Nel panorama della ciclabilità europea si è recentemente affacciato un nuovo soggetto destinato a incidere in modo significativo sulle politiche industriali e infrastrutturali del settore: European Cycling Industries (ECI). La nuova organizzazione, con sede a Bruxelles, nasce dalla fusione tra Conebi e Cycling Industries Europe (CIE) e si pone l’obiettivo di rafforzare il peso politico ed economico dell’industria della bicicletta nel dialogo con le istituzioni europee, in una fase storica in cui la mobilità sostenibile è sempre più centrale, ma le risorse disponibili restano limitate.
Massimo Panzeri, CEO di Atala e già presidente di Conebi, oggi è membro del consiglio direttivo della nuova realtà e ci spiega così il perché della fusione: «Essa nasce dall’esigenza – dice – di essere più forti e rappresentativi. Prima esistevano due associazioni: Conebi, che riuniva le associazioni nazionali dell’industria europea della bici, e CIE, che invece aveva come membri le aziende».


Quali differenze c’erano tra le due?
Conebi rappresentava direttamente le associazioni nazionali europee, come l’Ancma italiana, la ZIV tedesca e la RAI olandese… CIE rappresentava singole aziende anche non europee (americane, taiwanesi…) che però hanno industria in Europa. In più CIE supportava anche realtà come l’European Cyclists’ Federation che è un’associazione volta sostanzialmente agli utilizzatori della bicicletta, faceva più attività relative a piste ciclabili, fondi europei… Diciamo che entrambe lavoravano su ambiti simili, ma con risorse limitate.
E invece adesso? Da dove arrivano i finanziamenti ad ECI?
Adesso unendo le forze si è creata una nuova associazione in cui convivono entrambe le anime e questo consente di partecipare ai tavoli tecnici europei con maggiore autorevolezza. I finanziamenti arrivano da due parti. Da un lato ci sono le aziende che vogliono iscriversi: a seconda della dimensione, hanno delle fee d’ingresso di livello diverso. Dall’altro ci sono le associazioni nazionali con delle quote, anche qui diverse a seconda della dimensione del mercato del Paese o della sua produzione industriale,


Qual è dunque la missione principale di ECI?
L’obiettivo è sviluppare sia l’industria sia l’uso quotidiano della bicicletta. Questo significa lavorare su più livelli: norme tecniche e sicurezza, infrastrutture ciclabili, strumenti finanziari come il leasing, il bike sharing, le politiche fiscali… Tutto ciò che può favorire la crescita del ciclismo in Europa rientra nel perimetro di attività dell’associazione.
L’ambizione è fare advocacy al più alto livello con le istituzioni europee. In che modo?
Il rapporto è continuo e prevalentemente tecnico. Il lavoro quotidiano avviene con le direzioni generali della Commissione Europea che si occupano dei diversi temi: sicurezza dei prodotti, fiscalità, mobilità. Ci si scambia dati e proposte per rendere le normative efficaci ma anche realistiche. Poi, ovvio, nell’UE esiste anche il livello politico, con commissari e decisori, ma quello è il passaggio finale: prima ci interfacciamo con i tecnici.


ECI rappresenterà solo i produttori o anche gli utenti della bici?
Rappresenta l’industria, ma con attenzione all’utilizzatore finale. Se avessimo parlato solo di Conebi avrei detto che il 90% dell’operato era sulle normative europee e sull’industria. Ora che in ECI ci sono nuove sensibilità, molto diverse, direi che ognuno di questi aspetti ha lo stesso valore. Tanto è vero che ci sono sottogruppi di lavoro assolutamente paritetici anche come numero di partecipanti. Anzi, una parte dei fondi è destinata proprio a realtà che lavorano sulle politiche per l’uso quotidiano della bicicletta, perché lo sviluppo del mercato dipende anche dalla diffusione della mobilità ciclistica.
Vi siete dati delle priorità strategiche per il prossimo futuro?
Sì, le priorità sono cinque e riguardano sia l’industria sia l’ecosistema della mobilità ciclistica. Sono state selezionate attraverso un processo partecipato tra soci e associazioni nazionali. In sintesi puntiamo su: tutela normativa delle e-bike come biciclette, miglior raccolta dati sul mercato, raddoppio delle infrastrutture ciclabili europee entro il 2035, diffusione del leasing bici in Europa e una strategia industriale europea per il settore.


Quanto conta il confronto tra Paesi europei con culture ciclistiche diverse?
Io la vedo come una grossa opportunità. I Paesi più maturi offrono modelli già sperimentati: penso al leasing per le bici all’interno della busta paga in Germania e Belgio che ha fatto aumentare il mercato di 2 volte e mezzo, ai sistemi di identificazione delle biciclette contro i furti nei Paesi Bassi, alla raccolta dati sulle vendite nel Regno Unito che è molto avanzata e complessa. Condividere queste esperienze permette ai Paesi meno avanzati di evitare errori e accelerare lo sviluppo.
In conclusione, qual è la sfida principale oggi per l’industria ciclistica europea?
Creare un ecosistema favorevole. Non basta produrre biciclette: servono infrastrutture, incentivi, norme chiare, servizi. L’Europa sta andando nella direzione giusta, ma serve coordinamento. Per questo l’ECI vuole essere una piattaforma unica capace di unire industria, associazioni e istituzioni attorno a una strategia comune per la mobilità ciclistica.







