Sono stati davvero 5 giorni speciali, quelli vissuti a Bari, come sempre avviene quando si ha a che fare con l’entusiasmo e la gioia innocente dei bambini. La seconda edizione del Girls Bike Bootcamp ha avuto un successo ancora maggiore della precedente, coinvolgendo tante bambine dai 6 ai 12 anni verso il bellissimo universo della bici. Intesa come gioco oggi, come mezzo di utilizzo quotidiano un domani, che sia per sport, per svago, per lavoro. Ma alla loro età deve essere innanzitutto vista come uno strumento di gioco, insegnando però loro come ci si gioca.
Perché alla base dell’iniziativa dell’organizzazione no profit Terreno Cycling Therapy ETS c’è proprio la constatazione che le bambine tendono ad abbandonare la bici prima dei loro coetanei, quando addirittura non imparano neanche ad usarla. E questo può avere conseguenze in età adulta, sull’autonomia degli spostamenti, sulla percezione della sicurezza per le strade, anche su una minor condivisione rispetto alle iniziative di amici e conoscenti, magari per gite fuoriporta in bici alle quali si è costretti a rinunciare.


Su questo e altro ragiona Antonella Santoro, responsabile dell’organizzazione: «Il Girls Bike Bootcamp è un’iniziativa che si inscrive all’interno di un progetto più ampio che si chiama Cycle for Better Health che cerca di promuovere la mobilità sostenibile tra i ragazzi dai 6 ai 12 anni come strumento per contrastare le patologie croniche in età giovanile, in primis il diabete di tipo 2. Il progetto è supportato dal programma Cities for Better Health di Novo Nordisk».
Come funziona il progetto Cycle for Better Health?
In questo momento è sviluppato da tre città a cui se ne sta aggiungendo una quarta nel mondo e Bari è la terza città pilota. Ognuna ha la possibilità di disegnare un progetto di implementazione idoneo al proprio contesto territoriale. Io ho pensato a questo Girls Bike Bootcamp perché Terreno Cycling Therapy ha come focus la riduzione del gender gap nella mobilità ciclistica.


Come avete iniziato?
In realtà una delle prime cose che abbiamo fatto è stata organizzare la Women Bike Ride, allineandoci al movimento che c’era già a livello globale. Questa sensibilità si è fatta in me più forte quando ho iniziato a collaborare con la scuola di ciclismo Franco Ballerini, che ha un taglio più sportivo. Ho visto con i miei occhi, questo divario, nel senso che tra i ragazzi che frequentano la scuola in bici solo il 15 per cento è donna e forse sto facendo una sovrastima.
Un dato molto basso…
Infatti, io ho trovato questo legame tra la percezione e le indagini che facevamo e che facciamo sulla popolazione rispetto alle scelte di mobilità urbana e quella che è la situazione sportiva per cui ci siamo dette “targettizziamo le ragazze” ossia facciamo iniziative che coinvolgono loro e solo loro, esattamente come avviene in tanti altri sport.
Perché bambine così piccole?
Tra i 6 e i 12 anni, durante l’allenamento, l’attitudine di un ragazzino è diversa dall’attitudine della ragazzina e quindi spesso la ragazzina si sente un pochino a disagio, viene magari travolta da scherzi in bicicletta dei suoi compagni. Allora abbiamo deciso di provare a lanciare questa attività: l’anno scorso era un esperimento che abbiamo fatto con una decina di partecipanti, nonostante avessimo deciso di organizzare l’attività in centro città. Quindi per noi la scelta logistica era anche più agevole come anche per le famiglie.


Avete cambiato per quest’anno?
Abbiamo deciso di organizzare il tutto presso la scuola di ciclismo Franco Ballerini, a circa 10 chilometri dal centro, quindi in una posizione un po’ più complicata, ma volevamo sfruttare le splendide strutture della società. Quindi avevamo paura che per molti fosse una barriera alla partecipazione, invece il riscontro è stato super positivo perché abbiamo avuto 25 iscritte, complice il fatto che abbiamo lavorato molto in anticipo, cercando di far leva anche su quelle scuole con cui avevamo collaborato.
Girls Bike Bootcamp è un evento fine a se stesso o ha ripercussioni sulla vostra attività?
Noi facciamo attività per le scuole, tesa a fornire consapevolezza rispetto a quello che i ragazzi possono fare con la bicicletta e rispetto alla bicicletta come strumento di osservazione della città e come viverla proprio grazie alla bici.
Tornando al Girls Bike Bootcamp, come avete strutturato questa esperienza, che cosa avete fatto fare alle bambine?
E’ stata un’esperienza super intensiva. Avevamo 5 mattine consecutive di almeno 4 ore, dalle 8,30 alle 13. Ogni mattina le ragazze arrivavano e facevamo una sorta di cerchio conoscitivo o di risveglio muscolare, perché per noi era molto importante creare il gruppo e questa cosa si è si è rivelata vincente anche nel seguito dell’attività, perché nel raggiungimento degli obiettivi le ragazze hanno fatto molto squadra.


Come hanno vissuto quest’esperienza?
Le ragazze erano tutte insieme con un numero più ampio di istruttori e il fatto di essere in gruppo le ha stimolate tantissimo perché si vedevano a vicenda i risultati che raggiungevano e si stimolavano e festeggiavano il raggiungimento dei risultati delle altre. Tornando al programma, in mattinata avevano un paio di ore di attività in bici, esercizio customizzato sulla base dei loro livelli di partenza. Avevamo chi iniziava con la balance bike e chi invece aveva già la padronanza dell’equilibrio del mezzo ma non sapeva curvare, chi invece era più avanti e voleva sperimentare cose nuove.
Al pomeriggio?
Abbiamo svolto tantissime attività che noi definiamo di consapevolezza. Un giorno abbiamo raccontato la storia di Alfonsina Strada e abbiamo cercato di raccogliere poi i loro feedback rispetto a questa storia di coraggio e autodeterminazione attraverso la bicicletta. Un giorno abbiamo avuto un laboratorio di ciclomeccanica in cui hanno appreso le componenti della bici, poi si sono messe loro a sperimentare e trovare le forature nell’acqua e cercare di togliere i copertoni. Abbiamo mostrato il ponte ciclabile di Copenhagen, oppure i racconti di Street for Kids, che è questa campagna che si conduce da tanti anni in tutta Europa. E attraverso questa stimolazione abbiamo portato loro a scrivere un decalogo della giovane ciclista.


In che consisteva?
I loro desideri per una città più a misura di bicicletta. E’ stato molto carino perché poi abbiamo avuto l’ultimo giorno del Bootcamp dove partecipavano i genitori per avere un momento non solo di osservazione dei loro miglioramenti ciclistici, ma anche di condivisione rispetto a quelle che erano state le idee delle loro ragazze.
Come si innesta questa attività con la vostra realtà locale?
A Bari stiamo vivendo un momento di grande fermento, perché la città è in pieno cantiere. Stanno nascendo tantissime piste ciclabili e l’opinione pubblica è molto frammentata rispetto a ciò e a quel che porta in termini di cambiamento comportamentale in una città che sta cambiando. Molti genitori hanno un atteggiamento più critico rispetto alla nascita di queste nuove infrastrutture, ma sentire dalle loro figlie: “Vogliamo una città con più piste ciclabili” è stato come comunque un momento di grande confronto e condivisione, per noi una grande soddisfazione.







