Il BAM!, l’abbiamo scritto molte volte, è un grande incubatore di storie, dove perdersi è semplicissimo, forse auspicato, forse addirittura necessario. Uno dei talk a cui abbiamo assistito durante l’ultima edizione è stato quello tenuto da Edoardo Frezet il cui titolo era “Ride your stories – ciclismo, fotografia e storytelling”.
Edoardo è un fotografo torinese che si occupa di reportage di viaggio e bici, spesso insieme. Come si descrive molto bene lui stesso nel suo sito, un cicloreporter. Il suo workshop è stato quindi incentrato su come fotografare un viaggio in bici, un tema attualissimo, dal momento che chiunque, tanto poco, professionalmente o meno, immortala le proprie avventure in sella.
A riprova dell’interesse del tema ogni volta che viene proposto, sotto la tenda Academy quasi tutti i posti erano occupati. Edoardo sfodera subito una presentazione molto curata, zeppa di citazioni che passano, come scopriremo durante il workshop, dalla letteratura alla filosofia.


I vincoli come punti di forza
Inizia dicendo che, per lui, fotografare è un modo per godersi di più il viaggio, non di meno. Non è, cioè, un distrarsi dal momento pensando alla resa futura delle foto. Ma al contrario è immergersi più pienamente in quel presente. Molto simile a quello che accade quando si deve raccontare un’esperienza con la scrittura. Passa poi a svelare qualche trucco del mestiere, parlando del rapporto tra finzione e realtà, tra verità e fatti.
Non sempre, anzi quasi mai, dice Edoardo, quello che esce da un reportage è quello che è accaduto esattamente durante i viaggi. Il punto non è seguire pedissequamente la cronaca dei fatti che capitano, ma essere credibili con la storia che si vuole raccontare. Come succede con la buona letteratura, pensiamo noi.
Un altro punto molto interessante su cui si sofferma riguarda i vincoli, che occorre essere capaci di trasformare da limiti a punti di forza. Fa l’esempio di Paul Fusco, uno dei fotografi che erano sul treno funebre che ha accompagnato il feretro di Bob Kennedy da New York a Washington, nel 1968. Fusco era bloccato nel vagone sbagliato, non aveva modo di avvicinare nessuno. Quindi ha colto l’unica occasione che ha avuto, cioè fotografare quello che vedeva sul lato sinistro del vagone. Mentre si avvicinavano al cimitero si avvicinava anche la notte e le foto sono diventate via via più foto sfocate, quindi perfette per rendere l’atmosfera funebre.
In questo modo Fusco, usando a suo vantaggio un vincolo, ha immortalato le migliaia di persone ferme a vedere passare il treno, raccontando in un reportage che sarebbe diventato famosissimo l’omaggio commosso di tutto un popolo ad una delle grandi speranze politiche degli Stati Uniti. A quel punto Edoardo tira fuori un parallelismo molto potente. Dice che anche noi in bici siamo un po’ su un binario, obbligati ad un punto di vista, e bisogna farci i conti. Ma, come ha fatto Fusco quella volta, con lo sguardo giusto si trova sempre un taglio interessante.


La camera perfetta non esiste
Il workshop si sposta poi sull’attrezzatura, la domanda delle domande per chi vuole fare fotografie viaggiando su due ruote. Qual è la macchina migliore? Quale sensore? Quali e quanti obiettivi? Una risposta unica e giusta per tutti, scopriamo, non esiste. Dipende da dove andiamo, da che tipo di foto vogliamo fare, dal nostro stile e, non ultimo, dal nostro budget.
Insomma, dice Edoardo, dire che ho comprato la macchina fotografica perfetta è come dire di aver trovato la gravel tuttofare. Stesso discorso per gli obiettivi. «Quello che avete va bene. Se hai un obiettivo fisso va bene, diventa un punto di forza, farete foto tutte con quella focale, e questa è già una struttura narrativa». Di nuovo il discorso del limite che, visto con i giusti occhi, diventa un punto di forza. Ascoltando le varie caratteristiche tecniche di cui tenere conto nell’acquisto dell’attrezzatura scopriamo anche una nuova parola, “tropicalizzazione”. Significa la resistenza degli strumenti agli agenti climatici.
Successivamente arriva un altro tema molto caldo per la platea di cicloviaggiatori, forse ancora più dell’attrezzatura. Come si trasporta tutto quanto? Le opzioni sono due, sulla bici o sul corpo. I pro di tenere la macchina dentro una borsa sulla bici è che è al sicuro, il contro è che non è sempre facilmente estraibile.
Il pro di averla a tracolla è, specularmente, averla subito a disposizione, il contro è che così è esposta alla tropicalizzazione di cui sopra. E poi se cadi rompi sia la macchina che, magari, la schiena. La scelta definitiva secondo Edoardo è il marsupio, una buona via di mezzo tra protezione e praticità. Ma, anche qui, invita a fare delle prove e poi decidere con la propria testa.


Foto belle e foto buone
Si arriva così al momento più estetico, quello della composizione, e lì il cicloreporter tira fuori il concetto di sublime. Dice che è facile fare foto belle in posti belli, in contesti naturali grandiosi, come una montagna davanti alla quale si staglia la sagoma di un ciclista. Il fatto è che però noi siamo molto spesso siamo in posti normali. Ma anche senza il sublime, ci rassicura, si possono fare buone foto. Magari meno belle ma più mature, che sono poi quelle che servono di più, perché andando oltre il semplice bello raccontano ciò che conta davvero.
Fa un esempio, quando era a seguire una gara Ironman a Cervia. Gli avevano dato un posto prestabilito, in tangenziale. Non esattamente un grandioso contesto naturale. Che fare dunque? Ha pensato quindi di abbassare l’inquadratura e usare le linee della strada nella composizione, e ne sono uscite comunque buone foto, perché rendevano l’idea di velocità degli atleti.
In questo senso Edoardo dice un’altra cosa molto interessante. Cioè che spesso sono i tempi morti che raccontano davvero, perché quando pedaliamo alla fine siamo tutti uguali. Invece è nei tempi morti che nove volte su dieci succedono le cose più personali e quindi più interessanti.


La bellezza negli occhi di chi guarda
Infine, terminate le slide, arrivano le domande dal pubblico. Il drone? Lo detesta. Lo usa solo quando è obbligato, perché il drone sta lontano e ad Edoardo invece piace stare vicino. E poi è troppo lento, non segue davvero la storia. Ora che ti si tira fuori dalla borsa, lo si apre, lo si fa decollare, si cerca l’inquadratura giusta eccetera, passano dieci minuti per una foto. Quando in quel tempo potresti fare otto foto buone.
Cellulare? Va bene anche quello, si gioca sui vincoli che si diceva prima. Non puoi scegliere iso e apertura, quindi lavori sulla composizione. E va bene così. Poi la conversazione si è spostata su faccende tecniche come lunghezze focali, aperture massime del diaframma, cose come 25 per 1.8 che è l’equivalente del 50, e poi 35×100 e 500×2000, e chi scrive non ci ha capito più nulla.
Però una cosa alla fine di questo workshop, anche se continuiamo a sapere poco o niente di iso e diaframmi, grazie ad Edoardo Frezet ci è rimasta. Che la fotografia di viaggio non consiste nel trovare il posto perfetto o comprare la macchina ideale (che comunque non esiste). Consiste, semmai, nell’imparare a guardare meglio quello che c’è già.







