, o comunque sarebbe meglio considerarle tali. Il perché è presto detto. In un tornante al sole l’asfalto può essere perfetto, e in effetti magari lo è anche. Ma in quello successivo, se solo è all’ombra, l’asfalto può rimanere scivoloso e infido fino a metà primavera. Ormai sono abbastanza vecchio e saggio da saperlo, e infatti lo so, eppure nell’ultima curva della discesa mi faccio quasi fregare.
Tornanti umidi e salite bagnate
L’inizio è al sole, e piego deciso la bici all’interno. A metà curva però degli alberi coprono il sole, il fondo stradale diventa di colpo più scuro, e sento lo pneumatico perdere leggermente il suo salvifico attrito. Me ne accorgo in tempo e recupero. Un attimo in più e assieme alla ruota anteriore sarebbero partiti per la tangente anche il riposo, i progetti per la stagione e magari pure i tramonti.
Ma d’inverno anche la salita ha le sue criticità. Perché la pendenza è la stessa che d’estate, ma la differenza è che siamo molto più vestiti e quindi, specie poi ci ingarelliamo con qualche amico, nonostante il freddo sudiamo come ossessi e una volta in cima, quando cioè è ora di scendere, sono dolori. A me, almeno, capita così. Sempre patito il caldo, anche d’inverno, sempre sudato molto, anche a dicembre. Quindi dopo essere arrivato in cima alle insidie della prima discesa nella seconda si è aggiunto anche il disagio del freddo umido lungo la schiena. D’altronde l’inverno è una stagione di estremi, e magari è bella anche per quello.
Lo sterrato rallenta, lo sterrato libera
L’ultimo tratto prima di tornare a casa lo faccio su un saliscendi in sterrato dove c’è ancora qualche chiazza di neve, pozzanghere ghiacciate, lunghe lingue di brina. Paradossalmente lì tutto diventa più semplice. Nei tratti in discesa vado sempre piano, in quelli in salita la ruota slitta e vado così lento che sudare diventa impossibile anche a me. E dopo quell’ultimo tratto arrivo a casa finalmente rilassato.
Perché forse è a questo che serve l’inverno. Per andare piano, godersi i panorami, usare la bici come strumento di riflessione e non di competizione, pedalare per il gusto di pedalare. Anche perché per fortuna le granfondo, le tabelle di allenamento ad alta intensità, insomma tutto lo stress performativo della bella stagione, per ora sono ancora dei miraggi lontani. Tutte cose che Alberto Fossati sa già, ma un giorno sarò anch’io abbastanza vecchio e saggio da capirle per conto mio.
D’altronde un nuovo anno è appena cominciato. Auguri a tutti.