«Sono un po’ stanchino». La celeberrima frase pronunciata da Tom Hanks in “Forrest Gump” si addice perfettamente a descrivere la sensazione di Hervè Barmasse, alpinista valdostano capace ancora una volta di superare i suoi limiti e di vincere un’altra sfida incredibile attraverso il Belpaese.
Endurance-Italia l’ha visto scalare, in appena 30 giorni, le 20 vette più alte delle nostre regioni. Per raggiungerle, ha percorso 4.250 chilometri in bicicletta o a piedi (più di uno qualsiasi dei tre Grandi Giri), che arrivano a circa 5.000 considerando le miglia nautiche, per la bellezza di 81.000 metri di dislivello positivo, ovvero come scalare nove volte l’Everest partendo dal livello del mare. Più forte del caldo torrido e dei temporali tropicali che hanno attraversato il territorio durante la sua cavalcata. Una forza della natura che ci ha raccontato la sua incredibile avventura.
E’ scattato il 4 giugno da Cala Gonone, in Sardegna, nonostante un piccolo inconveniente alla bicicletta dell’ultimo minuto, e ha concluso la sua fatica il 3 luglio dopo aver scalato vette come l’Etna, il Gran Sasso, il Cimone, il Monte Rosa, il Monte Bianco e la Marmolada.


Come è nata questa sfida nella mente di Hervé Barmasse?
Volevo vivere un’avventura che utilizzasse soltanto le forze del mio fisico per completare un percorso. L’ho definito Endurance perché non c’era un’altra parola secondo me che poteva dargli un significato migliore. Un tracciato che prevedeva tanti chilometri in bici, un Giro d’Italia esteso, anche se ovviamente a un’intensità diversa, perché io non sono un pro’. Poi, con l’aggiunta della scalata alle montagne, senza però mai utilizzare mezzi meccanici.
Com’è andata?
E’ stata un’esperienza ancor più intensa di quanto immaginassi: la continuità del percorso mi ha permesso di attraversare l’Italia nella sua straordinaria varietà. Ho scoperto dei limiti che per la maggior parte delle persone sono inimmaginabili e che, anche per me, sono stati ben diversi rispetto a quelli preparati sulla carta. Ho affrontato ostacoli ulteriori come quest’ondata di caldo africano: quando pedali a 260 km a 42 gradi non stai facendo un favore al tuo fisico.


Come facevi a mantenerlo lucido e abituarlo a bere e mangiare in grandi quantità?
Seguendo le indicazioni dell’Equipe Enervit e, nello specifico di Elena Casiraghi, non ho mai avuto problemi di nausea da assunzioni di prodotti che, ovviamente, devono essere miscelati con alimenti tradizionali. Cercavo di variare. Ho usato i vari prodotti della C2:1 variandoli, in particolare le barrette e i gel col sodio che per me sono state una perla viste le temperature affrontate,
Stessa alimentazione in bici oppure andando a piedi cambiava?
Quando passavo dalla bici alla montagna o quando rientravo dalla scalata, magari passavo agli elettroliti in lattina: è stato un plus che mi ha dato una marcia in più. Anche perché in occasioni di questi sforzi non si può soltanto bere acqua perché il sangue si fluidifica troppo e bisogna inserire sali ed elettroliti per reintegrare.


Il caldo che ci citavi ti ha scompaginato i piani?
Diciamo che rispetto al percorso che avevo disegnato, ho dovuto evitare delle strade secondarie e inserire più pezzi di statali, diminuendo i chilometri, ma direi che è stato comunque un giro bello lungo e intenso. Facevo, in media, circa 137 km e 2.700 metri di dislivello tutti i giorni, poi c’erano tappe da 5.000 o 6.000 e altre un po’ meno dure, ma più o meno i valori erano quelli.
Difficoltà?
Innanzitutto, tracciare il percorso, perché le app non sono così precise come ci immaginiamo. Al Sud, spesso mi mandavano su strade sterrate o interrotte, per cui sul momento mi inventavo altre tracce. Per fortuna, ho incontrato delle persone per strada e, col vecchio metodo oramai superato di chiedere indicazioni ai locali, ho risparmiato chilometri e fatica. Chi fa sport e chi è di zona sa sempre darti una mano grazie alle proprie conoscenze. Ad esempio, in Basilicata e in altri tratti del Sud Italia ho evitato distanze inutili con condizioni proibitive. Per i pugliesi, 38°C non erano nulla, mentre per me erano già devastanti. Poi quando siamo passati a 42°C è stato ancora più difficile.


Per i lunghi tratti pedalati, che bici hai scelto e per che rapporti hai optato?
C’è stato un imprevisto scoperto il giorno prima alla mia Pinarello Dogma F MY23, perché il manubrio si è incrinato, credo in seguito a una bruttissima caduta occorsami a febbraio. Non si era visto al primo controllo, poi magari con l’utilizzo è uscito il problema. Per fortuna, in Sardegna sono di casa, perché la mia compagna è di Nuoro, così ho potuto prendere una bici un po’ vecchiotta e senza cambio elettronico.
E come te la sei cavata?
Per le prime dieci giornate fino all’Aquila non è stato facile perché dietro avevo il 28 e in Calabria, sull’Orso Marso che ha pendenza media del 16% non è stato così piacevole. Però l’ho gestito, poi per fortuna ho avuto il nuovo manubrio mentre scalavo il Gran Sasso e così sono tornato sul mio mezzo che montava 52-36 e dietro il 34, che però poi ho usato poco.
Che cosa resta bell’animo di Hervé Barmasse dopo queste trenta, intense giornate?
L’Italia è un territorio incredibilmente affascinante a livello di paesaggi, che offre dei panorami, dei colori, dei profumi, dell’arte unici. Andando in bici, hai quella possibilità in più di assaporarli da più vicino perché puoi guardarti attorno e restarne rapito, anche mentre fai fatica. Così com’è stato bellissimo condividere i tratti in barca a vela con una leggenda come Giovanni Soldini, con cui siamo molto amici.


Due anni fa la tua Supermaratona sulle Dolomiti: che effetto ti fa vedere che da tutto il mondo hanno seguito il tuo esempio e sono entrati nella hall of fame diversi cicloamatori?
L’obiettivo era proprio quello, ovvero che ognuno si cimentasse al proprio passo per mettere insieme le 13 salite che hanno reso mitica questa manifestazione. Non era una sfida competitiva, ma l’unica ragione era quella di vivere la bici con una cornice paesaggistica incredibile. Bello vedere che piano piano in tanti hanno ripercorso l’itinerario, alcuni mi hanno anche scritto su Instagram per raccontarmi la loro storia. L’intento era proprio di divulgare questo sport sano come la bici su montagne incantevoli dell’Alta Badia e di tutte le Dolomiti. Anche il viaggio che ho fatto adesso è replicabile, magari spalmato su più anni, senza dover concentrare per forza le 20 regioni in 30 giorni.


Quanto un’impresa del genere si porta a casa con le gambe e quanto con la testa?
L’allenamento è fondamentale e ho seguito una preparazione speciale, in particolare per la bici, insieme a Samuel Marangoni, che segue anche il Team Polti Visitmalta. Dall’altra, per la montagna, mi sono affidato Pietro Cassius, che segue anche discesisti dello sci alpino e i ragazzi che fanno trail runner. Insieme a entrambi, ho escogitato una preparazione che mi facesse arrivare pronto alla partenza.
E’ filato tutto liscio?
Succede che quando sei lì, ti alzi al mattino e devi scalare più di 5.000 metri tra bici e a piedi e poi finisci in cima all’Etna, è la testa che ti porta avanti. Avevo inserito dei giorni di riposo, ma poi per stare dentro i 30 giorni li ho eliminati: di base, non mi sono mai fermato dal 4 giugno, considerando anche i due giorni di barca a vela. Però è stato bello così, visto anche il giugno tropicale che ho trovato, che sia stata la natura a modellare la sfida che ho pensato.
Sono sicuro che stai già pensando alla prossima.
Sì, ma ci sarà tempo per comunicarla. Stavolta però torno un po’ alle origini da alpinista e la montagna sarà il fulcro, come nel progetto appena concluso.







