L’ultima edizione dei Green Road Awards, gli Oscar del Cicloturismo ha segnato per certi versi una rivoluzione, attraverso il premio speciale ottenuto dall’Ippovia del Gran Sasso: «Per aver aperto nuove prospettive nel turismo sostenibile, valorizzando una rete di percorsi capace di connettere natura, territori e modalità diverse di scoperta» è la motivazione. E’ il premio a un progetto, nato per finalità ben diverse da quelle ciclistiche ma che poi ha coinvolto anche il mondo delle due ruote.


Ecco quindi che intorno al percorso abruzzese si sviluppa una grande curiosità, legata non solo alle sue caratteristiche ma anche a un mondo diverso da quello che solitamente incontriamo, alla convivenza di due realtà molto diverse come quella ciclistica ed equina. Tante domande da rivolgere a chi il percorso abruzzese lo ha inventato, Giovanbattista Galeota.
Iniziamo intanto dalle caratteristiche tecniche del tracciato abruzzese…
L’Ippovia del Gran Sasso è la più lunga in Europa. E’ un lavoro che ha preso il via una ventina di anni fa, sotto la spinta dell’Ente Parco, sviluppando percorsi sicuri, affidati a guide esperte e con la possibilità di noleggiare i migliori cavalli nei maneggi del luogo. Noi abbiamo mappato 720 chilometri per 26 tappe, ma non tutte sono al momento fruibili. Dal punto di vista bike, ci sono 146 tratte, che abbiamo dovuto suddividere in base alle competenze dei Comuni.


Quali sono le principali differenze legate al diverso tipo di clientela?
Non dobbiamo mai dimenticare che questo è un percorso pensato per i cavalli, quindi lungo di esso abbiamo dovuto pensare a luoghi di abbeveraggio, di foraggio per i cavalli, ma abbiamo inserito progressivamente anche dei punti logistici per le bike. Siamo ancora agli inizi e i servizi ancora sono molto carenti in alcuni punti, ad esempio per la ricarica elettrica, ma ci stiamo attrezzando.
Parliamo del territorio, perché è attraente per chi pedala?
La zona del parco del Gran Sasso è definita come la zona dei riposi: nel periodo estivo era la zona dei pascoli in altura, attraverso un sistema di altipiani che vanno da un livello dai 1.000 ai 1.600 e passa metri, che sono il livello di Campo Imperatore. Noi abbiamo innanzitutto censito e verificato lo stato degli antichi tratturi, che in epoca di dominazione greca servivano per raggiungere il mare, abbiamo poi ripreso il vecchio progetto Ippovia Gran Sasso, che fu sviluppato negli anni ’90 e finanziato dalla Comunità Europea e d’intesa con l’ente parco, l’abbiamo ristrutturato. Abbiamo strutturato un sistema di accompagnamento che sia affidabile per chi cavalca, d’intesa con la Fise e con la Fide Trank.


E per le bici?
Alla fine di quest’anno faremo lo stesso con gli operatori bike che già operano nel territorio per percorrenze tradizionali, ad esempio il percorso da Voltigno ad Assergi, che poi è il sentiero Italia che si fa normalmente con le e-bike e che attira centinaia di persone.
Che succede con la contemporaneità di presenze di bici e cavalli?
Ci sono dei punti in cui effettivamente ci può essere una virtuale conflittualità, ma la percorrenza bike, come anche la percorrenza a cavallo, ha una densità molto limitata e i problemi possono esserci soltanto in zone di imbuto, ad esempio nel percorso che porta a Montecristo da Assergi. La difficoltà maggiore, per esperienza, c’è in discesa, perché ci sono biker che affrontano il percorso in maniera anche troppo veloce e si rischia l’incidente. In salita non ci sono problemi, anzi, nelle salite normalmente il cavallo va più veloce. E’ importante però che si comprenda che sono percorsi turistici, paesaggistici, non per allenamenti spinti.


Di che numeri parliamo?
Noi viaggiamo su 1.000-1.200 presenze turistiche all’anno che sono in massima parte concentrate sulle percorrenze a livelli bassi, quindi su tratturi molto ampi dove c’è un’ampia visibilità. Già oggi alcuni tratti sono soprattutto frequentati dalle bike.
Di ippovie ce ne sono numerose in Italia, sparse per tutto il territorio…
Vero, molte però non si sono sviluppate perché non hanno una progettualità integrata che è fatta di quattro pilastri: la viabilità, i servizi, l’hosting e l’incoming turistico utile per ricerca e sviluppo, per capire se c’erano potenzialità di domanda. Attraverso l’Ippovia abbiamo dato un’immagine molto forte alla visibilità del parco del Gran Sasso. La parte nord e quella del Teramano sono più adatte al turismo ippico, perché ci sono vallate strette, percorrenze con pendenze più accentuate. La percorrenza bike riguarda soprattutto il ramo sud, cioè la provincia de L’Aquila, e ovest, a ridosso di Campotosto, e poi tutta la zona di Campo Imperatore. Lì la percorrenza bike è molto estesa.


Le ippovie possono avere un futuro anche ciclistico?
Sono percorsi sterrati, quindi sono percorsi che normalmente si possono fare anche in MTB e danno molto da un punto di vista paesaggistico e naturalistico, con attraversamento di borghi che risalgono alle tradizioni medievali. So per certo che ci sono esperienze simili in Val d’Orcia, nella Tuscia, esperienze forse meno avventurose. Anche in Sicilia con l’Ippovia sulle Madonie. Al Green Road c’erano candidati dal Lazio, dalla Calabria, dal Piemonte, qui per un bike packing più estremo. Chi va in bici deve però ricordarsi sempre che deve convivere con i cavalli, che hanno bisogno di pace, quindi bisogna pedalare con prudenza, sempre.







