Appena scesi dal van che ci ha portato a Ninh Binh, una città a sud-ovest di Hanoi lungo la foce del Fiume Rosso, il Vietnam ha deciso di darci il benvenuto con una leggera pioggerellina di una quindicina di minuti. Tuttavia, le temperature decisamente più miti rispetto a quelle europee non ci hanno creato particolari problemi nel pedalare sotto la pioggia.
Come in un film dello Studio Ghibli
Ninh Binh è famosa in Vietnam per le spettacolari montagne calcaree carsiche che emergono dal paesaggio di risaie. La sensazione è stata quella di essere entrata dentro un film dello Studio Ghibli. Il percorso del primo giorno era stato deciso volutamente corto (circa 37 km) e pianeggiante, per poter aggiustare e regolare le bici, che non avevamo avuto la possibilità di usare prima di allora. Ci è piaciuta molto la presenza di stradine sterrate costellate di ristorantini turistici, proprio ai piedi delle montagne calcaree. E’ stato uno dei pochi posti, oltre a Pu Luong dove abbiamo incontrato occidentali in bici.
Allontanatici dalle formazioni rocciose, abbiamo proseguito la nostra pedalata tra le risaie. Che ci hanno lasciati a bocca aperta (ma non troppo, altrimenti mangiavamo moscerini) per la loro vastità e immensità. Ci ha colpito come i contadini lavorino ancora a mano, utilizzando al massimo gli animali per aiutarsi nell’aratura dei campi.


Sapori forti e condivisione
Arrivati nel primo albergo, una bellissima struttura con SPA immersa nelle risaie, è iniziata la nostra esperienza culinaria vietnamita. Abbiamo provato l’hot pot, che consiste in una pentola di brodo lasciata riscaldare al centro del tavolo, nella quale si fanno bollire pezzi di carne e verdure. E’ un piatto presente anche in alcuni ristoranti etnici nelle città italiane. Ci è piaciuta molto l’idea di condivisione e spensieratezza nello stare a tavola, tipica della cultura vietnamita.
Il vero problema sono state le colazioni: il dolce è praticamente inesistente! Ci siamo dovuti abituare a riso fritto, tofu, noodle e salsicce di prima mattina.


Secondo giorno: la catena rotta
Una volta ambientati alle strade vietnamite, è iniziata la nostra avventura in direzione Pu Luong, una riserva naturalistica tra le montagne, aperta al pubblico dalle popolazioni Thai da soli 10 anni. La tappa prevedeva un percorso vallonato di circa 90 Km, con arrivo in salita a Pu Luong. Il tragitto intrecciava tratti e sentieri sterrati tra le foreste e aree rurali a strade principali poco trafficate.
Abbiamo trovato particolarmente divertente la possibilità di sfrecciare su sentieri sterrati in mezzo alla foresta di canne di bambù. Ma è stato proprio tra il divertimento del pedalare in mezzo alle risaie e lungo i corsi d’acqua costellati da fiori tropicali che è avvenuta la… tragedia: mi si è spezzata la catena della bici.
Eravamo in mezzo al nulla: in un villaggio di contadini con capanne di canne e strade sterrate. Da brave guide cicloturistiche, nessuno di noi due si era portato dietro lo smagliacatena…




Il meccanico delle moto
Superati i primi 10 minuti di terrore, abbiamo iniziato a pensare a una soluzione. Visto l’innumerevole numero di bambini in motorino, fermatisi a guardarci abbiamo ragionato sul fatto che ci doveva per forza esserci un meccanico nei paraggi.
Così, aiutati da Google Traduttore, ci siamo fatti guidare dai bimbi dritti dal meccanico. Lì siamo riusciti a sistemare alla meno peggio la catena, la falsa-maglia da moto, più larga di quella da bici, non permetteva alla catena di girare correttamente. Alla fine però facendola martellare un po’ dal meccanico siamo riusciti a farcela andar bene, nonostante la dimensione della falsa maglia non mi permettesse di cambiare rapporto.
Dopo un paio di km a scatto fisso, per fortuna, ci ha raggiunti uno dei ragazzi del noleggio da cui avevamo preso le bici, che casualmente era impegnato con un tour nelle vicinanze e abbiamo potuto sistemare e sostituire la catena.
Tuttavia, il tempo perso per il problema meccanico non ci ha permesso di raggiungere Pu Luong prima del tramonto. Perciò abbiamo dovuto cercare un alloggio di fortuna per la notte, e ricominciare all’indomani la nostra ascesa verso la meta.




Hotel da incubo? Si resiste
Lo standard alberghiero vietnamita è più basso di quello italiano, ma si è fatta di necessità virtù: abbiamo resistito una notte in una stanza di hotel a 2 stelle, con un letto stile Ikea per bambini, un materasso praticamente inesistente, un bagno da incubo (dal punto di vista dell’igiene), e una valanga di zanzare a tenerci compagnia.
Finita la nostra disavventura, abbiamo raggiunto il paesino di Pu Luong. Racchiuso in una piccola vallata tra i terrazzamenti di riso e le montagne verdi, offre uno scenario particolarmente suggestivo. Il paesaggio ci ha trasmesso un senso di serenità e tranquillità immenso. Inutile dire che dopo una notte nell’albergo da incubo, per noi è sembrato di arrivare alle porte del paradiso. Lì, una volta raggiunto l’albergo non abbiamo saputo resistere alla tentazione di esplorare il piccolo paesino Thai e i sentierini lungo i terrazzamenti.




Il sollievo di un bel massaggio
Non nascondo che, visti gli innumerevoli strappi repentini sopra il 15 per cento, se dovessi tornare a Pu Luong per rilassarmi, vorrei una bici elettrica. Tra le attività turistiche abbiamo particolarmente apprezzato la possibilità di fare massaggi. Assolutamente da ripetere.
Rigenerati dal soggiorno a Pu Luong, siamo ripartiti in direzione nord, verso il lago Hoa Binh, uno dei più grandi bacini artificiali del Vietnam. Il paesaggio del giro di una sessantina di chilometri è passato dai monti al lago.
Lungo le strade, tutte perfettamente asfaltate, abbiamo avuto il piacere di pedalare con il rumore di sottofondo delle canne di bambù mosse dal vento. Lungo il nostro tragitto, siamo passati su strade che costeggiano la Cascata di Go Lao, e abbiamo soggiornato in un hotel sulle rive del lago.
Lì abbiamo imparato che in Vietnam esistono 54 diversi gruppi etnici, ciascuno con la propria lingua e i propri costumi, e che nella zona dove dormivamo non c’erano più i Thai come a Pu Luong, ma gli H Mong.







