Per il ciclista lo stacco invernale è sempre stato anche una questione di calendario meteo. La stagione finisce, le temperature scendono, le giornate si accorciano e la bici può finalmente restare qualche giorno in garage. Ma cosa succede quando l’inverno assomiglia sempre meno a quello di una volta? Se fuori ci sono ancora sole e temperature decisamente miti e la voglia di pedalare rimane e, in alcuni casi, uscire può essere persino più piacevole che nei mesi estivi. Il problema, però, non è soltanto meteorologico (in apertura foto Wilier).
Per chi si allena con metodo, lo stacco serve al corpo ma soprattutto alla testa. Michele Bartoli, ex professionista e oggi preparatore di diversi atleti di vertice, parte proprio da qui: «A livello agonistico, alla fine della stagione si vede che arriva un po’ meno voglia di allenarsi. C’è una percezione della fatica fastidiosa, anticipata. Quindi c’è bisogno di recupero, assolutamente».


Lo stacco non dipende dal termometro
Il primo equivoco da chiarire è che lo stacco invernale non nasce necessariamente dal freddo. Quantomeno il cambiamento climatico ci impone delle riflessioni. Non è il termometro a stabilire quando il corpo e la mente hanno bisogno di fermarsi, ma il carico accumulato nei mesi precedenti. Un atleta che arriva a fine stagione dopo settimane e mesi di allenamenti, gare, trasferte e obiettivi ravvicinati deve recuperare anche se fuori ci sono 20 gradi e il cielo invita a prendere la bici.
«Lo stacco – spiega Bartoli – non è tempo perso, né una parentesi da vivere con il senso di colpa. Il recupero è fondamentale. E vale anche quando il contesto sembra suggerire il contrario. Il buon clima può rendere più difficile accettare l’idea di fermarsi. E questo vale a tutti i livelli, specie per chi è un agonista o un professionista».
Il punto è proprio questo: distinguere il piacere di una pedalata dalla necessità di seguire un programma. Chi si allena per obiettivi precisi deve considerare lo stacco come una fase della stagione, esattamente come un periodo di carico o di recupero all’interno della preparazione.
«Chi deve ripartire ad allenarsi con la palestra e quant’altro, tre-quattro settimane a mio giudizio deve prendersele, per gli altri le cose sono diverse. Non dico che bisogna fermarsi ma magari allentare un po’, almeno per coloro che seppur senza fretta di chilometri ne macinano molti».


Se pedali per passione, cambia tutto
In questo secondo caso, che poi è quello che ci riguarda maggiormente, lo stacco può assumere una forma completamente diversa. Se la bici non rappresenta un carico fisico importante, ma soprattutto un momento di piacere, non c’è necessariamente bisogno di interrompere del tutto l’attività. Anzi, togliere del tutto al ciclista quella che per lui è una delle occasioni più piacevoli della settimana potrebbe avere poco senso. Quasi controproducente.
«Se un amatore va due o tre volte a settimana in bicicletta – dice Bartoli – rimane sempre con quella voglia. La differenza sta proprio nella quantità e nella struttura dell’attività. Chi non accumula carichi elevati e non deve preparare una gara, non produce necessariamente un sovraccarico fisico.
«Il lavoro, gli impegni familiari e la quotidianità possono però aggiungere una componente mentale che va considerata. Per me quindi chi va in bici in modo saltuario deve continuare a divertirsi. Per alcuni è un divertimento settimanale, non un impegno giornaliero. L’obiettivo diventa semplicemente stare bene, dunque perché fermarsi?».
Lo stacco, insomma, non appartiene più necessariamente all’inverno. Appartiene alla fine di un ciclo. E può arrivare anche con il sole.


Poco ma non zero
Semmai questo stacco, come afferma anche Michele Bartoli, può essere più mentale, per cambiare, per trovare nuovi stimoli.
«Io non credo all’overtraining – dice Bartoli – il problema più frequente è soprattutto mentale: arriva un momento in cui l’atleta non sopporta più la fatica e non riesce quasi più a vedere la bici come qualcosa di piacevole. Ma torniamo a fare un necessario distinguo, qui parliamo di agonisti, per gli altri la bici è benessere, è piacere». Si può al limite variare attività o attendere i giorni di pioggia, anche muscolarmente non fa male.
Il cambiamento climatico introduce un elemento nuovo. Se il freddo non arriva, manca anche uno dei segnali naturali che in passato accompagnavano lo stacco di fine della stagione. Ed è chiaro che se si attende l’effetto letargo, per così dire, con i primi freddi, per il corpo che ha meno stimoli questo non arriva come un tempo, E allora la regola più semplice forse è quella di sentire ancora di più i messaggi del corpo e della mente. Tradotto: ci va di andare in bici? Allora casco allacciato e via in sella. Non ci va? Si salta, ci si fa una passeggiata o magari si resta a casa a sfogliare un bel libro.
«Il bel tempo – conclude Bartoli – magari questo sovraccarico mentale e naturale un po’ te lo riduce, perché c’è più piacere di uscire in bici, lo fai proprio con volontà».







