«Sai che è una figata pazzesca? Secondo me – dice Clelia Sessa tutto d’un fiato – pedalare col buio è la cosa che ricorderemo di più. La sera prima ho dormito tre ore perché ero troppo agitata, all’una ero sveglia. Il primo pezzo di strada penso di averlo fatto duecento volte nell’ultimo mese. E farla così, senza lampioni, questa salita nel buio che ti avvicinava alle stelle, è stato suggestivo da morire…».
Poche parole per dipingere un’immagine stupenda. E’ cominciata così, alle tre e mezza del mattino di domenica 18 ottobre, la One Day Challenge di Clelia Sessa. Lei viene dal Lago Maggiore: la prima parte di questa storia ve l’avevamo raccontata dopo averla conosciuta all’International Bike Festival. Non avevamo detto, perché ci aveva chiesto di non farlo, che la barca su cui si occupa di meccatronica è Luna Rossa, che fa base a Cagliari ed è in piena preparazione per la Louis Vuitton America’s Cup, che si svolgerà a Napoli dal 27 maggio al 4 luglio.
La sfida di Clelia consisteva nel pedalare tutti d’un fiato i 320 chilometri da Cagliari a Olbia nel suo giorno di riposo: domenica scorsa. Si aspettava che qualcuno la accompagnasse. Le erano arrivati messaggi dagli amici del mondo della vela, ma neppure lei pensava che la sua iniziativa un po’ folle e certamente suggestiva avrebbe smosso tanto interesse. E ora che l’ha portata a casa, arrivando dall’altra parte della Sardegna alle 18,30 con una media di circa 27 orari, il suo racconto in certi momenti ti fa venire i brividi.


Possiamo dire che il viaggio di Clelia è stato un trionfo?
Sotto tanti aspetti, è andata davvero bene. Sono contenta di un sacco di cose, oltre al fatto di averla finita, che per me era un obiettivo personale importante. Sono contenta anche perché siamo partiti che volevamo farla in quattro e sai quanti l’hanno fatta in tutta? Sette. E’ sintomo di un evento riuscito bene, la gente si è sentita accompagnata, ha sentito l’energia positiva che c’era. Ha sentito lo stimolo e questo mi ha fatto molto piacere.
Vuoi dire che hanno abbracciato anche loro la sfida e non erano lì solo per starti accanto?
C’era un amico, Tommaso, che aveva l’obiettivo di fare i suoi primi 100 chilometri. E’ finito a farne 160 più altri 40 alla fine e si è portato a casa a 200 chilometri. Non ne aveva mai fatti 100, capite la differenza? Vuol dire che tutti si sono sentiti coinvolti e sono riusciti a fare qualcosa in più.


Siete partiti alle 3,30: questo significa che avete pedalato a lungo col buio. E’ stato davvero così bello?
Le luci le ho spente quando siamo arrivati a colazione, di buio ne abbiamo preso veramente tanto. Però è stato molto bello ed è stata una delle parti che mi è piaciuta di più. Nei miei allenamenti sono uscita spesso alle cinque del mattino (Clelia si occcupa di meccatronica a bordo di Luna Rossa, ndr), invece tanti non avevano mai pedalato in queste condizioni e per questo è stato ancora più bello. Alla partenza sono venuti dei giornalisti a fare un’intervista che hanno mandato in televisione. Sono venuti dei colleghi a salutare, poverini con la sveglia alle tre…
Quindi il mondo della vela ha risposto presente?
Tutto il mondo della vela, sì, sì, sì (Clelia sorride e come già a Misano ci arriva una scossa di entusiasmo, ndr). Uno di quelli che l’ha fatta tutta è stato Checco Bruni, famosissimo timoniere di Coppa America. Lui è partito dicendo che sarebbe arrivato alla fine della salita di Santa Maria Navarrese, che erano 170 chilometri, e alla fine l’ha finita tutta con i crampi: un eroe!
C’era Ruggero Tita, con cui eri a Misano?
E’ venuto anche Ruggero Tita (due volte campione olimpico e timoniere di Luna Rossa, ndr), che ha fatto i primi 110 chilometri, poi è dovuto tornare indietro perché aveva delle cose da fare. Però la partecipazione del mondo della vela è stata veramente tanta. Eravamo tutti noi, praticamente. Quelli di Luna Rossa, gli amici velisti che sono venuti dal Lago Maggiore, davvero tanta gente…


Hai tenuto riservato fino all’ultimo il fatto di lavorare per Luna Rossa: quando poi è venuto fuori e lunedì ti sei presentata al lavoro, come ti hanno accolto?
Il capo mi ha detto: «Sei la numero uno!». E’ piaciuto molto, ma è piaciuto anche a chi era con noi. Bruno Rosetti, medaglia olimpica di Tokyo nel canottaggio. Stiamo parlando di un atleta vero, ex ciclista di Luna Rossa (fino al 2024 a bordo delle barche dell’America’s Cup c’erano dei cyclor che pedalando producevano l’elettricità necessaria per i sistemi idraulici, fra loro anche il professionista Paolo Simion, ora sostituiti da batterie per ridurre l’equipaggio da 8 a 5, ndr), che poteva pedalarla tutta ai 35 di media.
Invece?
Invece è stato quello che mi ha portato a finire gli ultimi 70 chilometri. Si è messo davanti, una montagna di 100 chili, e mi ha fatto scudo. Io mi sentivo in colpa, gli dicevo di andare. E lui ha sempre risposto di essere lì per me e che sarebbe restato con me.
Avete avuto anche una bella scorta tecnica, giusto?
C’erano quelli di Technobike, lo Giant Store di Cagliari, che ci ha fatto assistenza durante tutto il percorso e per fortuna che c’erano. All’inizio col buio abbiamo bucato in tanti e Giorgio Carta è stato favoloso. Ha sistemato tutto lui e già dal giorno prima aveva distribuito le bici test che avevano fatto arrivare per l’occasione. Ci siamo trovati tutti davanti al negozio, le abbiamo provate, ci siamo conosciuti e alla fine si è formato un bel gruppo.


Ci dicono quelli più informati che adesso vorresti rifarlo, arrivando ad Alghero…
Abbiamo un po’ di idee. La prima, visto che rimarremo in Sardegna fino a marzo, potrebbe essere Cagliari-Alghero, che è anche quella impegnativa, con un po’ più di dislivello. La seconda sarà fare la scalata del Mottarone alla vigilia di Natale, una sorta Christmas Edition per mangiare il panettone tutti insieme. Poi col fatto che ci sposteremo a Napoli, a me piacerebbe fare qualcosa da quelle parti, ma là ci andiamo per le regate e quindi quelle verranno prima di tutto.
La verità: Clelia ha mai avuto paura di non farcela?
Ho avuto una crisi verso la fine della salita di Santa Maria Navarrese. Mi sono dovuta fermare un attimo a mangiare, perché non ne avevo più. Poi ho avuto un’altra crisi a 250 chilometri, un male al collo infinito. Mancavano 70 chilometri e ho pensato che fossero troppi: non sapevo se ce l’avrei fatta. E proprio in quel momento è stato decisivo il lavoro dei gregari che mi hanno inglobata nel gruppo. Io ero appena dietro e appena gli dicevo di calare un attimo, loro calavano e questo è stato fondamentale.


Qualcuno in particolare?
Una persona che per me era fondamentale ci fosse quel giorno, perché sapevo che a livello psicologico è la mia forza, è stato il mio compagno Filippo. Non mi ha mollato un metro, è stato al mio fianco dal chilometro zero al 320. In salita, quando magari avevo bisogno del gel, lui tornava indietro alla macchina, li recuperava e me li portava. Parliamo di una salita di 40 chilometri, vuol dire che lui stava bene. E’ stato veramente fondamentale per arrivare alla fine.
Credi che se fossi stata sola, ti saresti arresa?
Quando sono arrivata ai 250 chilometri, gli ho detto: «Filo, io non so come fare, io non ho altri 70 chilometri nelle gambe». Lui mi ha guardato con una tranquillità… Mi ha detto: «No no, Clelia: serena! Tu 70 chilometri li hai ancora, non preoccuparti». Poteva consolarmi e provare a minimizzare, invece si è mostrato più sicuro di me e mi ha detto di stare serena perché ce l’avrei fatta. Ha fatto la differenza. Sicuramente dipende dal fatto che andiamo in barca insieme da quando abbiamo cinque anni: mi conosce molto bene, sa come prendermi nei momenti no.


Vincere una regata, arrivare a Olbia: ci sono punti in comune?
Sono due cose completamente diverse. Rimane il fatto che in entrambi i casi è una sfida personale, perciò quello che porti a casa è davvero tanto. Sono due cose diverse perché io le ho vissute in maniera diversa. Faccio gare da sempre e in gara conta il risultato. In questo caso invece contava l’esperienza: arrivare in fondo e che tutti fossero contenti. Nelle regate sei più attento al dettaglio, sei più esigente, è un terreno che conosci. Qui non sapevo a cosa sarei andata incontro.
Avevi raccontato che ci sarebbe stata una raccolta fondi per le Pink Flamingos…
Ci sono state, abbiamo raccolto un po’ di fondi, siamo state accolte in modo trionfale a Tortolì, in cui loro si sono fermate e hanno partecipato a un evento organizzato dal Comune. Io ho continuato, non potevo fermarmi così tanto perché mi avrebbe spaccato le gambe. Sono state molto contente, emozionate, partecipi dall’inizio alla fine. Ci hanno seguito e quando non ce la facevano più a pedalare, hanno preso il furgone e ci hanno seguite dandoci sostegno con un tifo da stadio. E’ stato molto bello!


La cena di Olbia è stata un trionfo di portate oppure avevi lo stomaco chiuso per la fatica e non hai mangiato nulla?
La verità è che durante tutto il giorno ho mangiato in continuazione, perché avevo paura di andare in crisi di fame. Un po’ di gellini Sis, che ci ha fornito anche carbo in borraccia. Poi ho mangiato dei piccoli panini che ci eravamo fatti con pane, burro d’arachidi e marmellata. Ho cercato di mangiare più che potevo, perché in passato avevo avuto un paio di crisi di fame e quando arrivano, poi non mi riprendo più. Ho mangiato così tanto che la sera, non dico che non avessi fame, ma quasi…
Qual è la soddisfazione di un’impresa così?
Sai che non l’ho ancora realizzato? Il giorno dopo è stato bellissimo tornare al lavoro, perché tutti ci facevano i complimenti, ma io non l’avevo messa a fuoco. La mia soddisfazione più grande è stata vedere tutti così contenti ed essermi tolta un sassolino dalla scarpa: essere riuscita a fare una cosa fuori dalla mia comfort zone, che quasi non mi aspettavo il mio corpo riuscisse a fare. Oltre quello, è stato bello vedere le persone così partecipi, così felici.
Aspettavi meno compagnia?
Dovevamo essere in quattro, l’abbiamo finita in sette, ma alla fine eravamo più di trenta. Chi ha pedalato un chilometro, chi ne ha pedalati 100, chi è venuto a fare assistenza. Tante persone coinvolte così significa che innanzitutto ti vogliono bene e non è assolutamente scontato. E poi che sono stati tutti contenti di fare questa cosa insieme.


Tuo papà è venuto?
C’era anche lui, Capitan Findus (suo padre Carlo Sessa è stato ed è ancora il comandante del Moro di Venezia e con la sua barba ricorda davvero il capitano dello spot. I due sono insieme nella foto di apertura, ndr). E’ venuto, ha guidato il furgone, ci ha fatto assistenza e ha anche fatto la salita di Santa Maria Navarese con la bici elettrica. Noi veniamo dal mare, però anche lui ha mandato giù la sua dose di fatica.
A margine del racconto, annotiamo il contributo di Liv Italia, Giant Italia e della responsabile marketing Marta Villa, che essendo originaria del Lago Maggiore, conosceva già Clelia. Abbiamo raccontato altre volte del grande lavoro con i Giant Store d’Italia, ma sposando il progetto, l’azienda ha fatto un passo in direzione di Technobike di Cagliari, diventato quartier generale dell’impresa, lasciando poi sull’isola le bici test portate per supportare chi avesse partecipato alla Cagliari-Olbia.


L’idea di supportare progetti coraggiosi fa parte del loro DNA, tanto da essere accanto a due ragazzi che partiranno domenica per la Nuova Zelanda. Quel che ha colpito del progetto di Clelia Sessa è stato capire quanto sia importante la bicicletta per i ragazzi di Luna Rossa: un gruppo di persone abituate a ragionare sul filo estremo dei secondi e di infinte parti di millimetro, che sulla bici riescono a ritrovare un battito più naturale, riuscendo ad apprezzare il ritmo di una salita nel buio che ti avvicina alle stelle…







