Dopo aver studiato a lungo il tour pianificato, è arrivato il momento della partenza per l’Islanda e questo avventuroso bikepacking nella terra del fuoco e del ghiaccio in completa autonomia. Le emozioni sono contrastanti: l’entusiasmo e la curiosità dell’esploratore da una parte e il timore di non farcela dall’altra. Il nostro non è un percorso con vie di uscita semplici. Sappiamo che ci metterà a dura prova e dovremo farci forza l’un l’altro per superare le difficoltà, mantenendo sempre l’umore alto.

Prima salita, arriva il mal di gambe
Dopo i primi giorni di trasferimento in auto sotto la tempesta, il sole ci regala un bello e tiepido inizio del nostro tour. Percorriamo la 931 da Egilsstaóir costeggiando il lago Lagarfljót con una serie di continui su e giù impegnativi, sia in salita per il peso della bici carica, che in discesa per il controllo della stessa.
Dopo poco meno di due ore, affrontiamo la salita più dura del tour, almeno sulla carta. I primi quattro chilometri di strada sono a tornanti, ad una pendenza media del 12 per cento. Ho la sensazione che le borse posteriori mi tirino indietro la bici ad ogni lenta pedalata. Ricordo quando facevo i lavori di forza/resistenza per le gare, ma in questo caso non è previsto recupero. Ripartire dopo una sosta potrebbe essere impossibile, così proseguo e raggiungo la vetta con fatica e un ginocchio indolenzito, certa che domani mi accompagneràa un profondo mal di gambe.
La pozza termale a 42 gradi
Il paesaggio cambia drasticamente, dalla cima davanti a noi si apre un immenso altopiano. Non ci sono piante, ma un’unica strada asfaltata che punta dritta verso il ghiacciaio, attraversando una terra ricca di ruscelli. L’arrivo della prima tappa era fissato a Laugarfell, dopo una settantina di chilometri, che su asfalto passano abbastanza rapidamente. Qui c’è un rifugio con la possibilità di campeggiare e di immergersi nelle sorgenti termali.
Al check-in però ci avvisano che dato l’aumento della temperatura dell’acqua, una delle due pozze è chiusa per rischio ustione. Possiamo comunque godere di quella meno calda, intorno ai 42 gradi. Per capire quanto scaldasse, basta dire che dopo pochi minuti a bagno, si apprezzavano le nuvole di passaggio e il vento freddo uscendo di tanto in tanto dall’acqua.
Finisce l’asfalto: si balla
La fortuna continua a essere dalla nostra parte e anche per la seconda tappa veniamo graziati con un fantastico cielo terso, un caldo sole e una leggera brezza. I primi 30 chilometri scorrono rapidi sotto le nostre ruote sull’asfalto liscio, poi lo sterrato. La velocità media si abbassa drasticamente, con 40 chili di bici, ogni piccolo dossetto lasciato dalle auto sembra un gradino. Per evitare di spaccare tutto siamo costretti a rallentare.
Il paesaggio intanto cambia, le piante non ci sono più, e si iniziano a vedere delle pietre laviche, che scaldate dal sole riflettono la luce creando un effetto simile ai miraggi del deserto. Ascoltando i consigli degli islandesi conosciuti a Laugarfell, rinunciamo a una deviazione di ben 40 chilometri che avevamo pianificato per vedere il canyon di Stuólagil e ci portiamo avanti per il giorno successivo.
La strada sterrata diventa una giostra con dure salite di sassi spaccati, ripide discese e i primi guadi. Di rado incrociamo qualche fuoristrada con ruote molto grandi per affrontare con più facilità le difficoltà del percorso. Stanchi, dopo un’ottantina di chilometri e oltre mille metri di dislivello, ci accampiamo a pochi metri dalla strada, in prossimità della riva di un fiume. Una notte completamente selvaggia, senza alcun tipo di servizio, neanche il segnale per il cellulare. Nella notte il silenzio è spezzato solo da qualche debole folata di vento.
Come andare sulla luna
Ci svegliamo di buon’ora, nonostante abbiamo qualche chilometro in meno rispetto al programma iniziale, la terza tappa sappiamo che sarà lunga, dovendo affrontare i primi tratti di vera sabbia. L’immensità davanti e dietro di noi, la sabbia nera, i massi lavici e le strisce di pietra pomice accumulate dal vento rendono il paesaggio sempre più lunare. E’ strano pedalare qua, la completa solitudine e l’assenza di linea telefonica, svuotano la mia testa da qualsiasi tipo di pensiero. Fatico a capire e ricordare come sono arrivata a pedalare sulla luna, poi realizzo che è pur sempre Islanda, allora cerco di godermi ogni centimetro che pedalo, certa dell’unicità di questa esperienza.
Con un ponte su un fiume impetuoso entriamo ufficialmente nel Parco Nazionale del Vanatjokul. Sulla strada c’è sempre più sabbia: provo a sfruttare la velocità e la potenza, per non sprofondare. Continuo a pedalare anche se perdo il controllo della parte posteriore della bicicletta, finché mi muovo c’è speranza. Provo a sfruttare anche l’alta frequenza di pedalata, perché mi ricordo che alla Dakar le moto usano le marce basse e gli alti giri del motore. Nonostante gli sforzi mi ritrovo spesso a dover sganciare e spingere la bicicletta.
Il lago in cima al vulcano Askja
Dopo oltre cinque ore di pedalata, terminiamo la sfida con la sabbia e raggiungiamo Dreki, il rifugio ai piedi del vulcano Askja, dove dormiremo. La fatica si fa sentire, ma in fondo è stato divertente. Pranziamo e montiamo la tenda, poi scarichi dalle borse andiamo in cima al vulcano, alla scoperta del lago geotermale di Viti.
In questo lago, originato in seguito al collasso della caldera del vulcano, spesso si può fare il bagno. Purtroppo però, un’insolita acidità dell’acqua, non permette una balneazione sicura, così ci limitiamo ad osservare il caratteristico paesaggio avvolti da una nuvola di zolfo. E’ ormai ora di cena e capiamo che è meglio tornare al campo base per riposare. Oggi abbiamo avuto un assaggio di deserto, ma la vera Islanda la dobbiamo ancora vedere: il percorso e il clima previsto per i prossimi giorni ci metteranno a dura prova.