A fronte di un movimento granfondistico che mostra la corda, c’è il settore bikepacking che è in pieno fermento. Grazie anche a iniziative come l’Italy Divide, un vero e proprio viaggio attraverso lo Stivale che si svolgerà a inizio maggio e che assume significati profondi, essendo diventato nel corso degli anni una vetrina del nostro Paese soprattutto nei confronti degli appassionati stranieri che hanno potuto conoscere un’Italia diversa dalle normali rotte turistiche.


Il deus ex machina di questa organizzazione, estremamente complessa, è Giacomo Bianchi, manager parmense che da anni si dedica anima e corpo a questa creatura: «Questo è il decimo anno dell’Italy Divide e la grande novità è che ci saranno tre percorsi. Riproporremo quello originale con partenza da Roma, poi quello già sperimentato classico con partenza da Pompei ma la novità è l’XL che scatterà da Bari. I tracciati praticamente si sovrappongono, perché da Bari raggiungeremo Pompei ampliando il gruppo e lo stesso avverrà a Roma. Ciò che li accomuna è l’arrivo a Torbole sul Lago di Garda. Quindi tre partenze in tre giorni scaglionati».
Che cosa ti ha portato a creare questa manifestazione che è anche abbastanza difficile da allestire viste le distanze?
La follia e l’amore per la bicicletta mi ha portato a questa organizzazione. Mi sono ispirato al Tour Divide americano, ma loro partono dal Nord normalmente con il freddo, dal Canada arrivano in New Mexico trovando il caldo. Da noi invece è il contrario, nel senso che si parte dal Sud, normalmente col caldo e mediamente arriviamo in Lessinia o sugli Appennini trovando anche la neve. Ma non è solo un discorso climatico o geografico…


Che cosa c’è in più?
La volontà, a differenza di tutte le altre manifestazioni del settore, di mostrare la parte “wild” della nazione che si attraversa, di far vedere un’Italia, anche dal punto di vista culturale, completamente sconosciuta a tanti e non si creda che questo vale solo per gli stranieri perché nel corso di questi 10 anni posso dire di aver consentito a tantissimi italiani di cogliere aspetti diversi.
Il vostro sito è di primo impatto in inglese, perché vi rivolgete soprattutto agli stranieri?
No, è stata una scelta iniziale legata un po’ a quello che 10 anni fa era un mercato sovrappopolato, forse sbagliato, con una sovrapposizione di eventi in Italia che si rivolgevano solo ed esclusivamente a un mercato interno. Io quindi ho rivolto l’attenzione verso l’estero. Quest’anno sto tornando a fare una comunicazione più vicina al mercato italiano, ma lo voglio fare in una maniera graduale, per precise ragioni.






Quali?
Dopo una selezione che c’è stata con il Covid del calendario, siamo tornati a una quantità di eventi in Italia sovradimensionata rispetto a quello che è il mercato reale dell’utenza. La scelta negli anni mi ha abbastanza pagato. Non dimentichiamo che è un’avventura che comunque implica un coinvolgimento non solamente di 1/2 giorni, ma almeno 3 giorni per arrivare a Torbole, quindi è un’utenza diversa da quella che può essere l’utenza del Tuscany Trail, per fare un esempio. Quest’anno abbiamo spinto un po’ di più sull’Italia in quanto a promozione, proprio perché il decimo anno volevamo anche riprendere un po’ i contatti con un pubblico che ci tocca e che mediamente è il 50 per cento della nostra utenza.
Che cosa serve per organizzare un evento del genere?
Ci vuole una passione che va fuori dal comune perché la struttura è tutta a livello amatoriale e composta da poche persone. C’è un’altra differenza rispetto alle altre manifestazioni: qui il partecipante ha la traccia GPX, ma poi è completamente libero di fare le sue scelte, di pedalare per quanto vuole, di scegliere i suoi modi e le sue strutture per alloggiare. Questa è un’altra grossa differenza rispetto a manifestazioni che si svolgono attualmente e che per me sono ormai delle Granfondo camuffate, avendo i punti base dove puoi mangiare, organizzati da chi gestisce l’evento. Ma così il senso di avventura si perde. Invece qui ognuno si deve arrangiare.


Il vostro supporto in che cosa consiste?
Noi curiamo tutta la logistica di partenza e arrivo, portare tutto il materiale dalle tre locvalità fino a Torbole garantendo a tutti di trovare quanto lasciato. E’ un’organizzazione logistica non indifferente che si è affinata negli anni. Normalmente le manifestazioni sono allestite garantendo una situazione di “comfort zone” molto avanzata, noi preferiamo tornare un po’ al passto, ai primordi di questo tipo di eventi.
Chi partecipa all’Italy Divide ha un roadbook?
No, ha un GPX sul Garmin. La cosa interessante dei partecipanti dell’Italy Divide è che per il suo 30 per cento sono manager o imprenditori che decidono di staccare la spina per 5-6 giorni e viversi questa avventura lontano da tutto. Quindi è un pubblico di un certo spessore, che capisce che dietro questa manifestazione c’è l’intento di viversi un’esperienza nel profondo e di capire com’è l’Italia. Tanti stranieri arrivano stupefatti a Torbole, vedendo che ogni 50 chilometri l’Italia cambia non solo come morfologia geografica, ma come persone, cibo, vino, tipo di accoglienza. E’ proprio un viaggio che lascia un segno ed è quello che cerchiamo di migliorare tutti gli anni.







