Si dice sempre che correre da professionisti nel ciclismo ti permette di girare il mondo, ma ci sono anche casi diversi. Prendiamo Christian Auriemma, pro’ dal 1998 al 2001. Sempre in squadre italiane e con un calendario quasi completamente nostrano. Chiusa a 27 anni la sua parentesi agonistica, il biellese ha messo da parte la bici per tanti anni, ma poi un giorno tutto è ricominciato, in maniera sorprendente.
«Nel 2018 un amico canadese di vecchia data – racconta – conoscendo il mio passato, mi propone di andare in Oman a fare una gara di 1.000 chilometri. Mi prende alla sprovvista, ma considerando che l’avventura è stata sempre la mia passione e dopo averci pensato qualche secondo ho accettato non sapendo che cos’era l’ultracycling e così abbiamo iniziato a fare questa gara assieme».


Pro’ nel passato, ultracycler nel presente
«Mi ha preso molto, mi è piaciuto il mix dell’agonismo nell’avventura o dell’avventura nell’agonismo, che poi è la stessa cosa mi ha mi ha affascinato, cioè mi ha proprio preso tanto, scoprire un nuovo territorio, un Paese lontano in pochissimo tempo, a contatto sempre col territorio, con le persone, e da lì è iniziato tutto».
L’ultima avventura di Auriemma è stata in Malesia alla Peninsular Divide e al di là dell’esito della corsa che pure lo ha visto chiudere alla piazza d’onore, più che il premio è stato tutto il contorno a restargli impresso nella memoria, secondo il teorema che nel viaggio, più che la destinazione conta il viaggio stesso.
«Era una prova di 1.520 chilometri. Siamo partiti dall’estremo sud, praticamente a fianco a Singapore e siamo arrivati a un passo dalla Thailandia, sulle colline, passando per le foreste e toccando la parte più alta della Malesia. Ho impiegato 77 ore».


Il problema delle foreste indonesiane
«Alla partenza abbiamo trovato un clima molto afoso ma anche tetro, perché il cielo in pratica era coperto da queste enormi nuvole che arrivavano dall’Indonesia, dove stanno bruciando le foreste creando questo cielo grigio in tutta quella parte dell’Asia. La stagione, con le correnti di El Niño, è stata molto più secca rispetto ad altre volte, ha ritardato la stagione dei monsoni e delle piogge. La prima giornata è stata terribile, quasi il 90 per cento di umidità. Poi però spostandoci verso nord è ritornato un clima leggermente meno afoso. Abbiamo trovato anche pioggia fortissima».
Come hai attrezzato la bici? «Ho corso con la Fara, piccolo marchio norvegese specializzato nelle bici gravel e di bikepacking. La mia attrezzatura è abbastanza standard: ho un triangolo al centro del telaio che però lascia spazio per le due borracce. Poi ho una borsa centrale sul tubo orizzontale dove tengo il telefono, il Power Bank e alcuni gel. E poi una borsa il più possibile contenuta, dietro, con abbigliamento per la pioggia e eventualmente anche per il freddo, anche se non è stato necessario. Il totale era di 13 chili».


Le scelte fra bici, abbigliamento e cibo
Entrando nello specifico dell’abbigliamento e considerando il clima, Auriemma ha optato per scelte semplici: «Uso sempre portarmi un pantalone per la pioggia, quelli da indossare, perché piovendo col pantaloncino che si inzuppa di notte è un po’ fastidioso. Una giacca impermeabile, uno smanicato piccolino, leggero e un cappello per la pioggia. Non avevo altro».
Capitolo alimentazione: «In ogni posto dove vado, devo sempre trovare un “cibo survival”, cioè quel cibo che trovi solo in quei posti che però ti permette di sopravvivere, di andare avanti nelle giornate di bici non stop. In Asia è il riso. Mi fermavo in questi market lungo la strada a chiedere i fagottini di riso o facevo fare delle ball di riso, che volevano condire con i condimenti più strani ma io prendevo solo riso in bianco, forse con qualche salsina, ma proprio per renderla un po’ più speziata, che non fa mai male, perché il sale è utile in questi casi».


Lo street food, risorsa da considerare
«In Asia tendono a mangiare moltissimo fuori, hai questo street food che resta aperto spesso anche dopo le 11 di sera. Bisogna sempre cogliere l’occasione. Se sai che sono le 9 e trovi qualcosa di aperto non devi aspettare, bisogna fermarsi e cercare di mangiare neanche tantissimo, perché poi bisogna equilibrare la digestione con quello che è assunto. Tenendo però conto che poi è possibile non trovare più nulla».
Che cosa ti ha colpito di più della gente locale? «Il fatto che loro vivono in pace tra religioni diverse. Trovavo le moschee e poco più avanti trovavo tempi buddisti oppure dedicati al taoismo. Ci sono anche chiese cattoliche, quindi vedi quattro religioni vivere in armonia e questa cosa mi è sembrata veramente meravigliosa. Si fanno forza tra di loro, non c’è divisione, è qualcosa di unico».


Una vacanza consigliabile, con qualche accortezza…
Dal punto di vista invece paesaggistico e architettonico? «Mi sono piaciute tantissimo le foreste che abbiamo attraversato. Molto meno mi è piaciuto vedere gli animali morti lungo la strada, una quantità enorme, anche di grossa taglia, tutti investiti dalle auto, perché le automobili in Malesia vanno un po’ troppo veloce. Su strade peraltro asfaltate alla perfezione, che danno il senso di velocità per le automobili. Quel che non posso dimenticare è il pedalare in solitudine circondato dai suoni della foresta, suoni pazzeschi, di animali che non vedi perché sono all’interno di queste foreste molto molto fitte».
Consiglieresti la Malesia a chi vuole affrontarla per una vacanza in bici? «Sì, ma sempre utilizzando gli strumenti che ora ci sono, il GPS innanzitutto, perché bisogna trovare sempre le strade più secondarie, meno pericolose, magari non perfette ma con molto meno traffico. Utilizzare questi strumenti che sono alla portata di tutti permette di vivere una vacanza più tranquilla, senza per forza pianificare tutto…».







