La passione per le due ruote è qualcosa di insito nel DNA di Marco Melandri. Campione del mondo nel 2002 in 250, a lungo sulla cresta dell’onda in MotoGp e Superbike, il centauro ravennate non ha mai disdegnato le due ruote muscolari. Dalla stima e amicizia con il “Pirata” Marco Pantani alla passione che tuttora coltiva.
La voglia di mettersi continuamente alla prova, infatti, dopo tanti anni di bici da corsa come appassionato, l’ha portato a lanciarsi di tanto in tanto in qualche gara di nuovo col motore, ma questa volta con le e-mtb. L’ultima sfida dell’anno appena concluso è stata sul finire del mese di novembre, in Tunisia, col Tembaine Desert Rally: oltre 500 km spalmati in sei giornate di gara davvero scoppiettanti.
Ce l’aveva promesso alla festa dei Carera (un’agenzia di procuratori leader nel ciclismo professionistico) e, negli scorsi giorni, Melandri ci ha raccontato la sua avventura e ha parlato a 360° del suo amore per la bici in tutte le sue declinazioni.


Com’è andata?
In Tunisia è andata bene. E’ stata un’esperienza molto divertente: faticosa, però davvero bella.
Parallelismi rispetto alla tua prima volta del 2024?
Lo scorso anno l’ho fatta praticamente al buio e devo ammettere che mi aveva molto segnato. Quantomeno, stavolta sapevo cosa aspettarmi da questa avventura. Le tappe e i posti erano molto simili, per cui ero abbastanza preparato a quello che avrei affrontato.
Sei soddisfatto della tua prestazione?
Nel complesso, sì. Nelle tappe corte, in cui si poteva spingere abbastanza anche col motorino, sono andato bene. In quelle più lunghe, invece, dove c’era da risparmiare la batteria e gestirsi, devo ammettere di aver fatto un po’ più fatica.
Cosa cambia dalla carriera da centauro a un rally con la bici elettrica?
Sono due mondi diametralmente opposti e, a dire la verità, nulla di quello che ho fatto in passato, essere stato il Melandri del Motomondiale mi ha aiutato. In bici, infatti ci stai tante ore, mentre in moto è come se fosse una cronometro di quaranta minuti all’incirca, in cui dai tutto. Però, la bici è un qualcosa di molto utile anche per chi si allena tutt’oggi per le gare in moto. Infatti, può sostituire il cardio o la palestra oppure rappresentare un modo per staccare un po’ dalla routine.


Che cosa ti porti dentro della seconda avventura nel deserto?
L’esperienza in generale è stata incredibile perché ogni giorno è una scoperta. Dormire in tenda, essere circondato da queste enormi distese di sabbia: davvero una grande avventura che consiglio a chi ama le due ruote.
Quali sono stati gli aspetti più difficili?
In sfide come questa capita di avere momenti in cui sei disperato e arrivi ad odiare quello che stai facendo. Però, sono proprio quegli attimi lì che ti rimangono e ti fanno crescere. Come quando rimani senza batteria e senza forze e ti fai prendere dallo sconforto, perché magari sei ancora lontanissimo dall’arrivo. Eppure, in qualche modo, dentro di te trovi la forza di andare avanti e, quando ci ripensi a mente fredda, in cuor tuo capisci che comunque non hai mollato e ce l’hai fatta.
Come nasce l’amore di Marco Melandri per il ciclismo?
La passione per la bici ce l’ho sempre avuta, anche se mi dedicavo più a quella da corsa. Il mio idolo era Marco Pantani, che poi conoscevo molto bene.
Come vi siete conosciuti col Pirata?
Ero al primo anno di Motomondiale e lui si era appassionato di moto. A volte veniva a vedere i test o le gare, mentre io andavo a seguire il Giro d’Italia quando passava in Romagna. Diciamo che le nostre passioni si incrociavano alla grande e ho bei ricordi che mi legano a lui


Ce ne citi almeno uno?
Sicuramente la partenza di Cesenatico del 1999. Avevamo creato questo gruppo ironico che si chiamava “La Loggia del Leopardo” e portavamo tutti un cravattino maculato. Prima del via, siamo andati a trovarlo in massa tutti conciati in questo modo bizzarro ed è stato molto divertente.
E come sei arrivato poi ai rally in mountain bike?
Le ruote grasse le ho scoperte in un secondo tempo, nel momento in cui ho deciso di smettere con le moto. Mi sono avvicinato quasi per caso all’enduro e quasi subito ho cominciato a far gare: mi ha restituito quell’adrenalina che mi mancava. Ora però mi piace soltanto la mountain bike elettrica (Marco pedala su una e-bike Exept, ndr), mentre su asfalto prediligo la bici da corsa muscolare. Le bici elettriche hanno aperto un modo e allargato le prospettive di molte persone perché danno la possibilità di fare cose e scoprire posti a chi non potrebbe farlo con la semplice bici senza pedalata assistita.
Tanti motociclisti amano anche le bici, basti pensare alla sfida tentata nel 2025 da Aleix Espargaro con la Lidl-Trek. A te, invece, è capitato di incrociare qualche ex collega nella tua nuova “veste”?
Ho visto che vanno in tanti a fare discesa nei bike park. A novembre, ad esempio, a una gara di enduro con la bici elettrica, ho trovato Dovizioso. La realtà è che, se sei appassionato di fuoristrada, quando provi è bello perché la bici elettrica ti permette di vivere la natura al 100%. Anche quando sei in salita, infatti, attraversi il bosco pedalando. A chi pensa che sia una passeggiata andare con la e-mtb rispondo che l’enduro con la bici elettrica è facile solo per chi non l’ha mai provata: ti invoglia, fai tanta fatica e impari tantissima tecnica che ti serve anche per la discesa.


Hai già pensato a una nuova sfida per quest’anno?
Non ancora, vado molto a sensazione. Mi piace improvvisare e scoprire sempre qualcosa di nuovo. D’inverno, provo a tenermi allenato anche coi rulli e a fare sempre sport almeno quattro o cinque volte a settimana. Per fortuna, qualche bella giornata per uscire c’è ancora.
Alla festa dei fratelli Carera ti abbiamo visto chiacchierare a lungo con Pogacar: a quando una pedalata insieme?
Eh, magari. Intanto però, con la fortuna di vivere a Lugano, spesso mi trovo con Fabio Aru, Vincenzo Nibali, poi a volte incrociamo anche Ulissi, Pozzovivo e Bettiol, per cui mi ritengo fortunato. Quando passeggiano, magari un po’ di pianura con loro riesco anche a farla.







