La notte in rifugio a 4.300 metri passa meglio del previsto. Nonostante la scarsità di ossigeno, riusciamo a riposare bene. Ci svegliamo all’alba, con l’intenzione di esplorare la Laguna Colorada e partire in bici il prima possibile, per poter affrontare senza fretta la salita che ci avrebbe portato al punto più alto dell’intero viaggio, a quota 4.950 metri. Tuttavia, dobbiamo aspettare qualche ora finché il sole, alzandosi, dona alla laguna il suo spettacolare colore rosa intenso.
Quando i raggi di sole iniziano a smorzare il freddo intenso, i fenicotteri cominciano a muoversi nell’acqua, mentre dei lama pascolano lungo la costa. Il panorama è incredibilmente affascinante e, senza accorgercene, il tempo scorre rapidamente. Alla fine, partiamo intorno alle 10,30, estremamente in ritardo considerando la difficoltà e la lunghezza della tappa.










La salita più dura
I primi chilometri sono una vera prova di pazienza. La pista è completamente sconnessa, segnata dalle tracce dei fuoristrada che hanno scavato cunette profonde e ravvicinate, come mai viste prima. Procediamo a zig-zag, cercando i tratti meno accidentati, ma senza grande successo. L’andatura sulle continue gobbe del terreno è singhiozzante, come quella di un cammello. Non riusciamo a superare i dieci chilometri orari. Se l’intero percorso fosse così, difficilmente riusciremo ad arrivare ad arrivare alla Laguna di Chalviri nei tempi previsti e di conseguenza anche alla dogana prima della neve.
Intanto davanti a noi, la pista si arrampica per il pendio della montagna. Inizia la salita più impegnativa di tutta la spedizione, 700 metri di dislivello su uno sterrato sempre molto sconnesso. Il vento è forte e contrario. L’altitudine ad ogni pedalata si fa sentire di più.
Procediamo tra i tre e i cinque chilometri orari. Ci sono momenti in cui sembra quasi di essere fermi, ma spingere la bicicletta a piedi sarebbe ancora più faticoso. Così continuiamo a pedalare, mantenendo i battiti sotto controllo e cercando di guadagnare quota poco alla volta.






Sol de Mañana, quota 4.950
Superati i 4.700 metri, il paesaggio cambia, sembra di essere in cima, ma la salita non finisce mai. Inizia una successione di leggeri saliscendi, anche se le discese quasi non si percepiscono. Per tre ore continuiamo così, controvento, con il sole che cerca di scaldarci senza riuscirci davvero. Il freddo è intenso e il respiro sempre più corto. Smettiamo persino di chiederci se sia tutto a posto: ci facciamo bastare uno sguardo e un pollice in su. Poi, finalmente, in lontananza compaiono le fumarole del Sol de Mañana.
E’ il segnale che aspettavamo: siamo arrivati al punto più alto della spedizione, a 4.950 metri. La soddisfazione è enorme. Il panorama ci ricorda l’avventura sul Laugavegur in Islanda dello scorso anno. Infreddoliti, cerchiamo di prendere fiato tra una foto e l’altra, poi ripartiamo verso la laguna Chalviri. In discesa per fortuna le condizioni della strada sono migliori e la bicicletta torna a scorrere.
Dopo oltre sei ore in sella, senza essere riusciti a mangiare nulla per l’affanno, arriviamo a destinazione. Il rifugio è molto spartano: niente riscaldamento, né acqua calda per la doccia. In camera la temperatura sfiora i due gradi e persino cambiarsi diventa complicato. A pochi metri dal rifugio, però, c’è una pozza termale a circa trentasette gradi. Così non ci pensiamo due volte e ci mettiamo a mollo nell’acqua calda fino a quando compaiono le prime stelle in cielo.






La corsa verso la frontiera
Per entrare in Cile, dovremo pedalare su sterrato per altri 55 chilometri e non conosciamo le reali condizioni del terreno. E’ l’ultimo giorno nel quale siamo sicuri di trovare condizioni meteorologiche favorevoli e non conosciamo con certezza l’orario di chiusura della dogana, che si potrebbe aggirare intorno alle quattro del pomeriggio.
Ancora una volta il freddo ci costringe a ritardare la partenza. La laguna, al mattino, è completamente ghiacciata. Con i primi chilometri attraversiamo il deserto Salvador Dalí, uno dei luoghi più emozionanti. Gli strati di sabbia di diverse tonalità si separano linearmente su livelli ben distinti, interrotti qua e là da grandi formazioni rocciose isolate, dalle forme irregolari, che ricordano davvero un paesaggio surrealista.
A causa del traffico intenso dei fuoristrada, la pista non risparmia le cunette. Dopo alcuni chilometri iniziamo una salita controvento, che ci porta nuovamente a 4.750 metri. Un’altra prova fisica, ma questa volta smetto di controllare la frequenza cardiaca. L’obiettivo è uno solo: arrivare alla dogana in tempo, concedendosi il tempo necessario per qualche foto allo spettacolare paesaggio.
Dopo circa tre ore raggiungiamo le ultime lagune, quella Verde e quella Bianca; siamo a poco meno di venti chilometri dalla dogana. La pista è a tratti molto sabbiosa e alcune buche mettono a dura prova le biciclette. D’un tratto ci accorgiamo che la ruota posteriore di Umberto ha perso pressione. Non abbiamo tempo da perdere. Umberto con professionale tempestività riesce a individuare il problema e con il kit di riparazione chiude la foratura. In poco tempo siamo di nuovo in sella.
Lasciate le ultime lagune alle spalle, proseguiamo più velocemente possibile. Manca ancora una dozzina di chilometri, quando la strada ricomincia a salire e il vento ovviamente è nuovamente contrario. In lontananza vediamo il tetto rosso della dogana boliviana, ma sembra non avvicinarsi mai.




Gli ultimi a passare
Raggiunta la dogana boliviana, dobbiamo affrontare gli ultimi cinque chilometri prima della frontiera cilena e sono già le tre del pomeriggio. Non abbiamo più né forza né fiato, ma dobbiamo tenere duro fino all’ingresso in Cile. Alle 15,50 arriviamo con uno sforzo estremo alla dogana cilena a poco meno di 4.700 metri di quota. Siamo entrambi così affannati che non riusciamo a parlare per qualche minuto.
Gli addetti ai controlli ci accolgono con un sorriso, dicendoci che saremo probabilmente gli ultimi a passare, perché le condizioni meteorologiche sarebbero peggiorate e la frontiera all’indomani sarebbe stata chiusa. Ottenuti i timbri sul passaporto, tiriamo finalmente un sospiro di sollievo. Da lì in poi è tutta discesa: quasi 2.500 metri di dislivello negativo, con una strada che sembra precipitare diritta verso il deserto senza fine.
Dopo giorni di freddo e fatica, ci aspettano finalmente un hotel riscaldato, una temperatura più gradevole e la possibilità di riposare. Raggiungere San Pedro de Atacama ha il sapore di una missione compiuta. Resta ancora quel piccolo rammarico per le tappe tagliate, ma sappiamo che arrivare fino a qui era la cosa più importante e, passata la perturbazione, potremo ripartire in bici per esplorare il deserto di Atacama.
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