L’ARI-Audax, la principale organizzazione che gestisce le randonnée italiane, è attesa da due momenti cardine della sua storia. Il primo è prettamente burocratico, l’assemblea programmata per il 22 novembre a Parma per l’organizzazione della Vecchia Filippelli, ma è chiaro che occasioni del genere servono anche per confrontarsi e discutere del futuro del movimento.
Il secondo è il 2027 nel suo complesso, una stagione diversa dalle altre come sempre succede ogni 4 anni, nella coincidenza con la Parigi-Brest-Parigi che è la “regina” di tutte le randonnée. E’ un po’ il corrispettivo delle Olimpiadi per le principali discipline sportive, è l’evento preparato per quattro anni, è il momento di svolta di tutta l’attività e per l’associazione rappresenta un impegno non di poco conto.


Il pensiero è già alla Parigi-Brest-Parigi
Anche il 2026 è vissuto giocoforza con il pensiero del grande evento, considerando che (proprio come avviene per i Giochi Olimpici) l’anno precedente è fondamentale per ottenere la qualifica per la grande randonnée francese, come spiega il presidente dell’ARI-Audax Mino Repossini.
«L’anno è andato bene – dice – nel senso che ci siamo avvicinati nel migliore dei modi. Abbiamo avuto tante persone che si sono cimentate già nei quattro brevetti che servono per Parigi. Quello che serviva quest’anno era completare un brevetto lungo per poter agevolare le preiscrizioni e di quelli ne abbiamo avuti tanti.
«E’ stato anche il primo anno in cui ci sono state tre over mille, cosa che di solito invece non capita. L’anno prossimo ce ne sarà una sola in Italia. E in tutte abbiamo avuto buoni numeri, cosa non facile, certamente molto meno che per una randonnée di 200-400 chilometri. Per cui diciamo che l’avvicinamento è positivo, ci sono tante persone che si sono avvicinate anche alla nazionale randonnée italiana e quindi questo ci rende orgogliosi».


Una folla di randonneur in maglia azzurra
Entriamo nello specifico del discorso riguardante la nazionale: «L’anno prossimo si formerà la squadra che andrà a Parigi ed è ormai tradizione che tutti vestano la divisa della nazionale, stiamo parlando di circa 400 persone che probabilmente andranno a Parigi, saremo la quarta o quinta delegazione mondiale, dietro Francia, USA e Germania giocandoci il piazzamento con il Giappone. Formando questa nazionale ci sono delle cose da preparare, per esempio ci sarà una maglia comune che indosseranno tutti gli italiani alla Parigi-Brest-Parigi e che verrà presentata a Parma il 22 di novembre».
L’appartenenza alla nazionale è un fatto distintivo e molto accattivante. Introdotta nel 2011, questa formula ha riscosso subito un grande successo solleticando la curiosità di tanti appassionati: «Se tu fai i quattro brevetti previsti e sei qualificato per andare a Parigi, entri automaticamente nella nazionale ARI. L’unico requisito che abbiamo è che uno deve essere socio ARI, altrimenti mi diventerebbe difficile la gestione in un simile evento. Ma a parte quello, accogliamo tutti senza problemi.


Tanti servizi a disposizione esclusiva degli italiani
«La costituzione di una nazionale non è stata chiesta dall’organizzazione, è una cosa tutta nostra, ma in realtà non la facciamo solo noi, la fanno anche gli altri, più o meno. Nel senso che si vedono maglie nazionali anche di Paesi esteri, ma noi coordiniamo la partecipazione italiana nel suo insieme, mettiamo a disposizione anche dei servizi, a cominciare da quello di informazioni che è costituito da Casa Italia, che è un punto di riferimento quando si arriva a Rambouillet, dove c’è la partenza.
«Inoltre mettiamo a disposizione anche un servizio di backdrop, cosa che l’organizzazione non fa: gli italiani che aderiscono possono consegnarci uno zaino e lo ritroveranno sul loro percorso, in modo da potersi cambiare, qualcosa di proprio rifornimento, camere d’aria… Questo è un servizio generalmente molto apprezzato.


Un’idea dedicata ai bambini francesi
«C’è poi un’altra iniziativa che il prossimo anno sarà adottata per la seconda volta. La Parigi-Brest-Parigi ha una caratteristica: è molto sentita in Francia a livello popolare. Sulle strade trovi veramente tantissima gente e anche un sacco di bambini che vengono lì e incitano i ciclisti, nonostante non siano campioni. Li trovi a qualunque ora, persino di notte, che a bordo strada ti incitano. Così noi abbiamo fatto fare una borraccia apposta da consegnare ai bambini sul percorso, con scritto grazie per il calore che ti danno mentre passi. Quattro anni fa era stata un’iniziativa molto apprezzata e che ci aveva distinto e molto probabilmente la replicheremo».
Cambia nel complesso la struttura della stagione in un anno così particolare? «Assolutamente sì, tutto viene finalizzato in qualche modo alla randonnée transalpina, quindi è tutto molto orientato su quella. C’è però da dire una cosa: il movimento italiano si è sviluppato bene negli anni, quindi anche in quelli in cui non c’è la Parigi-Brest-Parigi, le randonnée funzionano bene e non è così scontato perché fino a 15 anni fa le randonnée funzionavano bene l’anno dell’evento, negli altri tre anni meno. Questo è frutto del nostro buon lavoro, i numeri sono comunque positivi».


L’eta media nelle randonnée, avanzata per una ragione
Si dice sempre che i randonneurs sono abbastanza avanti con l’età. E’ vero o c’è un avvicinamento anche da parte dei più giovani? «E’ assolutamente vero ma credo che sia fisiologico, nel senso che di solito i ciclisti più giovani si “disperdono” su tante specialità Il ventaglio di offerta si è allargato ancora perché è venuto fuori il gravel da qualche anno a questa parte e sta crescendo anche il bike packing.
«Però a un certo punto quando si arriva un pochino in là con l’età, ci si approccia un po’ più volentieri alle randonnée, dove non devi andare forte, è più una questione di testa che non di gambe, di saggezza superiore nella quale prevale anche il piacere della scoperta del territorio».







