Ha detto che questa sarà l’ultima volta, ma chi conosce bene Dorina Vaccaroni sa bene che la parola “ultima” non le è mai andata troppo a genio e quindi suona difficile credere che la prossima RAAM, dal 16 al 28 giugno, sarà la sua partecipazione finale alla grande manifestazione di ciclismo che attraversa gli USA dalla costa orientale a quella occidentale (Race Across America), senza soluzione di continuità. E’ sempre stato così, sin da quando la veneziana era una stella di prima grandezza nel mondo della scherma, capace di far parlare per il suo essere personaggio fuori dagli schemi anche al di fuori del ristretto mondo degli addetti ai lavori.


Olimpionica, poi appassionata di ciclismo
Vincitrice di titoli a ripetizione, fino all’apoteosi olimpica a squadre a Barcellona ’92, Vaccaroni ha poi cambiato tutto. La scherma è diventata il suo lavoro e il suo prestigio l’ha portata a vivere e agire in America, diventando un’apprezzatissima maestra in California, contribuendo a portare la scuola americana ai vertici mondiali. Ma prima ancora aveva trovato nel ciclismo e in particolare nelle ultracycling il suo nuovo “parco giochi” e quella passione non è mai venuta meno.
Ora Dorina è vicina alla sua nuova avventura, già vissuta in passato, a sancire una nuova fase della sua vita alla soglia dei 63 anni: «Adesso praticamente faccio solo ciclismo – racconta dalla sua casa in California – nella scherma do solamente delle lezioni private, ma quando si prepara la RAAM non resta molto altro tempo… Io l’ho fatta tre volte: nella prima mi mancavano 200 chilometri ma non sono riuscita a finirla, la seconda l’ho finita in 12 giorni e 8 ore, la terza in 12 giorni e 6 ore, ma il mio obiettivo è scendere sotto i 12 giorni. Di solito, quando non compio quello che veramente voglio, mi rimane dentro il cervello e macina…».


Scatta la caccia al record
Lo spirito competitivo della Vaccaroni non è mai venuto meno. E se non più contro un’avversaria con il fioretto in mano, ora si estrinseca contro il cronometro: “Ho fatto gli altri record che dovevo fare, il Restler Cross del West in 2 giorni e 10 ore ad esempio, ma mi manca la RAAM perché so che ci posso riuscire».
La Race Across America è il terreno ideale per mettersi alla prova, il corrispettivo della Parigi-Brest-Parigi, solo che questa si svolge ogni anno: «Io ho sempre una grande passione nel ciclismo, se non hai passione non puoi fare la RAAM. Stiamo parlando di 5.000 chilometri non stop, notte e giorno. Secondo me è una delle imprese più dure al mondo. La Parigi-Brest-Parigi la conosco bene, ne ho fatte tre, ma quella è una randonnée, è una corsa dove ti puoi fermare, puoi farla con calma. Questa è proprio una gara anche se tanti la interpretano come la prova francese. Ma non io, so che il tetto massimo è 13 giorni, significa che ogni giorno devi fare almeno 450 chilometri».


Il problema del clima che cambia
Un’impresa di resistenza nella quale le difficoltà sono date soprattutto dai continui cambiamenti di clima: «Basti pensare al passaggio nell’Arizona. D’estate si pedala toccando i 50 gradi, ma poi quando arriva il tramonto la temperatura precipita e la notte è freddissima. Ma non è solo quello. Devi affrontare il vento, le tempeste di sabbia, gli orizzonti infiniti, 1.000 chilometri di rettilineo, le Rocky Mountain salendo a 4.000 metri dove senti mancare l’ossigeno. Non la finiscono tutti, anzi la finiscono in pochi…
Qual è la parte che ti piace di più? «Il Colorado, perché io sono scalatore. E’ come le nostre Dolomiti più alte, poi ci sono gli Appalachi sul finale che sono i miei preferiti. Invece la parte che mi fa male è l’Arizona, la Monument Valley con le sue tempeste di sabbia».


Tre giorni interi senza dormire
Per la Vaccaroni però il clima è qualcosa che si combatte, ci sono gli indumenti specifici. Le difficoltà vere di un evento simile sono altre: «E’ il saper tenere l’equilibrio tra la mente e il corpo, il passare la sofferenza, attraversare i momenti di sonno che ti vengono mentre devi continuare a pedalare. Sennò perdi tempo e allora non puoi più dormire: io i primi 3 giorni vado diretta in Colorado e non dormo, poi comincerò a dormire due-tre ore al giorno fino all’arrivo».
Quest’anno c’è una novità nella sua avventura: «Ho deciso di avere una crew tutta italiana mentre gli altri anni era americana. Diciamo che è meglio per me, perché dopo due, tre giorni che pedalo, quasi mi dimentico l’inglese anche se sono qui da anni e comincio a parlare solo italiano e loro non mi capiscono! E invece quest’anno che siamo tutti italiani mi sentirò più a mio agio».


Equipaggio tutto italiano
Un equipaggio, in un evento simile è fondamentale per darle il supporto necessario: «Io sono sempre riuscita a passare il deserto, non tutti riescono a passarlo, perché tra sabbia, vento, questo calore incredibile. Ma per è meglio, col freddo, mi si ghiacciano le mani, non riesco a frenare in queste discese lunghissime, difatti vivo a San Diego perché c’è caldo tutto l’anno…».
In una gara così lunga e particolare, come si combatte la solitudine a livello mentale? «Lo staff è fondamentale per comunicare, magari quella battuta improvvisa ti apre un mondo e ti permette di andare avanti perché io sto tante ore da sola, davanti alla macchina che mi segue. Bisogna avere una grande forza, sennò vai fuori di testa. Ma è la mia caratteristica, ho cambiato la mia vita tante volte».


Un’America che non cambia, nonostante tutto
Dorina, pur tornando in Italia ogni anno vive da oltre 10 anni negli USA. Com’è cambiato il Paese nel corso degli anni, considerando anche le ultime vicende? «Intanto io vivo in California che è un buono stato. Questa domanda me la fanno in tanti, ma io non vedo cambiato assolutamente nulla, salvo il fatto che ora paghiamo tanto la benzina che prima invece era quasi gratuita. Io sono una che fa sport dalla mattina alla sera, ho la televisione ma neanche l’accendo. Mi dedico ai miei tre cani, vado in bicicletta tutto il giorno, poi faccio qualche “private lesson” di scherma e basta».
Tornando indietro, farebbe altre scelte sportive? «Bella domanda. L’ambiente del ciclismo è più felice di quello della scherma. La scherma è uno sport di combattimento, non di aggregazione e io mi trovo meglio nel mondo del ciclismo dove ho tanti amici, come non ne avevo nelle pedane. Per due anni ho anche corso nelle granfondo, poi sono passata all’ultracycling. Se tornassi indietro non avrei dubbi, saprei che cosa scegliere…».


Al ciclismo non rinuncerà mai…
Da più parti è stata annunciata come la tua ultima apparizione alla RAAM. Sicura? «No – dice ridendo – mi sono già pentita. Intanto non è che finisco di andare in bici anche se tanti lo sperano, soprattutto in famiglia. Se faccio il record allora non ci torno, altrimenti ho un buon motivo per riprovarci, no?».







