Non è un caso se l’area dello Stagnone è fra le candidate per entrare nel prestigioso elenco dei territori Patrimonio dell’Unesco. Siamo a Marsala, nell’estrema punta occidentale della Sicilia, termine ultimo del viaggio attraverso le saline d’Italia. Qui il sale si produce ancora ed è un sale pregiato, che ha il sapore della storia. Nel guardare l’orizzonte non possono non colpire la fantasia tutti quei paracadute svolazzanti e colorati che altro non sono che gli attrezzi dei kitesurfer perché questa è considerata una delle zone più famose al mondo per la pratica di questa affascinante disciplina sportiva, ora anche olimpica.
Arrivare allo Stagnone in bici dà sensazioni contrastanti. Come d’altronde girare tutta la Sicilia sulle due ruote. Da una parte ti arrabbi, per vedere come uno strumento utile come la pista ciclabile sia abbandonato e dissestato, forse anche perché costruito senza un criterio realmente urbanistico. Dall’altro però ti accorgi che la bellezza del circondario è tale che val bene qualche sacrificio.


A Mozia, nel cuore della dominazione romana
Pedalare in questi luoghi permette di assaporare appieno il contrasto cromatico tra le vasche d’acqua, il rosa dei fenicotteri e i tramonti infuocati che infiammano le isole Egadi sullo sfondo, che nelle giornate di cielo terso sembrano così vicine da poterle toccare. Ma allo Stagnone quella che fa bella mostra di sé è l’Isola di Mozia, dove le vestigia romane sono ancora qualcosa di tangibile.
Una volta ci si arrivava attraversando il mare su un lembo di terra con la bassa marea, proprio come avveniva a Mont St Michel. Oggi si prende il traghetto per una traversata brevissima che ti porta in un’altra dimensione. Nell’Isola c’è tanto da vedere, tra statue famose come il Giovinetto (quando non è “in tournée” nei musei mondiali) e i resti delle costruzioni romane.


Una lavorazione che risale all’epoca dei Fenici
Ma torniamo alle saline. La loro storia ha radici antichissime, che risalgono all’epoca dei Fenici. Furono proprio loro, circa 2.700 anni fa, a comprendere il potenziale di questa costa. Grazie alle condizioni climatiche ideali – temperature elevate, vento costante e fondali bassi – i Fenici realizzarono i primi bacini per l’evaporazione dell’acqua marina, avviando una tradizione estrattiva che non si è mai interrotta.
Anzi, nel tempo la produzione del “oro bianco” divenne il motore economico della provincia, soprattutto durante il Regno delle Due Sicilie, quando l’industria del sale toccò il suo apice, trasformando il porto di Trapani in uno dei nodi commerciali più importanti d’Europa. Le navi partivano da qui cariche di sale, fondamentale per la conservazione dei cibi nei paesi del Nord.


Da una vasca all’altra, da un cumulo all’altro
Oggi, l’architettura delle saline è un esempio straordinario di ingegneria idraulica tradizionale. Il funzionamento delle vasche si basa su un sistema a cascata: l’acqua di mare entra nella prima vasca (la friscia) e, passando progressivamente in bacini sempre più caldi e meno profondi, aumenta la sua salinità fino a raggiungere le vasche salanti (caseddi), dove il sale precipita e viene raccolto a mano dai mastri salinai. I caratteristici tetti di tegole rosse che si notano lungo i canali servono a proteggere i cumuli di sale dalla pioggia invernale.
La lavorazione ha ancora un sapore antico. I cumuli bianchi sono ammassati lavorando come si faceva una volta, la produzione industriale ha un effetto minore che in quasi ogni altro campo. Ma è questo il fascino che racchiude l’oro bianco e visitando il museo posto alle Saline Ettore e Infersa si apprende quanti tipi di sale diversi ci siano, tutti con sapori lontani l’uno dall’altro, frutto della loro lavorazione.


Una pedalata che regala mille scoperte
Tutta la zona costiera della provincia è però legata al sale e il viaggio parte dalla parte opposta, quella delle Saline di Trapani, all’interno della Riserva Naturale Orientata, istituita nel 1995 e gestita dal WWF. Si pedala su strade secondarie a basso traffico, fiancheggiate da canali e specchi d’acqua riflettenti, che portano alla frazione di Nubia del comune di Paceco, dove un antico baglio trecentesco è stato adibito a Museo del Sale, dove sono visibili gli attrezzi storici dei salinai, come le pale di legno, i rulli per compattare il fondo delle vasche e la celebre spirale o vite d’Archimede, utilizzata per pompare l’acqua da una vasca all’altra.
Anche qui non può mancare lo spettacolo degli uccelli migratori. Le saline sono infatti una stazione di sosta fondamentale sulla rotta tra l’Africa e l’Europa. Non solo fenicotteri rosa, ma anche aironi cinerini, cavalieri d’Italia e il raro avocetta. Andando verso sud costeggiando il litorale, si entra nella Riserva Naturale Regionale delle Isole dello Stagnone, che è la laguna più vasta della Sicilia.


Il mulino, simbolo di Marsala
La pista ciclabile è straordinaria, corre proprio sul bordo della laguna. Sulla destra, lo sguardo spazia sulle acque calme dello Stagnone, interrotte solo dai profili delle quattro isole che lo compongono: Isola Grande, Schola, Santa Maria e la celeberrima Mothia (Isola di San Pantaleo) di cui si diceva prima.
Raggiungendo le Saline Ettore e Infersa spicca l’imponente mulino a vento a stella del XVI secolo, considerato uno dei simboli della città di Marsala. Perfettamente funzionante, ospita un centro visite multimediale dove è possibile comprendere i meccanismi interni azionati dalla forza del vento. Vale la pena parcheggiare la bici per una breve passeggiata guidata lungo gli argini o, per i più curiosi, per provare l’esperienza di essere “salinaio per un giorno”, camminando a piedi nudi nelle vasche di evaporazione. O anche gustare un caffè al vicino bar ammirando la bellezza del circondario. Questa volta la bici ha fatto davvero un grande regalo…
NEGLI ARTICOLI PRECEDENTI
Viaggio nelle saline 1/ Il Delta del Po esalta i 5 sensi
Viaggio nelle saline 2/ Cervia, escursione nella storia e nei colori
Viaggio nelle saline 3 / Le più grandi, il regalo della Puglia al mondo
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