Il movimento delle gran fondo è davvero in crisi? E’ vero che il periodo del Covid ha piegato una filiera che, prima, era florida e produceva numeri importanti ed è parimenti vero che, più che in altri settori, la ripresa è stata lenta e difficile, molti dicono che siamo ancora in mezzo al guado. Le grandi organizzazioni come la Nove Colli stanno rinascendo affidandosi alla tradizione ma anche a messaggi rivolti soprattutto a chi non partecipa per puri fini agonistici e gli esempi in tal senso si moltiplicano sempre più a dimostrazione che quella è la strada.
In Toscana lo sanno bene. A Montevarchi c’è una realtà, quella del GS Avis che da anni ha scelto un’altra strada, dando un’impronta meno competitiva e più “comunitaria” alla sua creatura agonistica, la Cicloturistica Avis Città di Montevarchi che si svolge su tre percorsi la seconda metà di settembre. Parlando con il suo presidente Alberto Sordi (omonimo toscano del grande attore) emerge quella che potrebbe essere la vera via per uscire dalla crisi.


«Io non credo che il ciclismo delle gran fondo sia in crisi, piuttosto credo che stiano cambiando o comunque hanno bisogno di un cambiamento quei format molto competitivi, come appunto la Maratona delle Dolomiti o la Nove Colli. Dovrebbero vivere una fase di trasformazione, perché altrimenti rischiano di non essere più attuali, mentre cresce l’interesse per eventi che uniscono sport, territorio ed esperienza, un po’ come facciamo noi».
Da che cosa deriva questa difficoltà anche per i colossi organizzativi, a parere vostro di praticanti?
Sono eventi nati decine di anni fa e come tutte le cose negli anni non possono rimanere invariati. Cambia la cultura, cambiano tanti aspetti, bisogna tenerne conto e adeguarsi di conseguenza.


La partecipazione a eventi come il vostro dal punto di vista dell’età, com’è? Sono tutti cicloturisti un po’ avanti con l’età o c’è anche una buona partecipazione giovanile?
Quest’anno abbiamo avuto anche alcuni ragazzi minorenni, 14 o 16 anni e si arriva fino alle soglie dell’ottant’anni. La maggior parte è un pubblico maturo, dai 40 in su, ma ci sono anche tanti giovani. Io dico che è un po’ la fotografia del Paese, dal punto di vista anagrafico. Non dimentichiamo che ci sono anche tante ragazze, almeno una cinquantina.
Per la vostra esperienza, chi viene a partecipare a una cicloturistica o a una gran fondo, sfrutta questa occasione anche come spunto per poi tornare per poi vivere una vacanza nel luogo e nelle zone limitrofe?
Sì, direi anzi che è quello che ci spinge, oltre la passione per il ciclismo, a fare questo tipo di manifestazione. Abbiamo avuto proprio un ritorno preciso in questo senso, perché gente che poi abbiamo trovato in altre occasioni ci ha raccontato di essere tornata con tutta la famiglia, con le bici per percorrere queste strade. Ci hanno anche proposto e consigliato altri percorsi in base alle loro esperienze, insomma tanti feedback positivi di ritorno.


Quanto influisce il territorio?
Molto, perché siamo circondati da Chianti, Arezzo, Firenze e Siena, quindi chi viene da noi ha un sacco di vantaggi cicloturistici, offriamo tantissime cose.
Le strutture del territorio, quelle logistiche, enogastronomiche, gli stessi enti locali vi danno supporto considerando il ritorno economico di una manifestazione con oltre 600 partecipanti come la vostra?
Il Comune di Montevarchi ci dà un grosso aiuto, sia organizzativo, mettendoci a disposizione anche personale, che economico per quello che possono. E poi ci dà una mano il Comune di Loro Ciuffenna, uno dei due borghi più belli d’Italia che il nostro percorso visita. Organizzano con la Pro Loco il ristoro dove c’è un assaggio gourmet di alcuni prodotti locali tra cui il fagiolo zolfino, il prosciutto del pratomagno. Noi cerchiamo di vendere un’esperienza oltre la pedalata e questo ci rende abbastanza legati al nostro territorio. E’ il nostro marchio di fabbrica.


La scelta che stanno facendo sempre più organizzatori di allestire prove cicloturistiche inserendo al loro interno tratti cronometrati per tenere dentro anche chi è un agonista sfegatato è la scelta giusta secondo voi?
Rispondo con un esempio: quando noi usciamo in bicicletta tra amici, si sta in gruppo, ci si ferma al bar a fare colazione. Ma quando arriva quel chilometro, 2, 3 di salita, alla fine lo spirito agonistico prevale in senso buono e parte dalla sparata. Poi in cima ci si aspetta tutti e questo replichiamo con la nostra cicloturistica, perché nel percorso lungo, che sono circa 130 chilometri, quest’anno ci saranno due tratti cronometrati, uno fino al 2025. Servono proprio per dare un po’ di pepe alla situazione, quel tanto che basta.
Nella vostra realtà regionale in Toscana stanno seguendo in tanti il vostro esempio, ossia granfondo più orientate al cicloturismo e meno all’agonismo?
Non tutti. E’ una filosofia che noi stiamo condividendo con altre società come la nostra, cerchiamo di promuovere questo tipo di rapporto con bicicletta, atleta, territorio perché crediamo che sia un po’ il futuro o comunque uno degli aspetti da valorizzare. Noi contiamo molto sul gourmet: ad esempio c’è una bottiglia di vino della nostra zona con l’etichetta della manifestazione. Poi abbiamo una grossa azienda di caffè della zona che regalerà tazzine e il caffè. Infine c’è questa degustazione sul prosciutto del pratomagno. Noi vogliamo promuovere le tipicità di questa zona perché è ciò che chi viene cerca, come il pambriacone, un dolce locale esportato in tutto il mondo. Insomma, chi viene con la famiglia, non si sente mai solo…







