Il primo agosto 2023, Katia si sta recando al lavoro presso la Provincia di Piacenza pedalando da Gossolengo a Piacenza, che distano circa 10 chilometri. Lo fa come ogni giorno in bicicletta, una MTB di Decathlon, lungo la Ciclovia del Trebbia, avendo aderito al programma Bike to work che incentiva l’uso delle biciclette per recarsi al lavoro. Venti centesimi per chilometro fino a 50 euro al mese: guadagno sostanzialmente simbolico, ma la sensazione di fare qualcosa di utile per se stessi e per il mondo. La sua posizione è seguita dal GPS che verifica i chilometri pedalati per andare al lavoro e racconta che la sua velocità è di 15-16 orari.
Sembra tutto come al solito, quando in corrispondenza di una curva stretta a dieci minuti da casa sua, Katia ha un incidente contro una e-bike. Non ha il tempo per reagire, la visibilità della curva è limitata e l’impatto frontale è inevitabile. Lei si ritrova sull’asfalto e riesce a chiamare suo marito Marco. L’altro, un cittadino egiziano, si lamenta ad altissima voce.
Marco Beretta, questo il nome del marito, si precipita sul luogo e trova i soccorritori già all’opera (in apertura, foto Il Piacenza). Essendo la sua una famiglia di ciclisti (oltre alla moglie Katia, anche Marco è un pedalatore e il figlio ha corso negli juniores e ora fa le gran fondo), si accorge del tipo di bici e dei segni piuttosto lunghi della frenata sull’asfalto. La velocità della bici elettrica era certamente notevole. Di fronte a questa osservazione, il vigile presente sul posto, ascolta e allarga le braccia. Ma le priorità sono altre, Katia è davvero malconcia e Marco si avvia con lei verso l’ospedale di Piacenza.


Come una moto
Beretta racconta, il caso è illuminante per quanto riguarda la presenza di e-bike non omologate e troppo veloci su piste ciclabili. Mezzi che corrono come motorini, ma sono sprovvisti di assicurazione. E’ notizia di pochi giorni fa il sequestro a Trento di una simile bici che filava a 85 all’ora su una ciclabile. Il ciclista che la usava indossava un casco da moto e ha raccontato di averla comprata su un sito cinese.
«La bicicletta – dice Beretta – doveva essere una comune fat-bike, invece si è rivelata una bicicletta dal motore di 500 watt di potenza nominale continua. Questo importante dettaglio l’ho evinto io dalle foto e a seguito di mail inviate al produttore in Cina. Dal verbale originario si evince che la Polizia Locale non aveva riscontrato alcun segno di frenata, ha scritto in modo errato il nome della bici elettrica e non ha posto a sequestro il mezzo elettrico.
«Alla luce di questo il mio avvocato ed io abbiamo sporto querela nei confronti del conducente. La querela è stata sporta anche dalla controparte, ma il PM l’ha archiviata. La nostra querela molto probabilmente si tramuterà in denuncia, viste le lesioni e la perdita dell’olfatto da parte di mia moglie».


Tre settimane in ospedale
Il conducente della e-bike che ha sporto a sua volta denuncia non è fuggito perché nell’impatto anche lui ha subito una lesione facciale.
«Quando sono arrivato sul posto – racconta Beretta – sentivo delle urla di dolore, ma non erano di mia moglie, che in silenzio si era affidata ai soccorritori ed era preoccupata per il lavoro. Lui era steso, lo stavano medicando e in un primo momento sembrava che avesse avuto delle lesioni davvero gravi, anche se l’hanno dimesso dall’ospedale il giorno dopo. Mia moglie invece l’hanno ricoverata e in ospedale c’è stata per tre settimane, poi l’hanno portata a Parma».




L’assicurazione tentenna
L’investitore è nullatenente, ma precisa Beretta che la denuncia non punta a un risarcimento da parte sua, che pagherà eventualmente per l’uso di una bicicletta non omologata e le eventuali infrazioni che saranno dimostrate. L’azione legale era necessaria per ricorrere al Fondo di Garanzia Vittime della Strada di Consap, liquidato da UnipolSai Bologna.
«Ma qui – prosegue Beretta – abbiamo trovato un muro di gomma. Nonostante le prove fotografiche e tutte le mail che ho raccolto in questi mesi, vogliono l’affermazione da parte di un giudice che la bicicletta dell’investitore non fosse omologata e che fosse priva di assicurazione RC. In questo caso procederebbero al risarcimento, che sarebbe comunque parziale. Mia moglie infatti ha acceso la pratica a INAIL per infortuni in itinere ed è stata stabilità un’invalidità del 23 per centro. Ma non è per un fatto certo economico, quanto di principio. Non è bello essere presi in giro da chi dovrebbe tanto tutelarci e non lo fa».


Nessun provvedimento
Katia da quel giorno ha smesso di usare la bicicletta. Il Bike to work è un bel modo di riempirsi la bocca se poi accadono episodi come questi e le ciclabili diventano luoghi non protetti e pericolosi al pari delle strade su cui sfrecciano le moto vere.
«Non capisco perché non si prendano provvedimenti – conclude Marco – non servono grandi mezzi per accertare se una bici sia fuorilegge, perché nella maggior parte dei casi ce l’hanno scritto sul telaio. Se la bicicletta ha una potenza nominale continua del motore superiore o equivalente a 500 watt, a meno che non sia un e-cargo bike, è fuori legge. Non c’è bisogno di metterla sui rulli. Eppure non tutti procedono al sequestro, come invece fanno a Milano, Trento e Verona. Fosse una questione di lana caprina, potrei capire. Però qua ci vanno di mezzo la salute e la vita dei cittadini. E non capisco perché non si scelga di fare qualcosa».







