«Il Colle di Nava, a 934 metri di altitudine, è conosciuto come il valico che collega il Piemonte con la Liguria. Non è una meta particolarmente importante per chi ama viaggiare in bicicletta, eppure nel 1956 segnò un traguardo importante per Walter Bonatti, che assieme a tre amici portò a termine la prima traversata scialpinistica delle Alpi, lunga 1.800 chilometri». E’ così che inizia il comunicato che racconta il viaggio di Giovanni Panzera, sulle tracce di Walter Bonatti: alpinista bergamasco scomparso nel 2011, esploratore, giornalista, scrittore e fotoreporter, una delle figure di riferimento dell’alpinismo mondiale.
Avevamo sentito Panzera prima che attaccasse gli scarpini ai pedali, a Stolvizza, in Valle di Resia, nelle Alpi Friulane. Ebbene, a 70 anni di distanza, Giovanni Panzera, cicloviaggiatore cuneese, ha ripercorso quel mitico tragitto. Una traversata unica, tra strade asfaltate e sterrate, vallate, salite che hanno superato i 3.000 metri e discese.


Insomma, Giovanni, impresa riuscita!
E’ stata un’avventura straordinaria, a dir poco, perché veramente difficilissima, molto, molto impegnativa. Ma ne è valsa la pena. Attraversare i luoghi dove è passato Bonatti è stato anche molto emozionante. Conosciamo tutti Walter Bonatti, sappiamo chi era e cosa ha fatto. Poter percorrere, in parte, i suoi passi è stato qualcosa di straordinario.
Ci avevi raccontato di una tabella di marcia e di qualcuno che ti seguiva…
Alla fine ho impiegato meno tempo di quanto pensassi. Sono riuscito a procedere anche abbastanza bene, malgrado quest’anno, come sapete tutti, il caldo sia stato massacrante. Pensate che sono arrivato in alcune zone, per esempio in Val d’Isère, dove un tempo d’estate c’era il ghiacciaio, quest’anno ho trovato temperature di 37 gradi. Pensate che cambiamento climatico: quest’anno è stato veramente qualcosa di pazzesco. In tanti anni di viaggi, non mi era mai capitata una situazione meteorologica del genere. La fatica è stata doppia, anche perché affrontare le salite con queste temperature è tosta. E’ tosta, veramente tosta.


Possiamo immaginarlo…
Anche perché il viaggio, al di là di tutto, si è svolto in buona parte su strade sterrate, faticose da raggiungere. Lo scopo era proprio quello: passare dove, per quanto possibile, era passato Walter Bonatti 70 anni fa. E’ stato anche un viaggio di ricerca e di scoperta. In tanti posti, non conoscendoli, sono andato a esplorare il territorio e a capire meglio l’impresa compiuta da Bonatti e dai suoi compagni sette decenni fa. Bisogna considerare che sono passati tanti anni. Oggi abbiamo le tecniche, la tecnologia e tutto ciò che ci occorre. All’epoca hanno compiuto veramente una grande impresa. Ripercorrere quei luoghi, anche se in bicicletta, è stata una bella avventura proprio per questo motivo.
Anche dal punto di vista delle costruzioni e delle infrastrutture hai trovato un paesaggio diverso. Il tuo viaggio è stato anche un viaggio nel tempo?
Quello attraversato da Bonatti era chiaramente un paesaggio più selvaggio. Però la montagna rimane sempre quella e le difficoltà che ha incontrato lui si possono incontrare anche oggi. Anzi, se vogliamo parlare della stagione invernale, adesso alcune cose sono diventate molto più complicate. Tante montagne dove un tempo si riusciva a salire bene con gli sci oggi sono quasi impossibili da affrontare, impraticabili, a causa del cambiamento climatico.
Al netto che tu hai viaggiato in estate, mentre Bonatti e i suoi amici partirono alla fine dell’inverno, oggi, senza la neve, la bicicletta è quasi indispensabile per collegare le diverse tappe del percorso originale?
Esatto, è così. Le zone attraversate sono straordinarie. Le Alpi regalano sempre ambienti unici ed emozionanti. Anche se tante zone le avevo già percorse negli anni scorsi, è sempre un’emozione tornarci. Poi pensavo di avere, in qualche modo, Bonatti al mio fianco, come se mi avesse accompagnato durante il viaggio.


Bello, un pensiero profondo…
E’ un pensiero che mi tornava in mente soprattutto nei momenti più difficili, quando ero in difficoltà e dovevo affrontare salite sempre impegnative. Era quasi come se Bonatti mi spingesse. In qualche modo salivamo entrambi, ognuno a modo suo. Ho sempre avuto una grande ammirazione e un profondo rispetto per questo personaggio, che è stato veramente unico, sia a livello alpinistico sia dal punto di vista umano.
Giovanni, parliamo della logistica, un aspetto sempre cruciale per chi viaggia in bici…
Avevo la mia tendina. Partivo al mattino, verso le sei o le sette, e viaggiavo tutto il giorno. Nel pomeriggio cercavo sempre un posto dove campeggiare. Oggi è comodo perché ci sono i campeggi, quindi trovare una sistemazione era più semplice. Allo stesso tempo, era anche l’occasione per raccontare alle persone che incontravo questa grande esperienza e la storia di un personaggio come Bonatti. Non è stato soltanto un viaggio fine a se stesso, ma anche un modo per raccontare questa avventura.
Come fanno i grandi alpinisti, cercavi di accamparti prima che scendesse il sole?
Sempre, anche se quest’anno il sole sembrava non scendere mai! Purtroppo. Era sempre lì a battere. Davvero, è stata un’estate anomala, anche per quanto riguarda i temporali. Con tutto quel calore si generavano tempeste pazzesche, quasi tropicali. Fulmini, vento e fenomeni sempre molto violenti. Bisognava fare attenzione e valutare bene anche dove fermarsi in base al meteo. Un giorno, in Trentino, c’è stato un temporale talmente violento che a un certo punto la tenda galleggiava. E’ arrivata tanta acqua tutta insieme, al punto che il terreno non riusciva più ad assorbirla. C’erano dieci centimetri d’acqua sul suolo. Io mi sono messo in tenda, ho aperto le cerniere e spostavo l’acqua per evitare che entrasse.


Ci parlavi della traccia: da Stolvizza, in Friuli, al Colle di Nava, in Liguria. Quanti chilometri hai percorso?
In totale ho percorso quasi 2.500 chilometri e affrontato circa 67.000 metri di dislivello. Chiaramente, la mia traccia ha cercato di essere il più possibile fedele a quella originale, sempre considerando il fatto che io viaggiavo in bicicletta.
C’è stato un passaggio che ti è rimasto particolarmente impresso? Un luogo, un valico, una discesa che, se chiudi gli occhi, rappresenta l’immagine del tuo viaggio?
In un viaggio così, ogni metro e ogni chilometro che percorri sono qualcosa di unico e straordinario. Non mi piace fare paragoni. Sono posti talmente belli e ognuno ha le proprie caratteristiche. Non posso dire che un luogo valga più di un altro, non sarebbe giusto. Il bello del viaggio è proprio questo: assaporare ogni metro, ogni pedalata.
A volte qualche cicloviaggiatore, magari quando comincia a sentire la stanchezza, ci racconta di avere fretta. A te è mai capitato di arrivare a quel punto?
No, mai. In tanti anni di viaggi non mi è mai successo. Anche perché, quando inizio un viaggio, entro in un mondo a sé, come se mi chiudessi dentro una bolla d’aria. Entro nel mio mondo e il tempo assume un’altra misura, un altro spazio. Per esempio, non viaggio mai con l’orologio, perché non voglio guardare il tempo e gli orari. Ovviamente mi do dei limiti, ma non voglio essere condizionato durante i viaggi, mai. Se arrivo alle 13,15 oppure alle 14,05 non succede assolutamente niente. Devo proprio cercare di vivere insieme il tempo e lo spazio.


Per la tua impresa, però, è servita anche una bici ben preparata, giusto?
La mia bici ormai fa parte di me. E’ una bicicletta della CBT Italia, un’azienda cuneese, quindi tutta italiana, che produce biciclette davvero straordinarie. E’ una gravel in carbonio, già collaudata in altri viaggi estremi. Devo dire che mi dà tantissime soddisfazioni. Prima di tutto per la comodità, perché è una bicicletta pensata per i viaggi e ti permette di percorrere tanti chilometri senza stancarti più del necessario. Questo è importante quando si affrontano distanze del genere. Poi è molto versatile. Cambiando le ruote, infatti, potevo utilizzare quelle da strada oppure quelle da fuoristrada. Con la configurazione più adatta, la bici diventava praticamente simile a una mountain bike. Una bici al top.
Dunque, Giovanni, potevi cambiare le ruote anche durante il viaggio?
Sì, perché avevo l’assistenza di mio fratello Teresio e quindi la possibilità di cambiare le ruote, sfruttando meglio il tempo e adattandomi alle diverse situazioni. Alcune strade e alcuni tratti erano veramente impegnativi, perciò avevo bisogno di ruote adatte, simili a quelle di una mountain bike.
Qual è stato il punto più alto che hai raggiunto?
Un valico tra Italia e Austria, di cui adesso non ricordo il nome, dove ho sfiorato i 3.000 metri di quota. Eravamo dalle parti della Val Passiria, nelle Alpi Retiche.


Bonatti ha legato parecchio il suo nome a Courmayeur. Quando sei passato da quelle parti, dove si trova anche il museo degli Alpini e dove si conserva una parte importante della sua storia, come è andata?
Bellissimo. Ho percorso il Gran San Bernardo e il Piccolo San Bernardo, poi sono andato al rifugio Elisabetta Sordini. Sono tutte zone in cui erano passati anche Bonatti e i suoi amici. Bella anche l’accoglienza a Bardonecchia, con l’amministrazione locale che ci teneva molto in quanto Bonatti fece lì il maestro di sci per 2-3 anni.
Quando raccontavi questa storia ai rifugisti, come reagivano?
Erano un po’ sorpresi. Una cosa che ho notato è che, soprattutto dalle parti del Trentino, Walter Bonatti è poco conosciuto.
Giovanni, vorresti aggiungere qualcosa?
Questa avventura diventerà un documentario, che chi vorrà potrà vedere. Per me è stato un bel modo di raccontare questo personaggio da un punto di vista un po’ diverso. Bonatti viene ricordato soprattutto per le sue imprese alpinistiche, mentre nella seconda parte della sua vita è stato anche un grande viaggiatore ed esploratore. Ho voluto legarmi proprio al tema del viaggio e dell’esplorazione. Forse è anche per questo che l’ho sentito così vicino.







