TUZLA (Bosnia Erzegovina) – «Ogni crimine inizia disumanizzando le persone», ci dice Nihad Suljic a Tuzla, nel nord-est del Paese, quando il nostro viaggio è ormai finito. Siamo nella sede della sua associazione Djeluj, a parlare della guerra, delle persone migranti, delle frontiere. Fuori ci sono le biciclette con cui siamo arrivati fin lì, dopo 600 chilometri tra Slovenia, Croazia e Bosnia Erzegovina.
Siamo partiti da Trieste con l’idea di seguire a ritroso una parte della Rotta balcanica, la stessa strada che migliaia di persone hanno percorso e continuano a percorrere per cercare di arrivare in Europa. La frase di Nihad ci fa guardare indietro, a Trieste, a Fiume, a Bihać, alle persone e alle associazioni che abbiamo incontrato lungo la strada di Re(mi)gratia, come abbiamo deciso di chiamare questo progetto. Pensiamo alle parole che abbiamo ascoltato e alle storie che ci sono state raccontate. Ma anche alle nostre biciclette.
Noi quella frontiera la abbiamo attraversata pedalando, con una semplicità disarmante, sorpassando anche le auto in coda. Avevamo una carta d’identità più potente di molti passaporti, sapevamo dove stavamo andando e potevamo fermarci quando volevamo. Bianchi, italiani, eravamo ricchi e benvoluti. Per chi percorre la stessa strada senza avere il diritto di muoversi liberamente, una frontiera significa invece respingimenti, violenza, mesi di attesa, tentativi ripetuti in un limbo che a volte dura anni.


600 chilometri per provare a capire
Per capire come siamo arrivati fino a Tuzla, però, occorre tornare a Trieste, il 9 agosto. Siamo in cinque e lì, nella più asburgica delle città del mediterraneo, all’indomani della partenza abbiamo incontrato Gianfranco Schiavone, fondatore dell’ICS, il Consorzio Italiano di Solidarietà. Trieste è uno dei punti principali in cui la Rotta balcanica arriva in Europa. Qui le persone arrivano dopo aver attraversato confini, montagne e Paesi e qui dovrebbero poter chiedere protezione.
Schiavone ha fondato ICS durante la guerra nella ex Jugoslavia, e ci racconta una cosa che diventerà una delle più importanti chiavi di lettura del viaggio. A Trieste, nei periodi di maggior affluenza gli arrivi quotidiani sono nell’ordine di 15-20 persone. Sono numeri che, presi singolarmente, sono tutt’altro che impossibili da gestire. Ma se le istituzioni non se ne prendono carico e non li gestiscono gli arrivi si accumulano e diventano improvvisamente visibili. Un’emergenza che è quindi costruita artificialmente, che è una scelta politica, un modo per creare la percezione di qualcosa che minaccia un territorio e chi lo abita.
Il giorno dopo partiamo verso Fiume, superando agilmente prima la frontiera slovena e poi la frontiera croata, lungo strade che per noi hanno il significato di un semplice viaggio agostano. Abbiamo una traccia da seguire, una meta da raggiungere, un posto dove dormire. A Fiume incontriamo Damir Selimovic, della Caritas, che ha gestito il Transition Point affianco alla stazione dei treni.
Da lui scopriamo che ora la rotta è cambiata, dalla città si è spostata alle montagne, più che altro per scelta dei trafficanti, cosa che rende più difficile il loro lavoro. E ci rendiamo anche conto che per chi è obbligato ad attraversare una frontiera senza documenti, la possibilità di scegliere quasi scompare.


“The game”, un gioco pericoloso
Lo capiamo ancora meglio a Bihać, la prima città bosniaca in cui arriviamo. Si trova a pochi chilometri dalla frontiera con la Croazia, quindi con l’Unione Europea. Qui incontriamo Agata e Margherita, due volontarie dell’associazione No Name Kitchen. Ci raccontano cosa significa vivere lungo una frontiera che non è soltanto una linea sulla carta, in cui la polizia croata respinge sistematicamente le persone verso la Bosnia.
Ci raccontano di telefoni distrutti, soldi e scarpe sottratti, persone caricate su camionette senza essere identificate. I controlli sono sempre più intensi, condotti con l’aiuto dall’agenzia Frontex, utilizzando anche droni e cani. Eppure, arrivando al confine, quelle persone avrebbero il diritto di chiedere asilo in Croazia.
Il tentativo di attraversare la frontiera qui tutti lo chiamano, eufemisticamente, “The game”. Un gioco poco divertente però, in cui si attraversano boschi, fiumi e montagne a piedi, d’estate e d’inverno. Si prova ancora e ancora, in tutti i modi, anche affidandosi ai trafficanti per non rimanere bloccati in un eterno limbo in Bosnia.


Non siamo alberi, non siamo pietre
Le volontarie ci dicono che le persone migranti hanno bisogno soprattutto di quello che serve per continuare a camminare. Scarpe, pantaloni lunghi, zaini, medicine, prodotti per la cura personale. Ci dicono che a volte devono decidere a chi dare un paio di scarpe, perché non ce ne sono abbastanza per tutti.
A Bihac Incontriamo anche Emina, del Jesuit Refugee Service. Le diciamo che in Italia il tema delle migrazioni è sempre più accompagnato dalla paura, paura di perdere la propria cultura, le proprie tradizioni, la propria identità. Le chiediamo come si combatte.
Ci risponde che le persone si sono sempre mosse, da milioni di anni: «Perché non siamo alberi, non siamo pietre». La frontiera, ci spiega anche, non finisce necessariamente al confine. Può continuare a esistere dentro una persona, nella sua attesa, nella difficoltà di raggiungere il luogo in cui ha una famiglia o una comunità. Può essere anche il colore della pelle, il passaporto, il modo in cui gli altri ti guardano.
Noi, che possiamo, continuiamo a pedalare. Le nostre frontiere sono soprattutto salite, chilometri sotto il sole e un po’ di stanchezza. Abbiamo attraversato paesi in bicicletta, fermandoci ogni volta che ne avevamo voglia.


Tuzla, tra vecchie e nuove disumanità
Poi arriviamo a Tuzla, e lì incontriamo Nihad. Ha iniziato a occuparsi di persone migranti nel 2018, quando le vedevano arrivare alla stazione degli autobus. All’inizio non sapeva nulla della migrazione, aveva cominciato andando in stazione a portare cibo e acqua, nella maniera più semplice ed umana possibile. “Ho avuto sete e mi avete dato da bere”, come dice il Vangelo di Matteo.
Da lui scopriamo che adesso le cose a Tuzla sono cambiate. Le persone attraversano il confine con la Serbia in taxi e spesso proseguono direttamente verso Sarajevo. Ma il lavoro di Nihad non si è mai limitato alla migrazione, da una decina di anni lavora nel sociale e si occupa anche delle vittime del genocidio bosniaco.
Ha dovuto lavorare anche con persone che, in qualche modo, sono ancora legate alle strutture che durante la guerra hanno commesso o coperto crimini. Perché la guerra è finita, ma le sue conseguenze sono ancora in gran parte lì, come si è visto soltanto pochi giorni fa con le commemorazioni ufficiali del governo serbo per il criminale di guerra Ratko Mladic.
Chiediamo a Nihad cosa c’è di simile in questi due aspetti del suo lavoro, quello con le vittime della guerra e quello con i migranti. La risposta è quella con cui abbiamo aperto questo articolo, ed è forse la chiave per capire quello che sta succedendo in Italia e in Europa.


Un viaggio diverso
«Ogni crimine inizia disumanizzando le persone. Si comincia a indicare sempre di più un gruppo etnico diverso, persone che hanno un’altra religione. Si dice che verranno a rubare il lavoro, che rappresentano una minaccia, che bisogna avere paura». A quel punto le parole e quelle idee possono trasformarsi in qualcosa di molto più grave, come in Bosnia hanno visto coi loro occhi fin troppo bene.
Ci dice che quando un governo comincia a usare quel linguaggio bisogna reagire, perché lottare per i diritti degli altri significa anche difendere i propri. Perché parlare dei migranti è più semplice che parlare della corruzione, delle responsabilità di chi governa, delle cose che non funzionano.
Salutiamo Nihad e torniamo alle nostre biciclette, che a breve caricheremo su un bus per tornare verso l’Italia. Ripensiamo alla strada fatta, alle frontiere attraversate senza quasi accorgercene, alle montagne che per noi erano salite da pedalare e per altri sono diventate il terreno di un “gioco” che può durare mesi o anni. Re(mi)gratia ci ha fatto partire da Trieste con l’idea di seguire una rotta, più o meno vaga, per cercare di capirci di più di un tema complesso, di cui spesso si parla troppo e male.
La bici è stata lo strumento per entrare in questo territorio geografico e umano, ci ha permesso di attraversarlo lentamente, di vedere quello che succedeva ai margini. Abbiamo scoperto che un viaggio del genere può essere molto più denso del normale cicloturismo. Non necessariamente più importante, non necessariamente più bello. Ma meno difficile da dimenticare.







