Si ha un bel dire che sono tempi foschi quelli che stiamo vivendo, con molti focolai di guerra sparsi per il Pianeta. Eppure il giro del mondo in bici non è mai stato una moda diffusa come ora. E per qualcuno che parte come Simone Avataneo scattato domenica dal Cuneese c’è chi è appena tornata: Monica Consolini sta lentamente provando a tornare alla normalità dopo due anni vissuti in sella, conoscendo realtà le più diverse. Insomma, vivendo…


Da Lago di Garda su una bici in acciaio
La sua esperienza è ancora freschissima non solo nei ricordi, ma soprattutto nell’animo e Monica con la sua verve e le sue riflessioni è la persona adatta anche per andare oltre le emozioni del viaggio, per spiegare come si fa a mettere la propria quotidianità in stand by per andare alla scoperta del mondo e in fondo anche di se stessi.
Monica parte dai numeri: «Sono partita da Lazise il 13 gennaio 2024 e sono tornata il 17 gennaio di due anni dopo, facendo in totale più di 31 mila chilometri. Avevo una bici in acciaio Bressan, un piccolo produttore veronese molto conosciuto nel mondo del cicloturismo, che fa bici su misura e avevo delle borse Miss Grape, due dietro neanche troppo grandi, più una borsa sul telaio e due borsettine piccoline da 6 litri, una per ogni forcella. Poi una borsa sotto manubrio dove mettevo tenda, materassino, sacco a pelo e dietro, tra le due borse posteriori, avevo una sacca per il cibo. In totale portavo intorno ai 45-50 chili».


La Mongolia, agognata ma “traditrice”
Lo studio del percorso ha coinvolto la veneta per molto tempo prima del viaggio: «L’idea era nata da una decina d’anni, ma concretamente ho iniziato a programmarlo un anno e mezzo prima, insieme anche a degli amici che mi hanno aiutato. Praticamente ho unito dei puntini che volevo visitare. Mi sono informata parlando con altri viaggiatori, per capire quale fosse la strada migliore, più sicura, ma anche più bella. Sono andata verso est, quindi ho fatto tutta la costa balcanica. Era inverno e ho seguito la costa per evitare il freddo.
«Sono arrivata giù in Grecia, ho traghettato per la Turchia e ho proseguito poi per la Georgia. Arrivata a Tbilisi, ho preso un volo di un’oretta per Aktau, che è nel Kazakistan, nella parte ovest, proprio sul Mar Caspio iniziando un viaggio per le repubbliche ex sovietiche tornando alla fine in Kazakistan ad Almaty dove ho preso un altro volo per la Mongolia».
Questo è uno dei primi luoghi dove Monica aveva messo un cerchio rosso, per conoscerlo meglio: «La mia idea era di vederla un po’ tutta, ma dopo 5 giorni ho preso la polmonite, sono dovuta tornare nella capitale Ulanbaator e sono rimasta ferma un mese. Da lì sono andata in Cina fino a Pechino. L’ho fatto in pullman perché non potevo ancora pedalare per le condizioni fisiche, la polmonite era stata bella tosta. Nei 15 giorni che si può stare in Cina senza visto, sono rimasta a Pechino e da lì ho preso un volo per il Canada.


Il fascino delle Ande percorse verso sud
«A Vancouver ho ricominciato a pedalare per il golfo delle isole. Ho disceso la costa pacifica degli Stati Uniti fino a San Diego. Sono risalita verso Los Angeles e ho preso un volo per Quito, da lì ho iniziato a pedalare lungo le Ande fino a Ushuaia, passando per Argentina, Cile e Perù, dove ho fatto uno stacco di 40 giorni perché sono caduta riportando una microfrattura al polso e ho anche perso un dente.
«A Ushuaia ho preso un volo per Madrid, poi Lisbona e la costa fino a Barcellona. Ho preso un traghetto per Porto Torres, da lì 100 chilometri fino a Santa Teresa di Gallura, altro traghetto per la Corsica, salendo da Bonifacio a Bastia e traghetto per Livorno per tornare a casa».
I punti più belli e più brutti lungo il cammino? «I più belli sicuramente il Pamir, il Tajikistan e i territori ex sovietici, la Mongolia mi è piaciuta tanto come la Ruta delle Lagune in Bolivia e l’Amazzonia nelle parti equadoregna e peruviana. Non c’è un posto brutto, ma quello che mi è piaciuto meno credo sia stato il pezzo degli USA, non per i paesaggi, ma la società».


L’America prima di Trump, già in sofferenza
Qui si apre una breve parentesi. Il viaggio di Monica ha coinciso con il periodo delle elezioni, quindi non c’era ancora l’effetto Trump al quale stiamo tutti assistendo: «L’ho trovata una società piena di contrasti, di conflitti latenti. Già allora mi dicevo che non ci sarei tornata ed ero nella parte occidentale, meno legata al pensiero del presidente. Il confronto con Asia e Sudamerica, dove la vita è molto semplice, la gente super disponibile, è impietoso».
Come si fa ad affrontare un viaggio del genere, lasciandosi tutto alle spalle? Monica non si nasconde le difficoltà anche psicologiche legate a un viaggio simile: «Dico sempre che la parte più difficile è partire. Quando parti è un salto nel vuoto: avevo questo sogno di conoscere e di vedere il più possibile, ma dovevo rinunciare a tutto, investire i miei risparmi per finanziarmi il viaggio e soprattutto mettere da parte gli affetti, la cosa più difficile. Varie persone sono venute a trovarmi in diversi punti del mondo, stavano una settimana al massimo, erano una parentesi. Alla fine però la voglia di andare a scoprire era più forte di tutto».


Ricominciare, la parte più ardua
Ora però viene il difficile, riavviare la propria vita lavorativa, la propria quotidianità. «Mi ero tenuta qualcosa di margine dal punto di vista economico per il periodo di rientro, la scelta che ho fatto è di prendermi del tempo, quindi di non riprendere a lavorare subito. Far decantare le emozioni, trascorrere il tempo con la famiglia e gli amici, rientrare nella quotidianità con calma, senza contraccolpi. Non è una cosa facile e mi preoccupa assolutamente. E’ come quando esci dalla maturità e devi decidere cosa fare, hai mille idee ma nessuna certezza».
Tornando al viaggio, qual è il rapporto con la paura? «Non è mai stata legata a un posto, più a fatti o episodi. Ma la paura è una grande amica, perché è quella che ti fa stare in allerta, ti fa valutare meglio. A volte è più immaginata che reale. Non mi è mai successo niente di brutto, ma se non sai bene dove sei o non capisci alcune cose, è ovvio che la paura c’è, ma va bene che ci sia».


Il conflitto fra gioia e nostalgia
Il ritorno è un continuo balletto fra gioia e malinconia: «Non ho ancora ben capito che cosa prevalga, ma già quando sono tornata in Europa sentivo che mancava poco alla fine e c’era sia grande gioia per riabbracciare i miei cari, sia l’incertezza dettata dall’aver vissuto un’esperienza talmente grande che ti chiedi come sarà tornare a casa. Non c’è più la novità che vivi ogni giorno nel non sapere cosa succederà un’ora dopo. La gioia che provo è mista a quel senso di nostalgia che ogni ricordo porta con sé».







