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| 8 Ottobre 2026

Noi Marche BikeLife. In sella! Da Churchill a Mombaroccio…

MONDOLFO (Pesaro Urbino) – A sera ci si ritrova tutti insieme sotto a un porticato, cenando in un giardino all’italiana, con siepi basse di bosso, piccole aiuole e rose. Alle nostre spalle i muri in mattoncini rossi dell’ex convento e davanti i tetti di Mondolfo, uno dei borghi che si affacciano sull’Adriatico e che fanno da antipasto all’entroterra delle Marche.

Se nel primo articolo vi avevamo spiegato cosa fosse NoiMarche Bike Life e il motivo del nostro viaggio, oggi vi raccontiamo la parte più bella, quella dell’avventura! Tre giorni di pedalate, amicizia, scoperta, confronti, ma soprattutto di paesaggi, cultura e sapori.

Il via da Fano

Ci siamo ritrovati a Fano, appena a nord di Ancona, capoluogo delle Marche. Sin qui il cicloturismo marchigiano si è concentrato molto nella sua parte centrale e meridionale. Quella che i locali chiamano “Marche zozze”: vai a capire perché! Di zozzo non c’è proprio niente.

Dicevamo Fano. Lo start non poteva avvenire in modo migliore, visto che siamo partiti con i piedi sotto al tavolo e non sui pedali. Il brodetto di Simone Serfilippi Caffè del Porto, tra l’altro vincitore due volte del Fuori Brodetto, ci ha riempito la pancia e le gambe di energie. Presentazioni, tra noi giornalisti e i primi esponenti locali, e poi via in sella.

Si parte dal faro di Fano. Sarà un viaggio dal mare alle colline. Dal pesce alla carne… e ti pareva! In tutto un po’ più di 40 chilometri e oltre 400 metri di dislivello.

Il cicloturismo inizia a essere sentito in modo costruttivo, finalmente. Lo ha capito Fano e lo hanno capito i suoi dintorni. La parola d’ordine è destagionalizzare. L’estate domina il turismo classico del mare, ma poi? Non che tra giugno e agosto manchino i ciclisti, ma forse anche in virtù di un caldo sempre più potente, la primavera e l’autunno diventano le stagioni migliori per chi pedala.

E allora via sulla Ciclovia Adriatica, che è stata completata nella porzione del territorio fanese. Un investimento che la dice lunga su quanto si creda nelle potenzialità della bici. E passaggio cruciale per il proseguimento di questa arteria nelle Marche.

Da qui ecco che voltiamo le spalle al mare e iniziamo una fantastica strada di collina. I primi strappi, poi, una volta in quota, si pedala sul saliscendi della cresta, tra campi arati, gialli e ocra. La vendemmia è ormai passata, la raccolta delle olive non è ancora iniziata. Ma in queste campagne che sembrano disegnate ci sono tutte le Marche.

La perla del giorno, però, la scopriamo in serata, quando, senza bici (e qui ci riallacciamo al discorso di ieri sulla differenza, poi non così netta e forse non necessaria, fra turismo e cicloturismo) Alessandro Berluti, professore di storia ed esperto d’arte, ci ha portato a spasso nella sua Mondolfo.

E così veniamo a sapere che un piccolo paese delle Marche, apparentemente senza troppo da raccontare ai più, è invece ricco, ricchissimo di storia e aneddoti. Basta il semplice piatto che abbiamo mangiato.

«Quegli spaghetti che avete assaggiato prima – ci spiega Alessandro – sono figli della nostra terra, sono gli spaghetti alla mondolfese. Sembra un ragù, ma non lo è: ci sono tonno, alici e sapori di casa. E lo stesso quei pescetti: sono dei sardoncini alla scottadito. Sono tipici della nostra costa. Sono così piccoli e teneri che si mangia anche la parte scheletrica senza accorgersene».

Ci spiega come i muri a scarpa delle Marche, alla base delle fortezze, abbiano dei vantaggi militari e strutturali. Non è solo un vezzo architettonico. In questo modo resistevano meglio ai bombardamenti. Allo stesso modo complicavano la vita agli assaltatori. E poi ci fa notare come tutti i castelli sulle colline si vedessero l’uno con l’altro. Era fondamentale per comunicare. Il tutto con le luci della notte che aggiungono quel fascino difficile da spiegare.

E poi i personaggi locali. E’ qui che risiede il sarto del Papa, Filippo Sorcinelli, fondatore dell’Atelier Lavs, per esempio. E altri mille aneddoti che, senza una vera guida, appassionata, avremmo potuto non conoscere.

Noi Marche Bikelife
Il paesaggio, a nostro avviso centrale nel nostro viaggio nelle Marche, ma in generale per il cicloturista
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Il paesaggio, a nostro avviso centrale nel nostro viaggio nelle Marche, ma in generale per il cicloturista

Da Churchill…

La mattina dopo, di nuovo in sella. Ancora circa 45 chilometri ci aspettano e qualche dolce su e giù che, fatto a passo lento, non dà alcun fastidio. Anche se la partenza in salita verso Montemaggiore non è proprio il massimo!

Però la prima meta ci ripaga immediatamente dello sforzo. Già salendo, su un grande muro di contenimento, ecco la sagoma inconfondibile di Winston Churchill. Un’immagine enorme. In bianco e nero.

Senza saperlo, affacciati dal punto panoramico di questa ennesima roccaforte delle Marche, siamo nell’estremità orientale della famosa Linea Gotica. Quella che di fatto fu l’ultima linea difensiva tenuta dai nazisti prima dello sfondamento alleato nel 1944. Questa andava da qui, Fano-Montemaggiore, fino a Viareggio.

Churchill venne di persona nelle Marche, a Montemaggiore. Gli Alleati non riuscivano a sfondare e così, grazie al suo carisma e alle sue, chiamiamole dritte, lo sfondamento ebbe successo.

Ci aprono il museo, ricavato in una vecchia chiesa sconsacrata. Per tutti è il museo di Churchill. In realtà è il Museo civico – storico – ambientale del fiume Metauro – Winston Churchill. Al suo interno ci sono lettere, elmetti, divise, documenti, armi…

In particolare ci ha colpito una divisa nazista. Il terribile berretto che abbiamo visto in tanti film di guerra ci ha fatto sussultare. Per un attimo abbiamo pensato alla cattiveria dell’uomo. Chissà se ha ucciso delle persone chi era dentro quella divisa? Magari no. Forse sì. Sta di fatto che è stato un simbolo forte. E la memoria passa anche da questi momenti, da queste esperienze.

Ma ci sono anche aneddoti più leggeri. Per esempio, si narra che una cuoca locale avesse preparato delle fettuccine per Churchill. Da allora, da queste parti si mangiano appunto le fettuccine di Churchill. In realtà il grande capo, temendo di essere avvelenato, non le toccò.

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Olio (sulla bruschetta) e vino: altre eccellenze assolute delle Marche
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Olio (sulla bruschetta) e vino: altre eccellenze assolute delle Marche

Ai sapori

Ripartiamo. Stavolta in discesa. L’aria frizzantina ci tiene pimpanti. Ci godiamo il sole ancora caldo delle Marche e i suoi paesaggi agricoli. Il Frantoio del Trionfo, come il teatro che visiteremo alla ripartenza, ci attende.

Una degustazione, ma prima ancora una visita a questo vecchio mulino a pietra che è stato ripristinato non troppi anni fa. Ci spiegano della spremitura, di come sia importante effettuarla a freddo, vale a dire con macchinari che non scaldano, e in un ambiente aerato, per non far perdere qualità alle olive e, di conseguenza, all’olio.

Ci sono due macine di granito che troneggiano nella sala della spremitura. Hanno circa 60 anni, ma ci spiegano che sono praticamente nuove.

Iniziamo ad assaggiare l’olio, come dei veri sommelier esperti. Ma bastano poche indicazioni del proprietario del frantoio per cogliere le differenze. Si sente la terra. I suoi odori, le sue erbe. Poi è la volta dei vini e di una caponata che, secondo noi commensali, dovrebbe essere annessa al patrimonio UNESCO delle Marche!

Qui fanno degustazioni ad hoc per il ciclista. Prezzi modici, 15 euro, pasti non pesanti ma con tutto quel che serve, a chilometro zero. Tutto made in Marche. Ci sono affettati, formaggi, vino e qualche altro spizzico. I cicloturisti, ci dicono, arrivano sempre più di frequente e si vuole cogliere questa opportunità.

Risaliti in sella, ora la gamba è un po’ più pesante. Forse perché la degustazione del vino proprio un assaggio non è stata! Ma bastano poche pedalate perché ci si rimetta in sesto. E per scoprire le bellezze del Teatro di Cartoceto, il Teatro del Trionfo appunto.

Tra poco sarà ristrutturato, ma quella che sembra una porta come tutte le altre di questo borgo nasconde in realtà uno scrigno di rara bellezza. C’è un’acustica sontuosa, arazzi antichi, scenografie che valgono il prezzo del biglietto.. non solo in senso figurato!

Perla Mombaroccio

Lasciato il teatro, eccoci alla volta di Mombaroccio. Questo borgo si è legato al ciclismo anche grazie alla Tirreno-Adriatico, importante corsa a tappe del ciclismo dei professionisti. Il suo sindaco, Emanuele Petrucci, è un vero appassionato. Ed è un tuttofare. Ci accoglie in bici e ci fa da cicerone in sella.

La prima sosta, dopo uno strappo niente male, è il Convento del Beato Sante. Di nuovo scopriamo, con l’aiuto del giovane Padre Rudy, storie incredibili. E che dovrebbero insegnare. Questo Beato, prima di diventarlo, fu un assassino. Non lo fece con cattiveria, ma per difendere un compagno. Da allora, preso dal rimorso, ammesso sia giusto usare questo termine, dedicò la sua vita a Dio.

Ma Sante lo fece con così tanto amore e sincerità che fece anche dei piccoli miracoli per la comunità. Come, per esempio, rendere buono lo stesso lupo che aveva ucciso il suo asino. Da quel giorno il lupo si sostituì alla bestia da soma e accompagnava Sante per i paesi e per i boschi a raccogliere cibo.

Mombaroccio poi ha un museo (sotterraneo) formidabile: il Museo della Civiltà Contadina. Questo sorge direttamente sotto al Comune ed è mantenuto dalla Pro Loco di Mombaroccio. Bisogna assolutamente entrarci, perché è come fare un salto nel passato. Un viaggio nel tempo.

Ci si ritrova di fronte a oggetti impensabili per chi oggi ha meno di trent’anni e dimenticati per la stragrande maggioranza di tutti gli altri. Simulazioni di una cucina di un tempo. Gli arnesi di agricoltori e ciabattini. Fabbri e falegnami. Utensili agricoli e della vita quotidiana, carretti… E poi il racconto dei nevai e di come conservavano in questo reticolato di grotte, le neve sotto la paglia, durante l’estate. Insomma dei veri e propri frigoriferi.

Finta? Neanche per sogno. Mombaroccio è tanto piccolo (ha poco più di 2.000 abitanti) quanto infinitamente ricco. Ai piani superiori ci sono i laboratori del ricamo, un piccolo museo attivo, custodito dalle donne locali che eseguono vere e proprie opere d’arte.

Il Museo dell’Arte Sacra e un’interessantissima mostra fotografica. Anche essa, a suo modo, è un viaggio nel tempo, ma lo mostra con sistemi a noi più vicini, come quello della fotografia appunto. Dai primi del ‘900 agli anni ’60-’70… uno spaccato dell’Italia.

Il sole volge al tramonto e dobbiamo sbrigarci per tornare in hotel. I saliscendi, per fortuna più scendi che sali, stavolta si fanno di buon passo e, tutto sommato, fa anche piacere. Si smaltisce un po’, si crea spazio nella pancia in vista della cena, che sarà di nuovo a chilometro zero. Di nuovo made in Marche!

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