Quella di Emmanuel Akpor Adjei è da considerare una delle più grandi avventure in bicicletta dell’anno appena trascorso. Un’impresa solitaria che non solo ha avuto vasta eco in Germania, dove il 37enne ghanese risiede, ma in tutta l’Africa, essendo il primo ciclista del continente ad affrontare un lunghissimo viaggio in solitaria sulla sua bici, da Monaco fino alla sua terra d’origine con l’obiettivo di raccogliere 100 mila euro da destinare a EduSpots, iniziativa dedicata alla promozione dell’istruzione nel suo Paese. Il suo non è stato solo un viaggio fisico attraverso due continenti e decine di confini, ma un pellegrinaggio dell’anima, un ritorno alle radici compiuto con la forza dei propri muscoli e la purezza di un sogno.
Emmanuel vive in Germania, precisamente in Baviera, dal 2012. Originario di Tehie, aveva coltivato la sua passione per la bici nella sua terra e non sono certamente in molti a farlo da quelle parti considerando la mancanza d’infrastrutture e di mezzi. Si è laureato a Monaco in Scienze Motorie e dello Sport. Come molti membri della diaspora africana, sentiva il richiamo di casa, ma voleva che il suo ritorno fosse diverso. Non voleva un volo di sei ore che lo catapultasse da un clima all’altro senza soluzione di continuità. Voleva “sentire” la distanza, vedere i paesaggi cambiare gradualmente e incontrare le persone che abitano le terre che separano l’Europa dall’Africa Occidentale. Un viaggio non solo sul campo, ma nell’anima, nella sensibilità stessa del suo continente d’origine, per misurarne i cambiamenti politici sì, ma soprattutto di sensibilità delle persone.


Un viaggio iniziato da lontano
Senza essere un ciclista professionista, Emmanuel ha iniziato a prepararsi. Ha acquistato una bicicletta robusta, l’ha equipaggiata con borse laterali cariche di tenda, sacco a pelo, pochi vestiti e attrezzi per le riparazioni, e nel 2024 ha dato i primi colpi di pedale verso sud.
Il viaggio è iniziato attraversando le piste ciclabili ordinate della Germania, dell’Austria e della Svizzera. In questa prima fase, la sfida principale era climatica e fisica. Abituare il corpo a pedalare per 80-100 chilometri al giorno, ogni giorno, carichi di bagagli, richiede una disciplina ferrea. Emmanuel ha attraversato la Francia e la Spagna, dormendo spesso in campeggio o ospite di persone incuriosite dalla sua bandiera ghanese che era sempre attaccata al portapacchi, per ricordare agli altri la sua provenienza e a lui le ragioni per cui sosteneva una simile impresa.


Una traversata a ritroso
Raggiunto lo Stretto di Gibilterra, il viaggio ha subito una trasformazione radicale. Lasciare l’Europa significava lasciarsi alle spalle le infrastrutture ciclabili sicure per addentrarsi in un continente vasto e spesso imprevedibile. Era un vero viaggio verso l’ignoto, in senso contrario a quello di tanti suoi connazionali che mettono a rischio la propria vita e si sottopongono anche ad atroci torture, fisiche ma anche psicologiche, per raggiungere il sogno di trasferirsi in Europa. Spesso gli hanno chiesto dove trovasse quel senso di resilienza e Emmanuel si è sempre schernito: «E’ niente in confronto a coloro che attraversano il Mediterraneo, rinunciando a tutto e sperando d’incontrare quella mano che li raccolga prima di soccombere in mare. Gli eroi sono loro…».
Una volta sbarcato in Marocco, Emmanuel ha iniziato la parte più dura e significativa del suo tragitto. Attraversare il Marocco ha significato confrontarsi con le montagne dell’Atlante e, successivamente, con l’immensità del Deserto del Sahara. E’ qui che la sfida mentale ha superato quella fisica. Le temperature torride, il vento contrario carico di sabbia e i lunghi tratti di strada solitaria tra un avamposto e l’altro hanno messo a dura prova la sua resistenza.


L’importanza del sostegno social
Il passaggio attraverso la Mauritania e il Senegal ha segnato un cambio di scenario: dal giallo ocra del deserto al verde lussureggiante dell’Africa tropicale. Emmanuel ha documentato il suo viaggio sui social media, attirando l’attenzione di migliaia di follower che lo incoraggiavano da ogni parte del mondo. Le sue foto non mostravano solo fatica, ma sorrisi condivisi con i locali, pasti consumati ai bordi della strada e la straordinaria ospitalità africana.
Oltre alla fatica fisica, un viaggio del genere comporta sfide burocratiche enormi. Emmanuel ha dovuto gestire visti, controlli alle frontiere e la sicurezza in regioni talvolta instabili. Paesi come la Guinea, la Costa d’Avorio e infine il Togo sono stati tappe fondamentali. Ogni confine superato era una vittoria, un passo più vicino all’abbraccio della sua famiglia ad Accra. Anche il “suo” Ghana, pur essendo considerato tra i Paesi più all’avanguardia del continente africano, non vive tempi semplici, anzi. Ma era pur sempre casa sua e questo gli ha consentito di superare anche i momenti più duri, di affrontare la paura che spesso lo accompagnava. Era quasi un tributo da versare verso il destino, che gli aveva consentito di studiare e di potersi trasferire, trovare quella vita per tanti normale, per lui una conquista.


Il fascino dell’Africa, vera e non stereotipata
Il suo messaggio era chiaro: l’Africa è un continente di pace e bellezza, lontano dai cliché di guerra e povertà spesso trasmessi dai media occidentali. Attraverso la sua bicicletta, Emmanuel è diventato un ambasciatore informale della fratellanza tra i popoli. Dopo mesi di viaggio e oltre 10.000 chilometri percorsi, l’ingresso di Emmanuel Akpro Adjei in Ghana è stato un evento mediatico nazionale. Al suo arrivo alla frontiera e successivamente nella capitale Accra, è stato accolto da folle festanti, ciclisti locali che si sono uniti a lui per l’ultimo tratto e persino autorità governative.
Il suo ritorno non è stato solo il completamento di una sfida sportiva, ma un simbolo di speranza per molti giovani africani. Emmanuel ha dimostrato che con la determinazione è possibile abbattere barriere che sembrano insormontabili e che il legame con le proprie radici è un motore potente.


Tornare per costruire
Oggi, l’impresa di Emmanuel continua a ispirare. Ha dimostrato che il viaggio lento, quello che permette di guardare negli occhi le persone, è il modo migliore per scoprire il mondo e se stessi. La sua bicicletta, ora un cimelio di questa incredibile odissea, è il simbolo di come un uomo comune possa compiere gesta straordinarie se mosso dal desiderio di connettere due mondi così diversi ma così legati tra loro. «Ho voluto questo percorso per promuovere anche una cultura ciclistica positiva in tutta l’Africa – ha detto nella cerimonia ufficiale vissuta il giorno dopo il suo arrivo nella capitale – e per dire ai giovani che abbiamo il potenziale, abbiamo quello che serve per ottenere anche qualcosa di straordinario. Ma soprattutto che non basta partire. Bisogna tornare. Tornare per costruire».
Emmanuel Akpro Adjei non ha solo pedalato dalla Germania al Ghana; ha tracciato una rotta di coraggio, mostrando che il ponte più solido tra l’Europa e l’Africa non è fatto di acciaio o cemento, ma di sogni, fatica e umanità. Sui media africani la sua impresa è stata una delle notizie principali dell’anno, i social si sono riempiti della sua avventura, del suo esempio. L’obiettivo economico è stato ampiamente superato e Emmanuel è tornato alla sua vita di tutti i giorni, al suo lavoro all’ospedale universitario come cardiologo e medico sportivo, arricchito non economicamente ma spiritualmente: «Se anche una sola persona guarda ora la nostra realtà in maniera diversa, ne è valsa la pena…».







