Un viaggio all’incontrario, seguendo il corso del fiume Adige dalla foce fino alla sorgente. Senza soste se non quelle necessarie per mangiare, cambiarsi, un breve riposo, ma niente sonno. Un limite temporale di 30 ore posto più che altro per darsi un obiettivo. A essere sinceri Niccolò Venchierutti e Filippo Carraro non pensavano che la loro iniziativa avrebbe smosso tanta attenzione, facendoli diventare glorie locali e trovando risalto anche nazionale.


Il loro è stato un viaggio estremo perché cercavano qualcosa di diverso: «Siamo colleghi di lavoro accomunati dalla passione per le bici e dai viaggi su due ruote – racconta Venchierutti – Due anni fa avevamo già fatto qualcosa di simile risalendo il Piave, sempre con lo stesso format, dalla foce di Cortellazzo, vicino a Jesolo, fino alla sorgente proprio a cima Sappada, dove c’è la fontanella da cui esce. Così abbiamo pensato di riprovarci, ma allungando la gittata».
Che percorso è stato quello dell’Adige?
In tutto sono 440 chilometri con 2.500 metri di dislivello. Siamo partiti da Rosolina Mare (RO) trovando all’inizio tutta pianura abbastanza monotona fino ad arrivare a Verona. Noi ci eravamo ripromessi di non discostarsi dal letto del fiume e d’altro canto l’Adige passa nel centro della città scaligera. Abbiamo anche trovato molto vento contrario: a Verona abbiamo anche girato un po’, anche per ritrovare concentrazione. Siamo passati per l’Arena, siamo passati sul ponte storico. Poi da Verona le cose sono cambiate…


In che misura?
Da Pescantina fin quasi a prendere l’A22, sono una trentina di chilometri non di argine, ma si va a costeggiare veramente il fiume, pedalando a due metri dall’acqua. Un percorso da MTB, in mezzo alla vegetazione, con tanti saliscendi e sabbia che si alternava a rocce e con le bici un po’ cariche ci siamo ritrovati in una zona selvaggia, che abbiamo chiamato “l’inferno verde” che è stata ardua da superare.
La parte notturna?
E’ stata dura, sicuramente, è lì che il viaggio lungo l’Adige diventa più dentro la fatica, dentro te stesso e la tua resilienza e il paesaggio diventa contorno. Abbiamo passato Rovereto all’1,20, Trento alle 2,30 sempre in un silenzio quasi surreale, lottando anche contro i colpi di sonno ma per fortuna essere in due aiuta, ci si scambia qualche parola, ci si sostiene. A Terlago ci siamo fermati al primo bar aperto e quel caffè è stato una mano santa…”.


E poi?
Si saliva verso l’Alto Adige sui pendii della Val Venosta che introducevano a Merano, raggiunta alle 8. Erano quasi 22 ore che eravamo in bici ma restava l’ultima parte, verso il Lago di Resia. Ma attenzione: tutti pensano che la sorgente sia lì, ma non è così. C’è ancora un chilometro da fare in mezzo al bosco dopo aver girato circa metà lago: lo si costeggia, dopodiché parte un sentiero anche abbastanza anonimo, ma tabellato con l’indicazione verso la sorgente. Non è un percorso ciclabile, si sale per 100 metri di dislivello, è un sentiero che va in mezzo al bosco e si arriva a questa roccia da cui sgorga l’acqua e c’è il cartello con scritto “sorgente dell’Adige”.
Che bici avete usato per il viaggio?
Avevamo bici adatte a lunghe percorrenze: una Cinelli Hobootleg e una Cannondale MTB, entrambe con pneumatici da 45 millimetri per affrontare sia asfalto che sterrati e argini. Come bagaglio siamo andati molto leggeri, avevamo un cambio tecnico per il giorno, un guscio antivento per la parte notturna e guanti un po’ più pesanti come anche i calzini. Niente pantaloni lunghi perché comunque le gambe girando in qualche modo si scaldavano. E poi un cambio civile per la cena del giorno dopo l’arrivo, a Merano dove abbiamo sostato una notte andando anche alla mitica birreria Forst.


Quali parte consigliereste a chi vuole farsi un giro sul percorso, ma certamente non tutto di seguito?
Sicuramente tutta la zona del Trentino, la parte che costeggia l’A22 da Ala in poi. E’ molto ben tenuta, la ciclabile è tutta asfaltata, in mezzo ai meleti e vigneti. C’è anche la possibilità di avere le stazioni ferroviarie a supporto, quindi ogni paese più o meno ha la sua stazione e quindi si possono fare anche tratti treno+bici. Si arriva comodamente fino a Merano, si passa anche per Bolzano. Si iniziano a vedere le montagne e paesaggi un po’ più piacevoli.
C’è stato un momento più difficile degli altri?
Come detto la notte è difficile da superare, perché il corpo cerca di mandarti tutti i segnali per farti fermare e riposare. Qualche chiusura involontaria degli occhi c’è stata mentre si pedalava, ma essendo in due la cosa viene gestita bene, si hanno delle occasioni per distrarsi.


Che cosa vi rimane?
La sensazione di potersi inventare un percorso, studiandolo sulla cartina e porsi un obiettivo che magari non in molti hanno valutato, piuttosto che partecipare ad un evento dove è già tutto stabilito. Ne faremo altri, collegando luoghi, dando sfogo alla nostra fantasia.







