Il prossimo fine settimana, dall’8 al 10 maggio, a Mestre prenderà il via la quinta edizione di “Pavè, pedalando a Venezia”. Pavè è molto più che un raduno gravel, molto più che insieme di talk a tema ciclistico. E’ qualcosa di più complesso e multiforme e, proprio per questo, più necessario. Provando a trovare una sintesi, Pavè è un festival che usa la bicicletta come strumento per raccontare il mondo contemporaneo. Un unicum nel panorama italiano, ma non solo.
Due giorni di incontri nell’auditorium del museo M9 di Mestre e poi uno a pedalare attorno alla laguna di Venezia, Pavè è come un laboratorio diffuso di narrazione, capace di intrecciare viaggio lento e sguardo critico sul presente. Le tematiche che si sono intrecciate in questi anni al festival sono moltissime. Migrazioni, crisi climatica, disuguaglianze, trasformazioni dei territori, perché le storie che attraversano il festival sono le stesse che attraversano il nostro tempo.
A guidarne la visione è Andrea Heinrich, anima dell’APS Velostazione Venezia, che negli anni ha trasformato un progetto nato dalla bicicletta in uno sguardo culturale più ampio. «All’inizio, nelle prime edizioni, le storie erano fortemente legate alla bici», racconta. «Poi abbiamo sentito il bisogno di andare oltre. La bicicletta è rimasta, ma come punto di vista da cui guardare il mondo».


La lentezza come scelta politica
C’è qualcosa di radicale, oggi, nel decidere di rallentare. Pedalare significa fermarsi, ascoltare, attraversare davvero i luoghi. E raccontarli, poi, significa restituire senso a quell’esperienza. Bene, organizzare un intero festival che si basi su questi cardini ha quindi qualcosa di ancora più radicale. Significa scommettere sul fatto che ospiti e pubblico vogliano uscire dalla bolla digitale per mettere il proprio corpo in ascolto di storie che possano creare un’alternativa.
E’ da qui che nasce il format di ciclonarrazione, ciò che distingue Pavè da tutti gli altri eventi italiani. Un linguaggio ibrido, che tiene insieme movimento e pensiero, esperienza fisica e riflessione culturale. Non a caso Pavè è aperto a tutti e completamente gratuito, con l’idea di costruire una comunità il più larga possibile. Un luogo che crei un pensiero.


Un festival che cresce, con nuove idee
Abbiamo chiesto ad Andrea Heinrich le novità per questa nuova edizione. «Quest’anno abbiamo introdotto un nuovo modulo, Pavè Accademia, che si terrà venerdì. E’ realizzato in collaborazione con l’Ordine degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori di Venezia. E’ un percorso che riconosce crediti formativi e che coinvolge anche l’Università IUAV, con un taglio più tecnico. In quell’occasione lavoreremo sui vari aspetti, dalla progettazione delle ciclovie a come attraversare il paesaggio in modo consapevole».
Il programma si sviluppa lungo tutto il fine settimana, dalle 9 di venerdì mattina fino a domenica pomeriggio, mantenendo una formula compatta ma densa. Si parte venerdì con il lungometraggio “Le chant de la forêt”, un documentario ambientato nei boschi dei Vosgi che è un viaggio visivo e sensoriale immerso in una foresta francese, e gli interventi di autori come Pietro Lacasella e Matteo Melchiorre.
Sabato è la giornata centrale tra incontri, racconti e contaminazioni artistiche. Si inizia alle 9 fino alle 20, e gli ospiti saranno moltissimi. Solo per citarne alcuni, saranno presenti lo scrittore Marco Ballestracci che presenterà il suo nuovo libro; Angela Pulliero, editor per Komoot e accompagnatrice cicloturistica; l’etologo Renato Semenzato, che affronterà il tema della convivenza con lupi e orsi, e l’albergatore Michil Costa, con una riflessione tra cicloturismo e overtourism. Ma a Pavè, accanto alla parola, c’è spazio anche per le sperimentazioni di diverse forme d’arte. Documentari, installazioni, tra le quali la performance di Lucio Schiavon, che realizzerà un live painting sulle note di Miles Davis, del quale quest’anno ricorre il centenario dalla nascita.




Dalla narrazione alla strada, sempre reinventando mondi
Il festival si chiude, come da tradizione, con un evento sui pedali. Quello di domenica – con i due percorsi da 90 o 140 chilometri con annesso passaggio in ferry boat di fronte a Venezia – ha già registrato il sold out, con 500 persone da tutta Italia che arriveranno a pedalare sugli sterrati attorno alla laguna. Ma per il secondo anno ci sarà anche quella che a Pavè hanno chiamato l“’Infinita”. 330 chilometri a cavallo tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, con partenza libera il sabato.
Infine un’altra novità, in questo caso logistica, ma che racchiude molto bene l’anima di tutto il festival. Il village di partenza e arrivo delle pedalate si sposterà infatti dal Parco San Giuliano di Mestre verso Porto Marghera, portando Pavè dentro un territorio simbolo di trasformazione. Continua Heinrich: «Marghera ha tutte le carte per smettere di essere percepita come un cimitero chimico e diventare qualcosa di diverso. Può essere un polo di ricerca, di sperimentazione, un laboratorio per il futuro. E portare lì il mezzo migliaio di iscritti alla gravel ride a vedere coi propri occhi crediamo possa essere un buon punto d’inizio».
Perché Pavè è sì un festival, ma forse ancora prima un laboratorio civico che vuole allenare gli occhi a vedere qualcosa di diverso. Qualcosa che ancora non c’è ma che potrebbe esistere, se solo avessimo la capacità di guardare nella direzione giusta. Ecco perché in questa prospettiva, per Pavè, la mobilità diventa cultura. E il festival, ancora una volta, è un punto di partenza – raro quanto necessario – per immaginare mondi diversi.







