Per anni il cicloturismo è stato raccontato quasi esclusivamente attraverso la lente dello sport. Salite, prestazioni, chilometri percorsi, medie orarie. Eppure oggi il settore sta vivendo una trasformazione profonda, che lo sta portando sempre più lontano dalla dimensione sportiva e sempre più vicino a quella del turismo esperienziale.
E’ stato questo uno dei messaggi centrali dell’intervento di Silvia Livoni Colombo, bike destination specialist e fondatrice del format “Bike Hub”, durante il forum “Il futuro del turismo è lento”, andato in scena a Perugia lo scorso 22 maggio nell’ambito del press tour dedicato all’Alta Valle del Tevere cui abbiamo preso parte.


«La bici è il nuovo golf»
Per Livoni il punto di partenza è chiaro: «La parte più importante è non pensare che il cicloturismo sia un sottoprodotto dello sport: il cicloturismo è diventato un prodotto turistico leisure (relativo al tempo libero, ndr). Può essere di lusso, può essere di qualsiasi tipologia di spesa, ma è un prodotto turistico, non è sport».
Un cambio di prospettiva che obbliga territori, amministrazioni e operatori turistici a rivedere completamente il proprio approccio. «Non si parla più solo di mobilità, non è più solo un mezzo di trasporto. Dobbiamo trasferire dei valori, quelli del territorio, dell’autenticità, degli artigiani e della storia attraverso la bicicletta. Non si tratta più di un turismo di destinazione ma di motivazione».
In altre parole, il cicloturista non sceglie un luogo semplicemente perché esiste una ciclovia. Lo sceglie perché cerca esperienze, persone, cultura, enogastronomia e autenticità. Per spiegare questa trasformazione Livoni utilizza un parallelismo molto efficace. «Nel mondo del marketing – continua Livoni – si dice ormai da tempo che la bicicletta è il nuovo golf, perché abbina modalità di viaggio, capacità di spesa e ricerca di destinazioni dove poter praticare la propria passione. Come un golfista sceglie Marrakech perché ci sono cinque campi da golf, oggi un cicloturista sceglie una destinazione perché offre percorsi, servizi e un’esperienza completa».


Strava e la pausa caffè
Un cambiamento che impone anche di superare alcuni stereotipi ancora molto diffusi. «Non pensiamo che il ciclista sia semplicemente quello con la tutina aderente o che mangi solo barrette. E’ spesso un pubblico colto che vuole pedalare tra i vigneti, fermarsi per una degustazione, acquistare artigianato locale e incontrare la comunità».
A confermare questa evoluzione arrivano anche i numeri. Livoni cita infatti i dati raccolti da Strava, curiosamente proprio la piattaforma di riferimento per milioni di ciclisti e sportivi nel mondo, fatta di watt e dislivelli. Sembra un paradosso ma… «I record di Strava – spiega – ci dicono che sta cambiando la community. Le soste rappresentano ormai il 16% del tempo totale di un’uscita, circa 28 minuti. E quando nella registrazione compare la parola “coffee”, la pausa sale a 46 minuti».
Numeri apparentemente semplici ma estremamente significativi. Il ciclista moderno non si limita a pedalare. Si ferma, visita luoghi, entra nei bar, fotografa, compra prodotti tipici e vive il territorio. Ed è proprio qui che emerge un altro concetto chiave illustrato da Livoni. «Il cicloturismo moderno è human-center, cioè focalizzato sulla persona, ed encounter-center, focalizzato sull’incontro. Il cicloturista vuole conoscere chi vive il territorio, ascoltare storie, fermarsi a parlare con il produttore di vino, con l’artigiano o con il gestore di una struttura ricettiva».


Le tendenze emergenti
Tra le tendenze emergenti citate durante il forum c’è anche quella definita “Hushpitality” ovvero: scappare dai luoghi attaccati dall’overtourism. La crescita delle ciclovie nelle aree interne e dei percorsi lontani dai grandi flussi turistici va letta proprio in questa chiave. La bicicletta consente di raggiungere luoghi meno conosciuti e di distribuire i visitatori su territori che spesso restano esclusi dalle rotte tradizionali. «Se sono sulla Via Francigena in bicicletta – chiarisce – posso percorrere cinque, sette o dieci chilometri in più per visitare un borgo, un museo o una cantina fuori itinerario. Cosa più difficile se sono a piedi».
Un’altra tendenza citata da Livoni è quella dell’“inherit-tourism”, il turismo intergenerazionale. «Sono viaggi che uniscono generazioni differenti. Spesso sono famiglie anglosassoni in cui nipoti e nonni si ritrovano in Italia. La bicicletta riesce a colmare questo divario generazionale e permette di vivere esperienze insieme». Grazie soprattutto alla diffusione delle e-bike, persone con età e capacità fisiche molto diverse possono condividere lo stesso viaggio, trasformando la vacanza in un’esperienza comune.
Il tema degli eventi rappresenta un altro tassello importante. «Gli eventi ciclistici hanno importanza per l’impatto economico, per la visibilità che generano e per la consapevolezza che creano all’interno delle comunità» puntualizza. Secondo Livoni anche una manifestazione di piccole dimensioni può lasciare sul territorio un indotto giornaliero compreso tra 150 e 300 euro per partecipante.


Fare rete e semplificare
Per costruire una destinazione cicloturistica competitiva servono, però, programmazione, collaborazione e visione. «Il network è il vero valore di un territorio. Itinerari, ospitalità e attrattori identitari devono lavorare insieme». Un concetto che richiama la necessità di mettere in rete amministrazioni, operatori turistici, produttori e associazioni, creando un sistema capace di offrire al visitatore un’esperienza completa.
Alla base di tutto resta però la semplicità. «Bisogna rendere tutto facile – dice –. Il turista deve trovare facilmente informazioni, sapere dove pedalare, dove dormire, dove mangiare e dove parcheggiare la bicicletta». Anche l’accoglienza, sottolinea Livoni, non dipende necessariamente da grandi investimenti. «Se un albergatore non ha una bike room cerchi almeno di far portare la bici in camera o nel proprio ufficio e rassicuri l’ospite. Anche questo è fare ospitalità bike friendly».
Se è vero che la bicicletta non è più soltanto uno strumento per fare sport, ma un modo diverso di conoscere e vivere il mondo, Silvia Livoni conclude con un monito: «Si parla di turismo lento, ma chi organizza il turismo lento deve pedalare molto veloce per competere con altre destinazioni».







