Ci sono viaggi in bici che a volte assumono anche un che di poetico. Uno di questi è quello di Jack Galimberti che si equilibra tra elementi diversi: la sua età (appena 19 anni), la destinazione (partendo da Lodi per arrivare in Francia, sulla Costa Azzurra), ma soprattutto le modalità e sono proprio queste che rendono la sua esperienza unica. Perché Galimberti ha scelto di viaggiare alla maniera antica.
Ora non bisogna immaginare un uomo provvisto di bussola e sestante, non arriviamo a tanto, ma provate a pensare a un ragazzo, nato nell’era più tecnologica possibile, che maneggia social e device con una naturalezza assoluta, che decide di viaggiare servendosi unicamente di cartine dettagliate e soprattutto… della voce, per chiedere alla gente, socializzando, ma non in maniera digitale… E’ questo che rende la sua avventura tale e degna di essere raccontata.


Un viaggio diventato un caso mediatico
«Non credevo proprio che la mia scelta avrebbe avuto tanto clamore. Mi ero deciso a seguire il Tour de France. Avevo anche fatto una prima programmazione utilizzando l’intelligenza artificiale ed ero contentissimo, tipo tre mesi fa. Poi ho finito la scuola e non avevo ancora programmato il viaggio di 10 giorni.
«Non so neanche come mi sia venuto in mente di andare senza Google Maps, diciamo che girando per le campagne del lodigiano, una delle cose che mi è piaciuta di più è andare senza esattamente sapere dove, cercando di scoprire nuovi posti ogni volta. D’altronde se un tempo riuscivano ad andare con le cartine fisiche, perché non potevo farlo io?».


Non social, ma… socializzare
Che sensazioni hai vissuto ad affrontare il percorso, dovendo cercare sulla mappa, dovendo chiedere alle persone? «La prima differenza è che non sai quanto manca e come sarà, quanto dura la salita, insomma quanto ti aspetti di fare quel giorno, sia in a livello di chilometri che di altimetria. Ma per me è stato stupendo. Mi ricordo proprio il primo giorno, sono arrivato col treno a Ventimiglia e da lì sono partito. Ho fatto il primo pezzo fino a Mentone e ho deciso, vedendo sulla mappa, di andare in un paesino sopra Mentone che si chiama Gorbio, dove avevo controllato lì tramite un’applicazione che c’era un campeggio.
«Era la prima volta che andavo con la cartina e così sono stato davvero tanto a Mentone, perso a cercare la giusta direzione per prendere la salita per Gorbio, però è stato pazzesco: prova e riprova, poi trovi il punto di riferimento, un monumento o una scuola o un ospedale. Mi ricordo l’ospedale in particolare e dici “l’ospedale è qua sulla mappa, quindi questa è la salita, inizia qua”, poi prendi la salita e chiedi alle persone per sapere quanto manca… Mi avevano detto 5 chilometri, ma poi è stata lunghissima…».


Sbagliare strada: il rischio fa parte del gioco
In quegli attimi Galimberti ha capito subito che cosa significa viaggiare senza quelle certezze che i moderni sistemi ti danno: «E’ un mix di emozioni, ti chiedi se stai andando nella direzione giusta perché ti hanno detto che è di qua, però non ne sei sicuro e non sai nemmeno se il campeggio sarà aperto. Quell’incertezza è una scarica di adrenalina, una spinta in più che per me rende ancora più interessante il viaggio».
Meglio utilizzare la cartina o meglio affidarsi ai consigli, alle indicazioni lungo il percorso? «Diciamo che era un misto, io non ho grande conoscenza di come utilizzare le cartine, però mi sono accorto che spesso, a differenza di Google Maps, con la cartina tu non ti accorgi di dove sei esattamente ma sai dove devi arrivare. E’ un andare per step, l’ho visto da Antibes a Cannes. In mezzo ci sono tutti quei paesini e quindi guardavo ogni volta il paesino in mezzo e cercavo le indicazioni, chiedevo alle persone o guardavo i cartelli in base a quello che capivo che dovevo fare sulla cartina».


I device nello zaino: una tentazione
Nel corso del viaggio, sapere che nello zainetto c’è la soluzione rapida è anche un supplizio di Tantalo…: «Io ho resistito, mi sono limitato a utilizzare solo il PC un paio di volte, ma è stato per necessità – ammette Galimberti – Per capire quanto tempo ci volesse ad arrivare da un punto all’altro».
Il momento più difficile? «Ce ne sono stati, proprio il giorno da Gorbio verso Cannes, anche se poi mi sono fermato ad Antibes. Devo aver preso una strada sbagliata: ce n’erano due per arrivare dove dovevo, ma io ho scelto quella più dura, con una ripidissima salita, anche in sterrato. Son dovuto scendere dalla bici e portarla dietro a piedi e pesava molto, con tutte le borse».


Lo stupore dei tempi andati
Alla fine il fatto di esserci riuscito senza Google Maps ha dato una soddisfazione particolare? «Sì, grandissima, ma non solo alla fine, è stato tutto il viaggio un accumularsi di soddisfazione, di autostima – risponde Galimberti – Credo che questo modo di andare moltiplichi lo stupore per quello che stai per vedere, anche le cose più banali. Ci sono tanti piccoli momenti della giornata in cui dici: no, ma non ci credo, dai, ce la sto facendo, sono arrivato dove dovevo arrivare e guarda che roba… Quando arrivi al campeggio la sera ti dici che ce l’hai fatta senza Google Maps, è una soddisfazione incredibile».
Il suo viaggio ha avuto una eco enorme sui social fino a solleticare l’interesse di più media, non solo il nostro proprio a testimonianza di come, quel sistema di viaggio che nel secolo scorso era l’assoluta normalità, oggi, a relativamente pochi anni di distanza è diventata un’eccezione: «Mi avevano già chiesto prima di partire di condividere sui social – racconta Galimberti – Mi sono divertito anche a fare contenuti, ma non pensavo nemmeno di raccontarla, questa cosa. E’ stato proprio inaspettato, probabilmente per il fatto che per i ragazzi della mia generazione le mappe sono qualcosa di sconosciuto. Ma forse, viaggiando così ci si divertiva anche di più prima…».







