Sebastiano Venneri è presidente di Vivilitalia, società di Legambiente specializzata nei turismi ambientali, e responsabile nazionale Turismo della medesima associazione ambientalista. Secondo il suo parere, l’Italia dovrebbe sviluppare un proprio modello, differente da quello delle grandi ciclovie del Centro e Nord Europa.
Venneri lo definisce Via italiana al cicloturismo: una rete che spesso non nasce costruendo nuove infrastrutture, ma recuperando le innumerevoli strade secondarie a basso traffico che collegano borghi, aree interne e piccoli centri. Un potenziale enorme, a patto di imparare a riconoscerlo e organizzarlo.


Sebastiano, che cosa intendi quando parli di Via italiana al cicloturismo?
E’ una formula che abbiamo creato tre anni fa a corredo del Rapporto sul cicloturismo che curiamo assieme ad Isnart. Dai dati vedevamo una crescita poderosa del settore nonostante un’assenza storica di infrastrutture propriamente dedicate. Se escludiamo il Triveneto, che come infrastrutturazione è più simile alla Mitteleuropa, nel resto d’Italia le grandi ciclovie in sede protetta sono relativamente poche. Eppure sono nati tanti percorsi.
Qualche esempio?
Ora mi trovo in Salento e solo al Sud abbiamo la Via Silente, la Ciclovia dei Parchi della Calabria, il Sicily Divide, la Ciclonica e molti altri. La Via italiana al cicloturismo nasce quasi spontaneamente, senza una vera regia nazionale, grazie ad associazioni, GAL, parchi e iniziative locali. E sfrutta una particolarità tutta italiana: una rete capillare di piccole strade a bassissima intensità di traffico che oggi sono diventate ciclovie di fatto.


Perché questa rete di strade secondarie sarebbe una peculiarità italiana?
Perché penso che siamo unici. Abbiamo circa ottomila Comuni e una quantità enorme di piccoli centri che storicamente erano importanti e dovevano essere collegati tra loro. Ognuno aveva il proprio campanile, una chiesa, magari un castello o una rocca. Nel tempo, con lo spopolamento delle aree interne, molte di quelle strade hanno perso traffico a favore delle statali e delle direttrici di fondovalle. Oggi sono perfette per il cicloturismo. In altri Paesi non sempre esiste una rete altrettanto capillare. In Grecia, per esempio, mi è capitato di trovare due paesi vicinissimi in linea d’aria ma collegati soltanto attraverso una strada principale o facendo un giro molto lungo.
Quindi il modello italiano può avere perfino qualche vantaggio rispetto alle grandi ciclovie del Nord Europa?
Le ciclovie del Nord Europa hanno servizi straordinari e sono facili da percorrere. Questo è un enorme vantaggio per famiglie e bambini. Però spesso seguono una sola direttrice. Se percorri una ciclovia fluviale, come quella del Danubio, continui lungo il fiume e per visitare un paese o un castello devi uscire dal percorso, quasi come da un’autostrada. Con la Via italiana al cicloturismo, invece, entri direttamente nei territori. Attraversi i paesi, pedali a mezza costa, incontri borghi e paesaggi rurali. Sull’Appennino non sei necessariamente accanto all’autostrada, alle aree industriali o ai depuratori che inevitabilmente si trovano in molti fondovalle. E’ un’esperienza diversa.


Le istituzioni hanno compreso questa Via italiana al cicloturismo?
Penso che non l’abbiano ancora capita pienamente. Finora ha funzionato soprattutto una vivacità spontanea affidata alle iniziative locali. Un’esperienza interessante è quella della Toscana, che con il proprio Atlante ha provato a mettere insieme non soltanto le ciclovie, ma l’intera offerta dei percorsi cicloturistici regionali. A livello nazionale abbiamo invece il sistema delle dieci ciclovie turistiche. Era un tentativo sicuramente importante, risalente all’allora ministro Delrio, ma molto legato al modello europeo delle grandi infrastrutture in sede protetta. Il problema è che l’Italia non ha la geografia di Germania, Francia o Austria. Realizzare una ciclovia lungo l’Arno non è come costruirne una lungo il Danubio. Dopo dieci anni, peraltro, facciamo ancora fatica a completare diversi progetti.
Se arrivassero nuovi finanziamenti, dove sarebbe meglio investire?
Lavorerei più sul “software” che sull’”hardware”. Le ciclovie dedicate sono bellissime, ma richiedono risorse enormi. Noi invece molti percorsi li abbiamo già. Investirei nella segnaletica, nei sistemi per superare in sicurezza le strade statali, nelle aree di sosta e ricarica, nelle ciclofficine e nella formazione degli operatori turistici. Significa migliorare ciò che già esiste con un consumo di suolo praticamente nullo, invece di costruire tutto nuovamente.


Su cosa dovrebbero puntare gli enti locali?
Dovrebbero inoltre occuparsi della pulizia delle strade dai rifiuti e soprattutto superare il campanilismo. C’è la tendenza del singolo Comune a realizzare i propri cinque o sette chilometri, ma un cicloviaggiatore straniero sceglie una destinazione se trova centinaia di chilometri da percorrere. Da questo punto di vista i Parchi stanno facendo alcune delle cose migliori, perché possiedono una visione più ampia del territorio.
Anche i dati in vostro possesso dimostrano che il cicloturismo può funzionare dove mancano grandi infrastrutture?
Assolutamente. Qualche anno fa dai nostri dati emergeva che il Sud Italia superava persino il Centro per presenze cicloturistiche, nonostante il Centro abbia realtà fortissime come Toscana e Abruzzo. Puglia, Campania, Calabria, Basilicata e Sicilia hanno sviluppato prodotti interessanti pur senza poter contare diffusamente sulle classiche ciclovie in sede propria. La Ciclovia dei Parchi della Calabria, la Sicily Divide o la Ciclonica che citavo prima utilizzano proprio questa logica. E’ la dimostrazione che una strada secondaria con poco traffico può diventare parte di un prodotto cicloturistico senza dover necessariamente costruire una nuova infrastruttura.


Come dovrebbe essere promossa all’estero questa offerta così frammentata?
Bisogna promuovere grandi destinazioni. E’ difficile pensare di andare all’estero presentando separatamente ogni singola ciclovia. Un progetto come BikeLinkSud, ad esempio, parte proprio dall’idea di coordinare l’offerta. Sempre pensando al Meridione, se vogliamo intercettare il cicloturista internazionale dobbiamo raccontare il Sud Italia come una grande destinazione cicloturistica, mettendo insieme Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e i loro percorsi. Poi, una volta arrivato, il viaggiatore scoprirà la singola ciclovia.
Hai sentito l’ipotesi annunciata dal Ministro del Turismo, Gianmarco Mazzi, di un possibile, futuro Giro d’Italia cicloturistico? Che ne pensi?
Detta così è una formula interessante. Tutto ciò che aiuta a promuovere questo turismo è positivo. Ma credo molto nelle iniziative capaci di mettere insieme i territori e presentare un’offerta coordinata. E’ questo il passaggio decisivo anche per la Via italiana al cicloturismo: capire che abbiamo già una grande infrastruttura diffusa fatta di strade secondarie, borghi e paesaggi. Non dobbiamo necessariamente copiare ciò che è stato fatto altrove. Dobbiamo imparare a mettere a sistema quello che l’Italia possiede già.







