Editoriale perché ci odiano, automobilista arrabbiato, aggressivo, odio ciclisti, auto, macchina, trafficoEditoriale perché ci odiano, automobilista arrabbiato, aggressivo, odio ciclisti, auto, macchina, traffico

| 17 Agosto 2026

EDITORIALE / Perché sulle strade e nei social odiano i ciclisti?

Perché in tanti odiano chi va in bici? L’ultima volta che notizie tragiche riguardanti ciclisti sulle strade italiane hanno superato una certa soglia di attenzione pubblica è stata nel mese di giugno con le morti ravvicinate di Joele Nathan Malvasi, Adele Cobelli e Mirela Nicoleta Rusu.

Quel che è accaduto a Lanzo Torinese si colloca su un altro piano: non più incidente ma tentato omicidio (plurimo). Non più mancato rispetto del Codice della Strada, disattenzione, velocità… ma una persona che decide deliberatamente di investire un gruppo di sei ciclisti e, per giunta, tornare indietro per falciarli nuovamente dopo aver fatto inversione a U. Una dinamica allucinante che per puro caso non ha fatto morti, ma “solo” quattro feriti.

Come se non bastasse, l’odio verso i ciclisti è esploso anche sui social, nei commenti sotto ai post che riportavano la notizia. Facciamo un paio di premesse. La prima: ciò che è avvenuto a Lanzo Torinese avrà il suo corso legale che appurerà dinamiche e colpe. La seconda: non conosciamo la storia e la psiche di Tommaso Campagna (il 73enne al volante autore della quasi strage) e, a dirla tutta, nemmeno la psiche degli haters (coloro che odiano) che si riversano su Facebook & C.

Detto ciò, abbiamo chiesto a due psicologi di aiutarci a trovare una risposta alla domanda nel titolo: perché ci odiano? Perché, cioè, sembra che l’odio verso i ciclisti stia traboccando? Quello che è successo in Piemonte ha riportato alla memoria quello che è accaduto a dicembre nel veronese, quando un 25enne affiancò i ciclisti della Sc Padovani in allenamento sparando verso loro, dall’abitacolo, dei colpi di pistola caricata a salve. Anche in quel caso non ci scappò il morto, ma sarà sempre così? In questo Paese c’è un’altra situazione che ci sta sfuggendo di mano nel silenzio delle Istituzioni?

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Una delle bici coinvolte nell’investimento volontario di Lanzo Torinese (foto Corriere Torino). Perché ci odiano?
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Una delle bici coinvolte nell’investimento volontario di Lanzo Torinese (foto Corriere Torino). Perché ci odiano?

Le conseguenze delle proprie azioni

La dottoressa Paola Muscato, psicologa e psicoterapeuta che opera a Spoleto (Pg) sottolinea la perduta consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni.

«Oggi c’è questa idea che non ci siano conseguenze nell’esprimere l’odio – ragiona – soprattutto attraverso i social. Il che è parzialmente vero, perché perseguire qualcuno che ha detto anche cose pesantissime in internet non è così immediato. Per di più adesso ci sono molti studi sull’identità digitale, ovvero sul fatto che non ci rendiamo conto, neanche da adulti, che tutto quello che noi facciamo online crea di noi un’identità che spesso è molto diversa dall’identità che si ha nella vita reale».

Prosegue la psicologa: «Sarebbe interessante sapere se l’automobilista di Lanzo Torinese era uno di quelli che, eventualmente, scriveva determinate cose sui social. Perché ci sono alcuni in cui vedi una dissociazione: grandi leoni da tastiera e poi, fuori, magari frustrati ma in un altro modo». 

I fiori nel punto in cui fu investito Michele Scarponi: la Fondazione che porta il suo nome si batte contro coloro che odiano i ciclisti
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Mettersi nei panni degli altri

La dottoressa spiega che i lobi frontali del cervello sono quelli deputati ad inibire l’impulso del comportamento. Scazzottate, risse e omicidi per futili motivi (casomai qualcuno avesse con sé un’arma) ci sono sempre stati ma ora, sostiene, sembra che ci siamo abituati al fatto che molte azioni si facciano senza pensare che abbiano delle conseguenze. «Proprio perché si fanno in un mondo virtuale. I lobi frontali sono rimasti gli stessi…».

Tornando ai ciclisti, al netto delle responsabilità che tutti devono avere quando sono in strada, può essere che il loro andare in sella spensierato generi una sorta di frustrazione in chi è rinchiuso in un abitacolo?

«Mettersi nei panni degli altri – risponde – forse è questo, secondo me, che ci manca tanto. Si parte dal presupposto che esiste solo il proprio modo di vivere, spesso incentrato su un lavoro che richiede sempre più performance ed è quindi sempre più stressante.

«Magari c’è qualcuno, come chi va in bici, che sceglie ed accetta di avere di meno, pur di godersi il tempo libero in un certo modo. Senza considerare che il ciclista che di giorno ci fa arrabbiare magari lavora in orario diversi oppure di notte ci protegge alla guida di una volante…».

Editoriale perché ci odiano
Anche quando è solo, il ciclista attira il fastidio di coloro che odiano semplicemente per dovergli dare la precedenza (depositphotos.com)
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Anche quando è solo, il ciclista attira il fastidio di coloro che odiano semplicemente dovergli dare la precedenza (depositphotos.com)

Avere un “Io” evoluto

Il dottor Alessandro Capponi, psicologo e psicoterapeuta psicoanalitico che opera a Terni, fornisce questo quadro semplificato: «Una personalità che possiamo definire, in termini un po’ vaghi, “sana” è una persona che ha integrato dentro di sé le sue esperienze emozionali, vissute fin dall’infanzia, perché ovviamente ha avuto alle spalle altri individui che l’hanno aiutata ad integrarle. Ed è riuscita a costituire una determinata forza dell’Io, che lo rende una persona evoluta». 

Che significa tutto ciò? «Significa che quella persona riesce a integrare e tollerare soprattutto le frustrazioni, gestisce le crisi, perché gestisce la rabbia interna. La quale, va ricordato, è sempre la copertura di un dolore pregresso. Una persona che scala la marcia e mette sotto un gruppo di ciclisti sicuramente è una persona particolarmente problematica. Si trova in qualche modo a vivere emotivamente un innalzamento degli stati di tensione interna.

«Che cosa fa chi non regge le frustrazioni e non regge le tensioni interne? A noi psicologi hanno sempre insegnato che “passa all’atto”, ovvero deve scaricare immediatamente la propria tensione perché il suo Io non è abbastanza forte da tollerarla».

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Un fotogramma della sparatoria (a salve) contro i ciclisti della Sc Padovani lo scorso dicembre: altro esempio di individui che odiano i ciclisti (foto Open)
Un fotogramma della sparatoria (a salve) contro i ciclisti della Sc Padovani lo scorso dicembre: altro esempio di individui che odiano i ciclisti (foto Open)

Il pregiudizio sui social

Il dottor Capponi dice che l’attività dei social è il modo più semplice e, purtroppo, spesso anche senza conseguenze, affinché coloro che odiano (in questo caso i ciclisti) possano scaricare tutta la propria rabbia irrisolta: senza riflettere, senza un pensiero evolutivo, perché nei social spesso non si pensa. Gli hater scrivono che “siamo come le oche”, che “persino le pecore sanno stare in fila indiana” e i ciclisti invece no. Ma se davanti al volante si trovassero un trattore, la loro reazione sarebbe la stessa?

«Per mia opinione personale – riprende lo psicoterapeuta – i ciclisti si prestano bene alle proiezioni individuali. Mi spiego: nella mentalità popolare, in qualche modo, colui che sta sul trattore è una persona che fatica, che lavora la terra. Per cui c’è questa proiezione, ovviamente sbagliata, nelle personalità molto semplici e soprattutto non sane, con una scarsa forza dell’Io, in cui il ciclista sta lì a rompere le scatole, a divertirsi, a infastidire gli altri, a mettere in atto una sorta di preponderanza perché, alcune volte, fanno da tappo».

Tutte queste dinamiche messe insieme scatenano in queste personalità un certo pregiudizio diffuso che è quello che ritroviamo sui social. «Io sono molto convinto, perché in questo caso i fatti sono sufficienti, che quell’automobilista torinese, sia una persona che nella sua mente ha una determinata percezione della categoria di chi va in bicicletta. Anzi, una dis-percezione, fatta con la sua modalità non sana: si è configurato dentro di lui, nella sua mente, questi ciclisti come persone che gli imponevano un certo tipo di comportamento, ad esempio quello di rallentare, di andare piano, di aspettare, di mettersi in coda».

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Sui social ci si divide. Qui anche civilmente, ma spesso in troppi odiano i ciclisti
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Sui social ci si divide. Qui anche civilmente, ma spesso in troppi odiano i ciclisti

Reagire? Meglio di no

Entrambi gli psicologi sono concordi nell’asserire che, quando si è in sella alla bici, è meglio non reagire alzando il braccio per inveire contro un automobilista per non rischiare che la situazione degeneri. Anche se la dottoressa Muscato si pone il dubbio: «Pensare che le persone, in questo caso ciclisti, debbano subire quello che ritengono un sopruso, non mi sembra un messaggio correttissimo».

Che l’essere umano sia un abisso lo si sa da oltre un secolo, quantomeno, ma questa storia assurda di Lanzo Torinese di interrogativi ne lascia tanti. Perché ci odiano? Intervistato, uno dei ciclisti scampati alla follia di Campagna, ha detto che non sa se tornerà più in sella ad una bicicletta. E’ giusto?

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