L’ultracycling è una sfida che mette alla prova il fisico, ma soprattutto la capacità di convivere con la fatica, la solitudine e gli imprevisti. E’ un mondo fatto di gare senza assistenza, dove ogni scelta pesa quanto una pedalata e dove il paesaggio diventa parte integrante dell’esperienza. Lo sa bene Giulio Soffiati, veronese che vive a Trento, protagonista nello scorso mese di maggio della Hellenic Mountain Race, una delle prove di bikepacking più dure del panorama internazionale: 900 chilometri e 29.000 metri di dislivello attraverso le montagne più remote della Grecia, tra interminabili salite, portage estenuanti e villaggi fuori dal tempo. Un’avventura che gli ha lasciato ricordi indelebili e che ci ha raccontato.


Giulio, come sei arrivato all’ultracycling?
Sono sempre stato un amante della bicicletta, prima di tutto come oggetto e come passione. Poi, sei o sette anni fa, ho iniziato ad avvicinarmi sempre di più al ciclismo endurance e mi sono accorto che era una dimensione nella quale mi trovavo bene. Mi piace stare tante ore in sella e ho capito che anche il mio corpo risponde abbastanza bene a questo tipo di sforzi. All’inizio organizzavo da solo uscite di due giorni con tantissimi chilometri oppure piccoli viaggi, poi ho deciso di provare eventi strutturati come la Veneto Trail, la Tracks 6000 e successivamente l’Italy Divide, che è stata la mia prima vera esperienza nell’ultracycling.
Perché hai scelto proprio la Hellenic Mountain Race?
L’avevo scoperta l’anno scorso. Fa parte delle Mountain Races, lo stesso circuito che organizza Atlas Mountain Race e Silk Road Mountain Race. Cercavo qualcosa di più impegnativo e soprattutto più orientato all’off-road. A me interessa molto l’aspetto naturalistico: mi piace pedalare in posti remoti, che riescano a emozionarmi e a sorprendermi. Ho scoperto che stare da solo in mezzo alla natura mi dà una forza incredibile per continuare a pedalare.


Che gara è la Hellenic?
Si parte dal nord della Grecia, vicino a Salonicco, si sale verso il confine con la Macedonia e poi si attraversa tutta la parte montuosa dell’entroterra fino ad arrivare nei pressi del Peloponneso. Sono circa 900 chilometri con 29.000 metri di dislivello. E’ una gara completamente unsupported, con tre checkpoint obbligatori lungo il percorso.
Qual è il primo ricordo che ti torna in mente pensando a quei giorni?
Mi rivedo in queste salite eterne di tre, quattro, cinque ore completamente da solo, sovrastato dalla montagna. Ricordo una mattina in particolare: sono partito alle quattro e mezza da un checkpoint e ho pedalato fino alle quattro del pomeriggio senza incontrare una sola persona. E’ una sensazione difficile da spiegare, ma è quella che mi è rimasta più impressa.


Eppure qualche incontro ci sarà stato…
Sì, soprattutto nei piccoli paesi. Una sera siamo arrivati quasi contemporaneamente in quattro in un ristorantino. Abbiamo cenato insieme e, visto che era ormai mezzanotte, il proprietario ci ha proposto di dormire gratuitamente nel locale. Siccome dentro si fumava parecchio, ha chiamato sua sorella, che parlava inglese, e lei a sua volta una signora che aveva un piccolo albergo non presente nemmeno su Booking. Così abbiamo trovato una stanza, fatto una doccia, dormito qualche ora e la mattina siamo ripartiti. Ho trovato tanta disponibilità e tanta gentilezza.
La Grecia che hai attraversato era quella che ti aspettavi?
No. Conoscevo soprattutto la Grecia più turistica, quella del Peloponneso. Invece ho scoperto una montagna completamente diversa, non antropizzata, autentica. Vivendo a Trento sono abituato a montagne molto sfruttate, mentre lì mi sono trovato in luoghi selvaggi, con strade che ricordavano le vecchie militari delle Alpi francesi. Pedalare in quei paesaggi è stato straordinario.
Dal punto di vista tecnico come avevi preparato la bici?
Ho usato una front, una Cannondale Scalpel equipaggiata con delle borse Givi (di cui Giulio è ambassador, ndr): nella frame bag al triangolo principale tenevo un antivento, il cibo e tutta la parte elettronica da ricaricare. Nella top tube bag avevo gli snack sempre a portata di mano. Dietro portavo una borsa da sei litri con sacco a pelo, materassino, bivy di emergenza (un sacco da bivacco, obbligatorio in questa competizione, ndr), pantaloni impermeabili e giacca. Sulle spalle avevo solo uno zainetto con la sacca idrica, manicotti, gambali e guanti. Sul manubrio invece non porto mai nulla: preferisco una bici il più possibile leggera e libera davanti.


Hai dormito spesso all’aperto?
La prima notte non ho dormito perché ho pedalato per circa trenta ore consecutive. Poi ho dormito due notti in albergo, una perché pioveva a dirotto e una grazie all’ospitalità che vi dicevo. Un’altra notte invece l’ho passata all’aperto con il solo sacco a pelo e il bivy.
Sei stato messo a dura prova anche dal punto di vista mentale?
Sì, ed è stato il momento più difficile della gara. Durante la seconda notte ho affrontato un portage di nove chilometri, quattro ore spingendo la bici su un sentiero. Da lì mi è venuto un forte dolore a una gamba. Il giorno dopo facevo fatica persino a camminare e non riuscivo più a fare la classica pedalata rotonda. Ho davvero pensato che non avesse senso continuare.
E invece?
Poi, quasi per caso, mi sono accorto che massaggiando un punto preciso sulla parte esterna della coscia il dolore diminuiva. Sono rimasto fermo due ore in un bar a massaggiarmi la gamba e pian piano è passato. E’ stato un enorme sollievo, perché fino a quel momento ero convinto che la mia gara fosse finita.


In queste gare si pedala sempre da soli?
Dipende dal regolamento. Alla Hellenic può capitare di fare tratti insieme ad altri, ma l’idea è che ognuno sia autonomo. Se uno si ferma anche solo per fare pipì, l’altro dovrebbe proseguire. Personalmente non sono un grande fan delle regole troppo rigide. Vengo dalla montagna e penso che lì ci si debba sempre aiutare. E’ un principio che porto con me anche quando gareggio.
Dopo un’esperienza così, cosa ti resta dentro?
Il ricordo di una Grecia autentica, lontana dai circuiti turistici, e di tante ore passate da solo in mezzo alla montagna. E’ proprio quella sensazione di essere piccolo davanti alla natura che rende speciale un’avventura come questa. E’ la fatica che ti ripaga di tutto.
Hellenic Mountain Race







