Oggi ci gettiamo nel mondo affascinante dell’ultracycling e, in particolar modo, delle 24 ore. Non è la prima volta, certo, che parliamo di ultracycling, anche magari quello più spinto. Tante volte lo abbiamo fatto con Omar Di Felice. Oggi però il nostro interlocutore è Cristian Bianchetti.
Bianchetti, reatino classe 1977, ha recentemente conquistato il titolo continentale di specialità, appunto nelle 24 ore. Lo ha fatto, tra l’altro, nella sua regione, il Lazio, a San Giovanni Incarico, dove nella 24H Extreme, tappa ufficiale della Coppa del Mondo Ultracycling, ha coperto 640 chilometri e 10.400 metri di dislivello nell’arco di una giornata.
Con Bianchetti esploriamo dunque questo mondo. Ne emerge qualche aspetto di chi questi eventi li vive in modo professionale e soprattutto emergono tanti consigli per chi vuole cimentarsi. Ma anche l’amore sconfinato per la bici quando gare e scoperta si fondono, dove emerge anche l’aspetto culturale, la scoperta dei territori. Bianchetti lo spiega bene sul suo sito.


Innanzitutto Cristian, cos’è l’ultracycling?
L’ultracycling è definito chiaramente come tutto quello che è estremo. Ci sono le 24 ore, specialità per la quale quest’anno sono campione europeo. Poi ci sono gli eventi oltre i 300 chilometri con dei dislivelli importanti e le mega distanze, come Transcontinental Race o Race Across America. Poi uno le può fare a 10 di media o forte come vuole e come decide liberamente di viverle. Però le gare si fanno a 31 di media e anche a 36 se sono piatte. Per moltissimi di noi è professionismo.
E cos’è per te l’ultracycling?
L’ultracycling non è uno sport, per me è un modo di vivere, è una meditazione costante per diventare ad ogni gara la versione migliore di te stesso, conoscendo già quello che hai vissuto prima. Pedalare di notte al freddo, da solo e nel nulla, è l’unico modo per capire chi sei dentro, perché sei lì, cosa ti spinge ogni volta a preparare un evento del genere con ore ed ore di sacrifici e passione.
Certamente c’è poi tutta una complessa gestione anche alimentare…
Esatto, oltre a pedalare, come pedalano tutti, integrare con le barrette e i gel che ti porti dietro, devi essere bravo nella navigazione, nella gestione della notte, nella gestione del freddo, nell’affrontare l’eventuale crisi… che prima o poi arriva. Se sei bravo non arriva, ma è sempre in agguato. Per esempio, tra pochi giorni, farò una unsupported in Portogallo. Sarò solo per 500 chilometri. In questi casi ho con me tutto quello che ,i può servire per riparare la bici, per dormire, l’abbigliamento per caldo, freddo, pioggia… Per l’alimentazione.


Parliamo delle 24 ore, che sono eventi più definiti (nel tempo e nello spazio), che magari non richiedono le conoscenze di una traccia…
Infatti generalmente sono a circuito, quindi hai un box di riferimento. Non ti porti niente, sei molto in assetto gara. Un assetto molto performante: chiaramente protesi e posizione da cronometro. Sostanzialmente sono delle crono, perché si fanno le partenze distaccate di due minuti l’uno dall’altro. Chi fa più chilometri in 24 ore vince. Paradossalmente la domanda che fanno tutti è: ma ti fermi per fare pipì? Ma stai sempre in sella? Come fai a dormire? Io rispondo sempre che ti puoi fermare anche 24 ore a dormire e hai fatto la tua 24 ore con 0 chilometri… questo per dire che la gestione è del tutto personale e variabile.
Hai detto che le 24 ore sono a circuito, nel caso della gara che ti ha reso campione europeo, il tracciato misurava 40 chilometri. Se tu passi sotto lo striscione a 23 ore e 50’ ovviamente sai che non potrai completare il giro in 10’. In quel caso come si fa?
Ci sono 24 ore di due tipi, quelle piatte a circuito più breve tipo la Roma XIVH e quelle con circuito più ampio. Personalmente preferisco queste seconde perché sei più nella natura, hai ben altri spazi. Il regolamento varia a seconda delle gare, ma nella Extreme, per dire, il cancelletto era aperto fino a 23 ore 59 minuti e 59 secondi. Se tu passavi entro quel limite potevi fare anche un altro giro…
In quel caso però durava più di 24 ore?
Esatto, avresti potuto fare un altro giro e sforare le 24 ore. Nel mio caso, mancavano giusto una manciata di minuti allo scadere, mi sono fermato. Sapevo di avere un certo vantaggio sul secondo e non avrebbe potuto riprendermi. A due ore dal termine aveva un’ora e un quarto di ritardo.


Come si gestisce una 24 ore fatta in modalità agonistica?
La parte più difficile è la notte, specie nei periodi più freddi dell’anno. Devi termoregolare il corpo, gestire i consumi di calorie, i colpi di sonno. A volte mi capita di parlare con dei professionisti e gli racconto dei miei allenamenti… mi dicono che sono matto! Sono interessati e stupiti dai nostri volumi. Tipo le 20.000 calorie bruciate o le otto volte una salita come Terminillo in allenamento.
Hai detto che si parte ogni due minuti. Quindi si usa una bici da crono?
E’ preferibile utilizzare una bici da cronometro, ma questo dipende anche dalla tipologia del percorso. La scia è assolutamente vietata, c’è rischio squalifica o ammonizione o penalità di un quarto d’ora. La bici la scegli in base al percorso. Io all’europeo l’anno scorso, per esempio, ho scelto una bici da crono con ruote da 80 millimetri anche se c’era da fare il Montello. Pensate che abbiamo fatto 8.000 metri di dislivello, però ho ritenuto opportuno che in pianura e in discesa avrei riguadagnato quel terreno perso dato dai 2 chili in più che perdevo in salita. L’ultima Extreme invece l’ho fatta con una bici da endurance. Una bici che in ogni caso aveva le protesi.
Come mai le protesi?
Perché ho la possibilità di stare sempre in posizione aero. Per noi ultracycler è comunque importante essere aerodinamici. Non è una posizione estrema tipo quelle di Ganna, per dire. Per noi deve sì essere aerodinamica – personalmente se sto abbassato risparmio mediamente 30 watt – ma anche comoda. Ci dobbiamo stare a lungo. E’ un altro approccio, ma posso garantire che ogni aspetto nella nostra disciplina è sempre curato e ogni scelta ha una motivazione tecnico-tattica. Anche la tattica infatti conta.


Spiegaci meglio…
Nelle prime 8 ore, solitamente, fai a “sportellate”. Cerchi di prendere una buona posizione in classifica per poi gestire passo e classifica appunto. Quindi vai molto forte. Magari dopo otto ore ti ritrovi a 250 chilometri con 4.000 di dislivello a 31 di media e se il tracciato non è piatto non è una media banale.
Come fai a sapere la classifica in tempo reale? La vedi quando passi sotto l’arrivo?
La vedi lì, abbiamo i led wall, ma la vedi comunque anche dal sito del cronometraggio. Sul manubrio hai il computerino e qualcuno ha anche il telefono. In molti hanno il GPS e il tracker che ti fanno capire dove sei e lo stesso gli altri così ti puoi monitorare. Il cronometraggio è aggiornato sia nella posizione, che nella velocità del pilota in tempo reale.
Parliamo dell’alimentazione, Cristian. In 24 ore non mangi solo gel e barrette, giusto? Visto che hai il box un po’ di pasta ci sta?
Mangi comunque soprattutto gel e barrette. Però dopo le 10-12 ore, specie se la classifica è assestata, qualcuno del tuo staff magari ti passa un hamburger comprato nella macelleria del paese e cotto sul momento. E tu te lo gusti in un tratto del percorso meno tecnico o duro. Magari lo prendi all’inizio della notte e sai che sarà la tua cena. Soprattutto cambi un po’ i sapori tipici degli integratori. La pasta non mi va molto a genio perché ti devi fermare per mangiarla, è scomoda. Meglio, come detto, un pezzo di pizza o un hamburger che sono sfiziosi e danno anche un po’ di morale.


E per quel che riguarda l’allenamento?
I volumi sono ampi. Tante volte faccio 6 ore quando esco. Spesso si lavora in Z1 e Z2, ma credetemi non mancano le zone più intense. E il lavoro a queste zone più spinte non è tanto per i fini della prestazione stessa, quanto piuttosto per la loro ripetibilità, quindi ai fini del fondo. Spesso faccio 15’ di soglia, o mezz’ora in Z4 o 30 sprint da 30” a 700 watt. Per il mio coach quello che conta non sono tanto i watt, ma vedere come reagisco alla trentesima volata. Se viene come la prima allora sto bene.
Se dovessi dare un consiglio a chi è appassionato ma non esperto cosa diresti? E soprattutto ci sono dei “poco esperti” in queste gare?
In effetti il livello medio è alto in questi eventi. Ci sono i super preparati, però ci sono anche i curiosi, quelli che si cimentano per le prime volte. Anche io ero uno di quelli. Alla Race Across Italy il primo anno impiegai oltre il doppio del primo. Tra soste e sonno mi fermai per 13 ore. L’anno dopo sono salito sul podio. Il consiglio è quello di capire il proprio obiettivo. Dico che serve molta testa e non fretta. Una cosa imprescindibile però è avere un’ottima base atletica e di resistenza. Poi molto lo fa l’esperienza, soprattutto per quel che è la notte, il vero nocciolo di questi eventi. Per me ormai sono meditazione e soprattutto la notte, come dicevo, riesco a dare la versione migliore di me stesso. Poi ti accorgi che sì, sono gare, ma non ci sono avversari: alla fine si diventa sempre una famiglia.
La notte è il vero fascino dunque?
Per me sì. Pedali da solo, nel buio con la tua luce. Senti l’aria che cambia. Vedi animali di ogni tipo. E rischi anche! Qualche mese fa in Sardegna, lungo una discesa a quasi 80 all’ora, sono passato tra due vitelli neri. Ho percepito la loro ombra proprio all’ultimo. Di uno ho sentito la coda sulla spalla. Anche questo fa parte del gioco.







