Jacek Berruti ha vissuto il ciclismo da una prospettiva particolare. L’ha scoperto grazie all’Eroica e, prima ancora, grazie ad un padre unico, Luciano Berruti. Con i suoi baffi a manubrio, gli occhialoni da pioniere e la maglia di lana, inforcando la sua amata Peugeot del 1907, Luciano Berruti ha incarnato per decenni lo spirito più puro del ciclismo d’altri tempi.
Un modo di vivere, prima ancora che di pedalare, fatto di viaggi, salite e incontri, che per Jacek è stato prima di tutto parte della vita di famiglia. Solo crescendo ha capito quanto quella figura che aveva sempre avuto accanto fosse diventata importante per tutto il mondo del ciclismo.
«Ho avuto la fortuna di rendermi conto di chi fosse da grande», ci racconta Jacek. «Vivendolo ho capito che era un personaggio riconosciuto in tutto il mondo. Me lo sono goduto, siamo stati ovunque. E’ diventato un po’ il mio miglior amico e tra noi c’era un’intesa micidiale».


Un Eroico, ancora prima dell’Eroica
Insieme hanno pedalato sulle strade del Giro e del Tour, affrontato grandi classiche e salite, condiviso viaggi e pedalate. E proprio attraverso quei ricordi, forse, si può capire qualcosa in più anche di Luciano. Non soltanto il volto dell’Eroica, che correva sempre con il numero 1 attaccato al telaio, ma un uomo che aveva fatto della curiosità un modo di vivere e che aveva trasmesso quella passione anche ai suoi figli.
La passione di Luciano per il ciclismo dei pionieri, infatti, era nata molto prima dell’avvento delle ciclostoriche. Era un Eroico prima dell’Eroica, si potrebbe dire. Da ragazzo aveva corso fino alla categoria allievi, poi aveva dovuto abbandonare le gare, ma l’amore era sempre rimasto. Così quando quando Jacek e suo fratello erano ormai più grandi aveva iniziato a riavvicinarsi al ciclismo. Cercava soprattutto le biciclette degli anni ‘10, ‘20 e ‘30, quelle che lo avevano affascinato da bambino e che negli anni Novanta erano considerate poco più che vecchi ferri.
Poi attraverso le riviste arrivò anche a conoscere L’Eroica. Partecipò alla seconda edizione, conobbe Giancarlo Brocci e tra loro scattò la scintilla, com’era quasi inevitabile. Il resto arrivò quasi naturalmente. Il famoso numero 1, diventato negli anni uno dei simboli dell’Eroica, fu la conseguenza naturale di un rapporto sempre più stretto con quella manifestazione e con i valori che rappresentava. Al punto che, scopriamo, Luciano Berruti è diventato il secondo cittadino onorario di Gaiole in Chianti. «Il primo è Gino Bartali. Ovviamente erano molto diversi al livello di sportivo, ma in quanto ad entusiasmo e coinvolgimento mio padre poteva dire la sua. E’ questa forse la chiave del suo successo, è venuto tutto naturale».


Sempre in sella alla Peugeot del 1907
«Mio padre era un precursore di quello che sarebbe diventata l’Eroica», continua Jacek. «Non lo faceva perché fosse di moda. Era semplicemente curioso. Voleva provare a capire cosa significasse andare in bicicletta cento anni prima». Per esempio pedalando sul pavè della Parigi-Roubaix con la sua Peugeot di inizio ‘900, quando era l’unico a farlo, partendo di notte e senza cibo, per il solo piacere di capire come fosse l’esperienza dei pionieri.
Gli chiediamo di dirci di più di quella bici, la famosa Peugeot del 1907. Jacek ci racconta che ne era così affezionato perché lo rispecchiava. Non era neanche particolarmente preziosa perché aveva tanti pezzi non originali, ma era semplice ed affidabile. «Diceva che quella bici gli assomigliava e gli piaceva usarla, godersela. Non aveva mai avuto un rapporto feticistico con gli oggetti. Se il telaio si graffiava, non si preoccupava più di tanto. Diceva che non aveva mai visto piangere un pezzo di ferro».
Con quella bicicletta di oltre quindici chili, senza cambi ha affrontato il Giro delle Fiandre e la Parigi-Roubaix, e praticamente tutte le salite più famose e dure delle Alpi, Dolomiti comprese. Sempre solo per il gusto di farlo, senza cercare fama o gloria, con l’umiltà che caratterizza tutti i veri campioni. «Quando andavamo al Tour capitava che la gendarmerie dovesse intervenire per disperdere i capannelli di persone che si formavano intorno a lui. Lo riconoscevano tutti, e a lui piaceva raccontare e condividere la sua passione».


Sulle strade dei pionieri, sulle orme del padre
Quel piacere di condividere e raccontare è stato alla base anche della creazione del museo della bicicletta a Cosseria, il piccolo comune in provincia di Savona dove Berruti ha abitato e dove abita tuttora Jacek. Molti campioni e semplici appassionati gli avevano donato biciclette, maglie e ricordi proprio perché conoscevano la sua passione, e nel 2010 sono stati esposti all’interno di un’aula della scuola elementare messa a disposizione dal comune. La stessa scuola che sia Luciano che Jacek avevano frequentato.
Il museo non è mai stato però un luogo pensato per tenere i cimeli al sicuro, lontani dagli altri. Al contrario, Luciano voleva condividerli con più persone possibile. «Non era geloso della sua collezione, anzi. Voleva che fosse un posto condiviso con la comunità. Diceva che i ciclisti che avevano pedalato quelle bici e vestito quelle maglie, in quel modo erano ancora lì con lui, e con tutti quelli che entravamo nel museo».
Chiediamo a Jacek di raccontarci di quella volta che ha partecipato alla Milano-Sanremo d’epoca, in una giornata non esattamente semplice. «E’ stato atroce. Mi pare che una volta Moser abbia detto che “Il cognome non pedala”, almeno mi pare sia stato lui. Siamo partiti a mezzanotte, sotto la pioggia, con le maglie di lana. Mi ricordo che c’erano caduti come in guerra, ogni poco si ritirava qualcuno. Ho visto alpinisti che hanno fatto il monte bianco ritirarsi per il freddo». Luciano seguiva il gruppo da dietro, dentro un furgone.
«Posso garantire che se non avessi avuto lui vicino, non ce l’avrei fatta. A Savona ero distrutto – prosegue Jacek – 14 ore sotto l’acqua con i vestiti di lana bagnati. All’arrivo ho promesso che non l’avrei mai rifatto, invece l’anno dopo ero di nuovo lì. Volevo far vedere che la mela non cade lontana dall’albero, che la mia grinta era la stessa. Si soffre, ma poi la sofferenza finisce, devi solo resistere, e poi sarà bello».


Un’eredità che continua a vivere
Luciano è scomparso nel 2017, e oggi Jacek quando può torna all’Eroica, dove l’eredità del padre continua ad essere qualcosa di vivo, tangibile. Lo fa anche per riconoscenza verso un movimento che, secondo lui, ha cambiato il modo di guardare alla bicicletta. «C’è un pre e un post Eroica», dice. «Ha riportato un ciclismo più puro e ha fatto conoscere a tutti il gravel, portandolo poi ai massimi livelli».
Le Strade Bianche sono nate da quell’intuizione, e ora sono diventate una delle corse più amate del calendario. E per Jacek il legame con L’Eroica rimane qualcosa di personale, prima ancora che sportivo. «Io devo ringraziare Brocci per quello che ha fatto. Ho iniziato ad andare in bicicletta con l’Eroica. E’ stato come avere a scuola il migliore insegnante per la materia più bella». Lo stesso che si può dire di Luciano Berruti, aggiungiamo noi.







