Jacopo e Bea, arrivati in Mongolia quasi senza saperloJacopo e Bea, arrivati in Mongolia quasi senza saperlo

| 28 Settembre 2026

Jacopo e Bea, arrivati in Mongolia quasi senza saperlo

Un viaggio alla vecchia maniera, lasciandosi portare dalla bici. Con l’unica indicazione di andare incontro al Sole. E pedalata dopo pedalata Jacopo Magri e la sua compagna Beatrix Baricca si ritrovarono in Mongolia, quasi senza sapere come. Stiamo esagerando? Forse, ma neanche poi tanto perché il bello del viaggio dei due avventurosi ragazzi è stato proprio questo spirito di altri tempi, destatosi già prima della partenza con la decisione di prendersi un anno da dedicare esclusivamente alla conoscenza del mondo.

Un viaggio di oltre un anno con tenda e bagagli al seguito, sviluppatosi lungo la strada fino in Mongolia
Un viaggio di oltre un anno con tenda e bagagli al seguito, sviluppatosi lungo la strada fino in Mongolia
Un viaggio di oltre un anno con tenda e bagagli al seguito, sviluppatosi lungo la strada fino in Mongolia
Un viaggio di oltre un anno con tenda e bagagli al seguito, sviluppatosi lungo la strada fino in Mongolia

Una voglia di scoperta che è cresciuta nel tempo

A raccontare la splendida avventura è lo stesso Jacopo, che anche a distanza di qualche giorno dal suo ritorno ha ancora dentro di sé quell’entusiasmo puro che l’ha portato a vivere questa esperienza: «Noi viaggiamo da anni, ma abbiamo fatto sempre viaggi brevi, due o tre settimane, al massimo un mese. Quando tornavamo a casa, sentivamo che ci mancava qualcosa, entravamo un po’ in quel mood che ci portava a pensare subito a una nuova uscita. Tre anni fa siamo stati nei Balcani, in Albania, e durante quel viaggio siamo stati ospitati a Sarajevo da questo ragazzo, Edin, che nel suo bilocale ha ospitato 8 cicloviaggiatori con 8 biciclette.

«Praticamente lì eravamo i due viaggiatori che facevano la tratta più breve. C’era chi andava alle Filippine, chi in Iran, qualcuno andava in Asia senza saper bene dove sarebbe poi arrivato. Allora ho pensato “prendiamoci un anno per andare verso est e vediamo un po’ dove arriviamo”. In più di un anno abbiamo studiato tanto percorsi, situazioni politiche, possibili chilometri calcolando che chi viaggia in bici fa circa 20 mila chilometri all’anno. Così sotto gli occhi ci è capitata la Mongolia. Popolo nomade, che di fatto rispecchiava un po’ il tipo di viaggio che avevamo in mente».

In Georgia Jacopo e Bea hanno prestato la loro opera per la Caritas durante le Feste Natalizie
In Georgia Jacopo e Bea hanno prestato la loro opera per la Caritas durante le Feste Natalizie
In Georgia Jacopo e Bea hanno prestato la loro opera per la Caritas durante le Feste Natalizie
In Georgia Jacopo e Bea hanno prestato la loro opera per la Caritas durante le Feste Natalizie

Và dove ti porta… la bici

Arrivare in Mongolia vuol dire attraversare una serie di Paesi, cosa certamente non semplice…: «Non siamo partiti con un itinerario predefinito, nel senso che la strada più diretta per arrivare alla Mongolia è molto più breve, ma devi fare i conti con le stagioni, i visti, le richieste. Noi abbiamo un passaporto in Italia che è eccezionale perché ci dà veramente una possibilità di movimento che pochi altri hanno ed è una fortuna immane che abbiamo».

Vi siete trovati a passare nella parte mediorientale in un periodo di grande ribollimento politico, ci sono stati momenti di difficoltà e che strada avete scelto? «Noi siamo arrivati in Georgia che era Natale. Avevamo già l’idea di fermarci un po’ lì, anche perché da un lato ci hanno raggiunto degli amici per fare il Natale con noi, dall’altro siamo venuti a conoscenza della realtà della Caritas lì in Georgia, che appunto ha un progetto molto ben sviluppato e ci siamo messi a disposizione come volontari.

Il vento è stato un ostacolo notevole soprattutto in Pamir, affrontato non nella sua stagione favorevole
Il vento è stato un ostacolo notevole soprattutto in Pamir, affrontato non nella sua stagione favorevole
Il vento è stato un ostacolo notevole soprattutto in Pamir, affrontato non nella sua stagione favorevole
Il vento è stato un ostacolo notevole soprattutto in Pamir, affrontato non nella sua stagione favorevole

L’Iran sfiorato per colpa della guerra

«Volevamo metterci in gioco all’interno di un Paese, vivendolo anche attraverso questa lente privilegiata che è il volontariato. Io ero nella “soup kitchen” ossia la mensa dei poveri, preparavamo da mangiare per 250 persone al giorno, mentre Bea era nel laboratorio di recupero e ridistribuzione di abiti usati. Stavamo organizzandoci per andare in Iran, nel senso che noi siamo andati dalla Georgia, siamo scesi in Armenia, l’abbiamo un po’ esplorata, poi siamo rientrati in Georgia anche per il Natale. Noi abbiamo fatto tutta una procedura con un codice di autorizzazione. Ai primi di gennaio eravamo pronti a entrare ma è scoppiata la guerra con Israele. Così abbiamo dovuto rivedere il tutto.

«Il visto alternativo per la Russia è molto costoso e il transito è solo di tre giorni e quindi non ci sembrava il caso. Abbiamo tentato di entrare in Azerbaigian via terra, ma le frontiere sono chiuse dai tempi del Covid, anche perché ci sono interessi politici privati rispetto alle compagnie aeree e quindi in Azerbaigian di fatto puoi entrare solo via aerea. Abbiamo provato ad andare in bici, ci hanno rimandato indietro, non ci hanno lasciato passare. Allora l’abbiamo fatto in maniera atipica: siamo tornati indietro a Tbilisi, siamo volati a Baku e da Baku siamo tornati indietro in bus al confine, ma dall’altro lato, e da lì siamo ripartiti in bicicletta perché ormai eravamo dentro».

Sul Mar Caspio Jacopo e Bea hanno preso una nave cargo, vivendo un'esperienza quasi giocosa
Sul Mar Caspio Jacopo e Bea hanno preso una nave cargo, vivendo un’esperienza quasi giocosa
Sul Mar Caspio Jacopo e Bea hanno preso una nave cargo, vivendo un'esperienza quasi giocosa
Sul Mar Caspio Jacopo e Bea hanno preso una nave cargo, vivendo un’esperienza quasi giocosa lungo il viaggio verso la Mongolia

Un viaggio in nave, breve ma lungo…

C’è qualche altro tratto che avete affrontato in modo un po’ “ortodosso”? «Abbiamo fatto la traversata del Mar Caspio in maniera, nel senso che abbiamo preso una nave cargo che trasporta solo camion. Non lo fa nessuno, l’abbiamo scoperto in viaggio. Gli unici due passeggeri eravamo io e Bea, gli altri erano tutti camionisti, o turchi, e quindi è stato un po’ come essere in gita scolastica. Su questa nave siamo rimasti tre giorni perché la navigazione del Mar Caspio sono circa 30 ore, ma il problema è che arrivi al porto di Aktau, molto piccolo e quindi le navi che arrivano si mettono in coda per arrivare alla costa.

«Siamo rimasti a 4 chilometri dalla costa per quasi due giorni, fin quando alle 2 di notte ci hanno fatto scendere. Ma avevamo cibo e tè a volontà. Da lì attraverso Kazakhstan, Uzbekistan e Tagikistan abbiamo ripreso la Via della Seta tradizionale».

I pastori della Mongolia, diffidenti ma poi molto amichevoli anche senza una lingua comune, aiutandosi con Google, gesti e... vodka
I pastori della Mongolia, diffidenti ma poi molto amichevoli anche senza una lingua comune, aiutandosi con Google, gesti e… vodka
I pastori della Mongolia, diffidenti ma poi molto amichevoli anche senza una lingua comune, aiutandosi con Google, gesti e... vodka
I pastori della Mongolia, diffidenti ma poi molto amichevoli anche senza una lingua comune, aiutandosi con Google, gesti e… vodka

La paura esiste solo prima di partire

C’è stato qualche momento di vera difficoltà, quasi di paura nel corso del vostro viaggio verso la Mongolia? «La paura vera ce l’hai prima, nel senso che quando fai un viaggio così, se non hai paura vuol dire che non ti stai spingendo un po’ oltre quello che è anche un limite mentale. E’ la ricchezza di questi viaggi, perché nel momento in cui ti spingi contro quel limite, le cose migliori accadono. In Asia non ci siamo mai sentiti non al sicuro: nel Pamir a 4.600 metri d’altitudine la popolazione ci indicava case non utilizzate perché i pastori le utilizzano soltanto d’estate, cosicché non eravamo all’esterno. Non abbiamo mai legato la bicicletta in Asia e nessuno l’ha mai toccata».

Siete passati anche per l’Afghanistan? «Volevamo, ma non siamo riusciti. Abbiamo affrontato la Pamir Highway, costruita in tempo sovietico in maniera tale da facilitare gli scambi commerciali verso la Cina e ci sono i camion che la fanno. Sono 1.000 chilometri e nei primi 100 costeggi il fiume Pangi, che è il confine naturale con l’Afghanistan. Dall’altra parte vedi appunto gli afghani in abiti tradizionali in moto, che vanno avanti e indietro tra questi piccoli villaggi. Salutandoli da lontano ci salutavano e così è stato per una decina di giorni».

L'ospitalità era la regola in Turchia, dove Jacopo e Bea hanno incontrato tante persone gentili e pronte a raccontarsi e conoscere
L’ospitalità era la regola in Turchia, dove Jacopo e Bea hanno incontrato tante persone gentili e pronte a raccontarsi e conoscere
L'ospitalità era la regola in Turchia, dove Jacopo e Bea hanno incontrato tante persone gentili e pronte a raccontarsi e conoscere
L’ospitalità era la regola in Turchia, dove Jacopo e Bea hanno incontrato tante persone gentili e pronte a raccontarsi e conoscere

Un lato della Turchia quasi inaspettato

La parte più bella, quella che ti ha proprio colpito? «Ne direi almeno tre per motivi diversi: la Turchia per l’accoglienza, ci siamo stati due mesi e abbiamo aperto la tenda 10 notti. Tutte le altre volte qualcuno ci ha ospitato in maniera spontanea perché ci incontrava la sera mentre stavamo pedalando nei villaggi, dove la vita ruota sempre alla sera intorno alla moschea e al piccolo caffè al suo fianco, dove gli uomini dopo il lavoro si ritrovano a bere il chai, il tè e c’era sempre qualcuno che si fermava per strada e ci invitava a casa. In Turchia la cosa difficile era fare chilometri, perché eri sempre invitato…

«Poi il Pamir, perché l’abbiamo fatto in un periodo atipico. Il viaggio è diventato un’esplorazione più che un viaggio in bici. Noi siamo abituati a viaggiare in bici, ma non in condizioni così estreme, lì le abbiamo assaggiate. Noi eravamo sprovvisti di un’attrezzatura invernale giusta per il Pamir e a Dushanbe, in Tajikistan, siamo entrati in contatto con un mercante che ci ha accompagnato in un bazar e ci ha aiutato a recuperare quello che ci mancava, scarponi invernali, guanti un po’ più adatti, eccetera.

L'arrivo a Ulanbaatar, capitale della Mongolia, termine del viaggio per i due cicloesploratori
L’arrivo a Ulanbaatar, capitale della Mongolia, termine del viaggio per i due cicloesploratori
L'arrivo a Ulanbaatar, capitale della Mongolia, termine del viaggio per i due cicloesploratori
L’arrivo a Ulanbaatar, capitale della Mongolia, termine del viaggio per i due cicloesploratori

«Infine la Mongolia, per il nomadismo: hanno un ritmo di vita molto più lento del nostro, scandito dalla loro religione buddista e hanno delle ritualità, la preparazione del tè dura più di un’ora. Noi mettevamo la tenda, spesso vedevamo pastori che ci osservavano, stavano lì una mezz’oretta, 40 minuti, si avvicinavano e poi iniziavano a parlare in maniera non invadente. Quando poi tiravano fuori la bottiglia di vodka capivi che in qualche modo si era diventati amici e si faceva un po’ una chiacchierata attraverso Google, ma con una popolazione come quella mongola, a volte bastano veramente i gesti e gli sguardi».

Il vostro viaggio non è stato fine a se stesso… «Io lavoro come educatore da anni, sono entrato in contatto col mondo dell’autismo ed è una realtà che mi sta particolarmente particolarmente a cuore. Il mondo dell’autismo ha regole atipiche e vanno in qualche modo interpretate, scoperte, percorse. Come accade viaggiando in Paesi diversi e lontani dal nostro. C’è questo progetto fatto dai ragazzi di Spazio Autismo, fatto da un gruppo di psicologhe che lavorano sulle competenze sociali dei ragazzi, quindi ci sembrava quello più affine a quello che stavamo facendo. Abbiamo attivato una raccolta fondi col viaggio con cui abbiamo raccolto circa 3.000 euro ed è attualmente ancora aperta».

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