Con Monica Consolini avevamo già avuto modo di parlare e di ascoltare il racconto del suo giro intorno al mondo. Una porzione di quello stesso giro aveva però intorno un fascino completamente unico ed è la parte riguardante i Paesi ex sovietici, quelli con la desinenza in –stan che sono nella porzione asiatica dell’ex moloch dissoltosi dopo la caduta del Muro. Paesi come Kazakhstan, Uzbekistan, Tajikistan e Kyrghizistan che sono obiettivamente poco conosciuti (anche se il primo tramite l’Astana ha ormai un buon peso specifico nel mondo delle due ruote) e che rappresentano sempre una scoperta.
«La prima cosa che emerge è che i Paesi che un tempo furono sovietici sono molto differenti uno dall’altro. Partiamo proprio dal Kazakistan dove io ho affrontato il Mangystau, che è il deserto che si trova proprio a ridosso del Mar Caspio, quindi da Aktau fino a a Benyu, che è l’ingresso per l’Uzbekistan. E’ un deserto molto bello, in alcuni punti c’è un’altitudine sotto il livello del mare e si arriva a -132 metri. E’ un terreno scavato geologicamente dal mare, è stato particolare per me perché era il mio primo deserto».


In che si differenzia da quelli normalmente conosciuti?
Non è proprio sabbioso, c’è più terra: quando io ero là, che era fine aprile-inizio maggio, c’erano dei cespuglietti verdi che quasi liberavano dall’impressione di essere nelle dune del deserto. Poi c’erano queste montagne all’interno che presentano tutta la stratigrafia geologica, quindi sono anche molto colorate e belle da vedere.
Veniamo all’Uzbekistan…
E’ praticamente deserto, perlomeno fino a Samarcanda. Poi io non ho visto la parte della valle del Pergana, che è molto più verde e porta a Tashkent. E’ tutto deserto, tranne le città principali che sono Kiva, Bukhara e Samarcanda, le tre città simbolo della via della seta. C’è poi la regione autonoma del Karakal Pakistan, che è proprio al confine con il Kazakistan ed è famosa per il lago Aral, che sta scomparendo.
E’ sempre stato così?
Nel periodo in cui questi Paesi erano nell’URSS, cercavano di aumentare la coltivazione di cotone attraverso piantagioni che fanno anche da confine con il Tajikistan e l’Afghanistan. Cercavano di irrigare il deserto per aumentare la superficie ma l’unico risultato è che il lago si è quasi prosciugato.


Com’è Samarcanda?
E’ bellissima come Bukhara e la cosa che mi ha stupito di più è che cambiano i colori. Non siamo abituati a vedere il blu, l’azzurro nell’architettura e lì vedi queste cupole, queste luci, è tutta un’atmosfera magica. Sembra veramente di tornare indietro nel tempo. Poi ci sono questi mercati di spezie tipici dell’Asia centrale, sono veramente meravigliosi, ti aspetti che all’improvviso esca fuori qualche mercante con il suo cammello. E la cosa che colpisce sono anche gli odori che si sentono, completamente sconosciuti per il nostro olfatto.
Il Tajikistan?
Lì iniziano le montagne, quelle nere. Io sono entrata dalla parte nord, da Panjakent e sono arrivata a Dushanbe, che è la capitale, poi ho seguito il confine afgano fino a Korog, da dove inizia la vera Pamir Highway. Mi ha colpito la parte dove si costeggia il fiume, quindi il confine con l’Afghanistan, in alcuni punti è veramente stretto: vedevo le persone afgane dall’altra parte, le salutavo, era una cosa particolare. Da Korog inizia la Pamir Highway e iniziano le montagne alte, io sono arrivata oltre i 4.000 metri ma si sale anche fino a quasi 7.000. Le condizioni climatiche cambiano ogni mezz’ora, passi dal sole caldo alla neve alla grandine, quindi c’è un tempo variabilissimo.


Com’era la gente locale?
Ho trovato persone gentilissime in tutta l’Asia centrale, il Tajikistan come l’Uzbekistan è un Paese molto povero. Eppure ti invitano a mangiare e tu sai benissimo che mangi il loro cibo e quindi è sempre un po’ imbarazzante, diciamo che qualcosa devi mangiare, ma non troppo, sennò chiaramente lo porti via a loro. La loro ospitalità è incredibile. Poi si arriva alla frontiera tra Tajikistan e Kyrghizistan e nonostante sia sempre il gruppo del Pamir, c’è proprio un cambio di colori. Le montagne che erano più grigie, ripide, spoglie, diventano verdi tendenti al rosso, eppure sono lo stesso gruppo montagnoso.
Lì che cosa ti ha colpito?
I kirghisi sono molto vicini ai mongoli, in alcuni paesi vivono nelle yurte, le tipiche abitazioni di quelle latitudini. Si inizia a vedere che ci si sta avvicinando, insomma, alla parte Mongolia. Lì siamo sempre sotto i 3.000 metri, quindi è un continuo sali e scendi. Hanno dei laghi molto belli e grandi, ma con dei colori proprio intensi.








Le bici sono diffuse in quei Paesi e chi va in bici come viene visto?
Non c’è molta diffusione e infatti una cosa della quale mi sono resa conto è che bisogna essere molto attenti e muniti tecnicamente perché non c’è ricambistica, quindi anche una camera d’aria può diventare un ago nel pagliaio. Ho visto bambini che vanno in bicicletta, ma non adulti. Mi ricordo una volta una famiglia che mi aveva fermato, ero con un altro viaggiatore, mi hanno chiesto di sistemare una bicicletta che aveva banalmente una perdita nella camera d’aria. Chi va in bici viene visto con curiosità, sono sempre tutti molto curiosi, ti chiedono da dove vieni, dove vai, guardano la bici.
Attraversando questi Paesi si trovano territori affrontabili?
Assolutamente sì. La scoperta vale ogni sforzo. L’importante è che sia una bici bella robusta e con dei pezzi della meccanica essenziale, perché anche una foratura può diventare un problema. Le strade sono in alcuni punti asfaltate, ma la maggior parte sono sterrate, quindi serve una gravel o comunque una mountain bike da viaggio, con copertoncini un po’ più grandi della classica bici da strada.


Si sente molto l’influenza russa?
Non tantissimo. Il russo lo capiscono chiaramente, ma nessuno lo vuole parlare. Quando io ero in Kazakistan c’era appena stato il disastro dell’alluvione di Attrau, dovuta a una mancata manutenzione di una diga al confine tra Russia e Kazakistan. E i kazaki erano arrabbiatissimi perché hanno avuto tantissimi danni e tantissimi sfollati. Comunque hanno tutti commerci con la Russia e tante persone lavorano in Russia o comunque si spostano. Ma in tutti i Paaesi che ho attraversato, ci tengono molto alla loro indipendenza.







