Negli ultimi anni un terzo degli italiani ha dichiarato di aver dovuto ridurre la qualità di ciò che porta in tavola per riuscire a rimanere dentro al budget mensile destinato all’alimentazione. L’aumento dei prezzi e il peso crescente del carrello della spesa hanno spinto molte famiglie a fare scelte di compromesso, spesso a discapito della qualità degli alimenti. Ma la domanda resta aperta e la risposta è tutt’altro che scontata: mangiare sano costa davvero di più o, paradossalmente, costa meno? Proviamo a scoprirlo insieme, andando oltre le percezioni e analizzando esempi concreti.
L’organizzazione
Il primo vero strumento di risparmio non è lo sconto, ma l’organizzazione. Arrivare al supermercato con una lista della spesa scritta o almeno con un ordine mentale chiaro su cosa e quanto acquistare fa una differenza enorme. Non si tratta di pianificare menù rigidi, ma di avere chiaro quante volte si mangerà a casa nei giorni successivi, quante porzioni serviranno e quali alimenti verranno realmente utilizzati. Questo vale ancora di più se si fa la spesa una o due volte a settimana: comprare “a sensazione” porta quasi sempre a eccedere con le quantità e a sprecare cibo, e quindi denaro.


Una buona organizzazione permette anche di sfruttare meglio i formati grandi e le offerte, soprattutto per i prodotti della dispensa secca o per quegli alimenti che sappiamo già di consumare regolarmente. Acquistare qualcosa in più quando un prodotto abituale è in offerta non è farsi tentare dal marketing, ma una scelta consapevole, ben diverso dal girare più supermercati per comprare solo prodotti scontati che normalmente non useremmo. Se conosco un alimento, ne apprezzo la qualità, il profilo nutrizionale e il sapore, allora ha senso farne una piccola scorta quando il prezzo è conveniente, ovviamente tenendo in considerazione la data di scadenza.
Su cosa risparmiare?
Non si può risparmiare su tutto: alcuni alimenti rappresentano una vera e propria base della nostra alimentazione e tagliare troppo sulla qualità significa spesso pagare dopo, in termini di salute, gusto e resa in cucina.
L’olio extravergine di oliva è uno di questi: un prodotto di bassa qualità non solo ha meno benefici, ma spesso viene utilizzato in quantità maggiori perché poco saporito. Lo stesso vale per frutta e verdura, che andrebbero scelte di stagione e, se possibile, coltivate localmente. In questo modo porteremo in tavola dei vegetali più buoni, con meno scarto e più ricchi di vitamine, che si riducono col passare del tempo tra la raccolta e il consumo.


Anche sulla carne la qualità dell’allevamento e il benessere animale incidono molto sul prodotto finale. Le carni più economiche tendono a perdere più volume in cottura e a dare meno soddisfazione nel piatto, oltre che ad essere più grasse. Infine, nel fare la spesa vale la pena scegliere cereali integrali da agricoltura biologica o comunque a residuo zero, considerando che si consuma anche la parte esterna del chicco, quella più esposta a eventuali residui dei prodotti usati in agricoltura.
Attenzione al marketing
Un capitolo a parte merita il marketing dei prodotti, che ci spinge a credere che un alimento sia meglio di un altro con dei claim pubblicitari, come “ad alto contenuto proteico” che oggi è tanto di moda.
Facciamo un esempio pratico: uno yogurt greco bianco naturale ha già un ottimo apporto proteico e un costo al chilo relativamente contenuto. Dall’altra parte, molti prodotti “high protein” simili allo yogurt, come creme dessert o versioni arricchite, costano dai tre ai tredici euro in più al chilo. In molti casi non stiamo pagando un reale vantaggio nutrizionale, ma una lavorazione maggiore, un packaging più accattivante e un messaggio pubblicitario ben costruito, ma non un prodotto più salutare o proteico rispetto al semplice yogurt greco.
Lo stesso ragionamento si può fare per la colazione. I fiocchi di avena costano mediamente circa quattro euro al chilo, aggiungendo una piccola quantità di frutta secca, la spesa aumenta, ma rimane comunque nettamente inferiore rispetto al costo della granola o dei muesli confezionati, che possono arrivare a costare il doppio o il triplo al chilo. Inoltre, preparare la propria combinazione permette di personalizzarne il sapore e controllare la quantità di zuccheri e grassi contenuti, adattandola ai propri bisogni reali.


Le preparazioni in casa
Un esempio ancora più evidente è quello delle vellutate di verdura. Una vellutata pronta viene spesso venduta come doppia porzione, ma per una persona attiva o semplicemente affamata rappresenta spesso una sola porzione reale, dal costo che si aggira intorno ai tre o cinque euro. Prepararla in casa richiede pochi minuti: basta mettere a bollire una patata, una cipolla e qualche verdura di stagione. La spesa per porzione si riduce drasticamente e l’impegno richiesto è minimo, soprattutto se si prepara una quantità maggiore da usare in più pasti.
Infine, basta confrontare alcune fonti proteiche per rendersi conto di quanto le scelte incidano sul budget. I legumi costano meno della carne a parità di porzione e sono nutrienti, versatili e facilmente conservabili. Le uova, il tofu, ma anche il pesce, soprattutto quello azzurro, costano meno degli affettati, saziano di più e sono più salutari.
Insomma, riempire il carrello della spesa di alimenti salutari non è così costoso come si crede. Imparare a riconoscere gli alimenti di stagione e a decifrare le etichette, permette di capire dove vale la pena investire e dove, invece, possiamo risparmiare. Con un minimo di organizzazione e qualche scelta consapevole, mangiare sano può diventare non solo più sostenibile, riducendo gli sprechi alimentari, ma anche più economico.







