Dopo la fatica accumulata nelle prime tappe, decidiamo di affrontare il Salar de Uyuni con più calma, cercando di risparmiare energie. L’idea di pedalare sul deserto di sale più grande al mondo è entusiasmante.
Il Salar de Uyuni ha una superficie in metri quadri praticamente identica a quella dell’intera regione Abruzzo, ma con un dislivello pari a zero. Questa zona arida è una delle più piatte dell’intero pianeta. Il Salar si è formato infatti a causa dell’evaporazione di enormi laghi preistorici. La crosta di sale raggiunge spessori di diversi metri ed è il residuo composto dai minerali contenuti nelle acque fluviali che, in passato scendendo dalle Ande, hanno alimentato questo lago.
Attraversarlo in un’unica giornata sarebbe impossibile. Per questo, già in fase di programmazione, abbiamo suddiviso il percorso in tre tappe: la prima di circa 66 chilometri, con arrivo in hotel, la seconda con destinazione Isla Incahuasi, dove avremmo trascorso la notte in tenda, e la terza, più lunga, che ci avrebbe finalmente portato fuori dal salar fino a Uyuni.


Pedalare verso l’orizzonte
Dopo i primi chilometri, si apre la vista sul Salar de Uyuni. Una distesa apparentemente infinita di sale. Le montagne in lontananza sembrano galleggiare nel vuoto, ma è un miraggio, il cosiddetto effetto Fata Morgana, causato da una forte inversione termica dell’aria a contatto con il suolo in un’area tanto estesa. Per la stessa illusione ottica a tratti sembra di vedere dell’acqua all’orizzonte.
E’ veramente pazzesco pedalare in questo ambiente, ci si sente persi, senza validi riferimenti di prospettiva non si capiscono le distanze, non ci sono ombre davanti a noi che segnano l’avanzare del tempo, né foglie che dimostrano la presenza del vento. Anche gli odori svaniscono. Non un insetto, né un filo d’erba, solamente cielo e sale, blu e bianco.
Pedaliamo sempre nella stessa direzione, il vento soffia costantemente e lo scenario cambia pochissimo. All’inizio è esaltante: la sensazione è quella di pedalare dentro un mare completamente bianco. Poi, dopo ore, subentra la desolazione e la voglia di raggiungere la terraferma. Visivamente sembra di non muoversi mai. Tre giorni sul Salar non sono solo una prova fisica, ma anche mentale.






Un mare di stelle
La prima tappa sul Salar, comunque, scorre bene. Il fondo permette di mantenere una buona velocità e il vento ci aiuta. Quando arriviamo in hotel siamo però consapevoli di avere bisogno soprattutto di recuperare e di fare una bella doccia calda.
Presto si fa buio, così sapendo di poter rientrare in un luogo riscaldato, dopo cena decidiamo di uscire a vedere il cielo stellato. La luna non è ancora sorta e il cielo è completamente sgombro. Quello che vediamo ci lascia senza parole, non avevamo mai visto un cielo così ricco e così vicino.
Le stelle sono talmente numerose che sembrano riempire ogni spazio disponibile e la Via Lattea sopra di noi è nitidissima. In appena un quarto d’ora riusciamo persino a vedere quattro stelle cadenti e di fronte a questo spettacolo, anche la temperatura non sembra così fredda. Questa zona è nota per essere una delle migliori al mondo per osservare le stelle, nei giorni successivi avremo ancora cieli limpidi e stellati, ma nessuno ci regalerà la stessa emozione.




La notte a Incahuasi
Il giorno successivo siamo ancora molto stanchi. La tappa è relativamente breve e dovremo dormire in tenda, così decidiamo di posticipare il più possibile la partenza. Quando arriviamo sull’isola, veniamo immediatamente circondati da alcuni turisti, incuriositi dalla nostra presenza, al punto di farci dei video.
Incahuasi è un’isola famosa per i suoi enormi cactus, alcuni dei quali hanno un’età stimata di oltre un millennio e misurano dai dieci ai dodici metri. Scegliamo con attenzione il punto in cui sistemare la tenda, cercando una posizione che ci permetta di sfruttare il sole il più a lungo possibile. Abbiamo poco tempo: dobbiamo gonfiare i materassini, sistemare la tenda, cucinare e mangiare prima che faccia completamente buio, perché poi la temperatura piomberà sottozero, fino a circa -7°C.
Il freddo ci costringe anche a prestare attenzione a ciò che teniamo fuori dalla tenda. Le batterie devono restare all’interno del sacco a pelo per evitare che il freddo ne comprometta l’autonomia, anche l’acqua non può rimanere fuori dalla tenda. Lasciamo solamente una bottiglia sotto l’abside, al riparo, ma al mattino la ritroviamo completamente ghiacciata.
Nonostante il freddo, riusciamo a restare caldi e non abbiamo nemmeno bisogno di chiudere completamente i sacchi a pelo. Questo è un primo test molto importante per la nostra attrezzatura e, soprattutto, ci dà fiducia in vista delle notti successive, che sappiamo saranno ancora più fredde.








Quando l’orizzonte finalmente cambia
La mattina ripartiamo. Io, però, non mi sento già benissimo e ho qualche preoccupante movimento intestinale, che cerco di ignorare. La terza tappa è fisicamente e mentalmente impegnativa. Partiamo da Incahuasi e puntiamo verso l’orizzonte nel quale non sembra esserci assolutamente nulla. Pedaliamo seguendo l’unico riferimento che abbiamo, ovvero la traccia GPS. Davanti a noi solo una riga orizzontale, intanto l’isola alle nostre spalle diventa sempre più piccola, fino a scomparire completamente.
Sembra di essere proiettati in una realtà immaginaria, qui il nulla non è un’illusione data dalla mancanza di visibilità, è una certezza. Dopo ore in sella, davanti a noi, iniziano lentamente a comparire delle montagne. E’ davvero emozionante rivedere la terraferma.
Per fortuna il vento favorevole ci aiuta a procedere con una media straordinaria e gli oltre 70 chilometri di salar scorrono rapidamente. Raggiunta la terraferma, ci concediamo una pausa, quattro chiacchiere con altri turisti e l’iconica foto davanti al monumento per il Rally Dakar.










Una difficoltà imprevista
Siamo soddisfatti, increduli e felici di aver vissuto un’esperienza così particolare e di essere riusciti ad attraversare insieme un altro deserto. Tuttavia, quei movimenti sospetti che avevo avvertito al mattino si fanno sempre più inquietanti, io sto sempre peggio e piegata dai crampi intestinali fatico a ripartire per percorrere gli ultimi venti chilometri verso Uyuni.
La sensazione che avevamo avuto durante la preparazione del viaggio, quella che, per quanto si possa programmare tutto, alla fine sia sempre il corpo a decidere il ritmo dell’avventura, inizia a diventare concreta. Così, senza poterlo prevedere, ci ritroviamo di fronte a un’altra difficoltà che ancora non sapevamo avrebbe cambiamo nuovamente il nostro programma.
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