La tragica vicenda del piccolo Nicolò, investito a Torino mentre andava in bici (foto di apertura Torino Today), continua a far parlare, anche se in maniera sempre diversa. E’ proprio da quanto è successo a fine settembre che un gruppo di oltre 400 professori torinesi ha preso spunto per una lettera aperta indirizzata al Sindaco di Torino Stefano Lo Russo, per invocare maggiore sicurezza nei confronti di chi pedala perché quello di Nicolò è solo uno dei tanti casi di ciclisti investiti, spesso strappati alla vita.


Una lettera per rendere la città più sicura
Tra i tanti commenti di vario genere legati alla scomparsa di Nicolò, non sono mancati coloro che hanno dato sfogo alle proprie frustrazioni accusando i genitori di averlo lasciato libero: “Nei Paesi Bassi un parametro usato per misurare la qualità della vita in città è legato a quanto un bambino di otto anni può muoversi in autonomia, senza essere accompagnato da un adulto, in bici o a piedi. Perché se una città è sicura per bambini di otto anni in giro da soli, è sicura per tutte le persone che la abitano” recita un passaggio della lettera in questione che descrive il disagio di una larga parte della popolazione locale.
La lettera ha avuto una promotrice in Maria Cristina Caimotto, Coordinatrice del sottogruppo Mobilità Attiva e Ciclabilità della Rete Università Sostenibili, che così illustra il motivo scatenante dell’iniziativa: «Ci siamo sentiti in dovere di prendere una posizione perché Nicolò è stato investito proprio davanti al campus Einaudi dove lavoro io, la direttrice della scuola Anna Mastromarino e un’altra delle proponenti Silvana Dalmazzone. Il messaggio di base è che questa città ha bisogno di cambiare atteggiamento, di vedere un’amministrazione che si renda conto della gravità di un fatto del genere come quello che ha coinvolto Nicolò e che dia una guida alla città, fermamente propensa a cambiarle volto in senso ciclabile e quindi più sicuro».


Come giudicherebbe dal punto di vista ciclabile Torino in questo momento?
Io mi sposto in bici a Torino dal 1998 e sicuramente è meglio di allora, ma continua a essere pericolosa. Conosco moltissime persone che mi dicono: «io in bici ci andrei, ma ho paura». Dipende molto da che percorsi fai: ci sono parti della città che oramai sono ben coperte da spazi ciclabili, protetti e studiandosi un po’ i percorsi, allungandoli magari ci si riesce a spostare abbastanza tranquillamente. Altre zone della città sono semplicemente pericolose.
Ma c’è da parte dell’amministrazione una certa sensibilità verso la mobilità sostenibile?
Sì, ma non abbastanza. Io vedo il sindaco come una guida, come colui che più indicare la via prendendo una decisione netta, è successo in tante città europee. Si attuano delle politiche importanti in maniera capillare sulla città e i risultati si vedono. Le critiche iniziali saranno tante, ma poi la cittadinanza dice: «ma in effetti è meglio adesso…». Poi Torino è una città talmente facile e piatta, ha tutte le strade dritte, ha dei viali enormi. Basta togliere un po’ di auto, ma le auto le togli se fai funzionare benissimo il trasporto pubblico e dedichi degli spazi dove si va in bici e a piedi in maniera sicura, perché sennò la gente va in macchina.


La recente manifestazione del Bike Pride, nata proprio sull’onda dell’emozione della vicenda di Nicolò, ha scatenato una serie di reazioni e commenti sui social davvero agghiaccianti. Passata l’emozione dell’immediato è emersa una cultura latente contraria a chi va in bici. Come si può reagire?
Concentrandosi sui valori condivisi, perché tutti alla sera vogliono tornare a casa vivi e non vogliono finire in obitorio. Potersi muovere liberamente è un tema che dovrebbe unire tutti. Immagino i commenti che vengono rivolti contro i ciclisti, perché sono il capro espiatorio di tutti i mali. Chi va in bicicletta fa una scelta ecologica contro il pensiero dominante. Mette in discussione un sistema economico basato sullo spreco, perché l’automobile privata è uno spreco considerando che è parcheggiata per il 96 per cento del suo arco di vita e che nell’arco di una vita avere l’auto, cambiarla, rifornirla costa quanto una casa. Noi continuiamo a raccontarcela come la libertà, ma non è così.


Perché tanto accanimento pur in presenza di una tragedia che attraverso Nicolò, un bambino di 8 anni colpisce tutti?
Siamo in presenza di una narrazione contro i ciclisti, così come se i ciclisti fossero non umani. Perché rappresentano un senso di colpa di tutti coloro che si spostano in auto e vorrebbero muoversi più rapidamente, risparmiare tempo magari anche facendolo in bici, ma non possono farlo perché ci sono troppe auto in giro. E’ un problema sistemico che coinvolge la gestione complessiva del traffico e per questo serve l’autorità che prenda decisioni coraggiose. Pensiamo a una città con molte meno auto, a che cosa significherebbe…
Ad esempio?
Mezzi pubblici che arrivano in orario e quindi rendono utile il loro utilizzo, per dirne una. Bici che transitano libere e permettono di risparmiare tempo. Aria più pulita e vita più sana. E’ una questione culturale, è esattamente per questo che deve partire dall’amministrazione. Nessuna città ha fatto un cambiamento drastico senza che ci fosse il primo o prima cittadina che diceva «adesso si fa così».


Che risposta cominciate ad avere dalla vostra iniziativa?
Nelle ultime ore ha firmato l’Ordine dei Medici, la presidente di Associazione Città per le Donne, tanti dipendenti di Arpa, docenti del Politecnico. Insomma, c’è una sensibilità diffusa, abbiamo superato le 2.000 firme. Io ogni giorno trovo almeno cinque macchine che non mi tirano sotto perché io non faccio cose che avrei diritto a fare, tipo passare col verde, perché vedo che arrivano e quindi anche se è verde rimango dove sono per non farmi ammazzare. E vorrei che tutto ciò finisse, se la lettera servirà a questo sarà una battaglia vinta. Nel ricordo di Nicolò.







